Intervento di Giulio Terzi al 9° Congresso italiano del Partito Radicale

È un grande piacere vedere la grande famiglia Radicale riunita qui a Napoli, città e cittadinanza protagoniste di mille battaglie politiche e di pensiero, fondamentali nella storia liberale e democratica della società italiana.

Napoli è la città di Gaetano Filangieri. Oggi l’avremmo definito un costituzionalista liberale. Filangieri è stato l’artefice, con la sua “scienza della legislazione” di una svolta così importante nell’attuazione del moderno “Stato di Diritto” da aver ispirato Benjamin Franklin nel periodo in cui il grande illuminista stava tracciando le linee della Costituzione Americana.

E’ di Filangieri una massima da ricordare quando parliamo della giustizia e della dignità umana. Essa riguarda le azioni delittuose: “non tutte le azioni contrarie alla legge sono delitti, non tutti coloro che le commettono sono delinquenti”.

Nel nostro Congresso di Roma, il 5 luglio scorso, avevamo affrontato il tema della “cinesizzazione” dell’Europa e dell’Italia proprio in rapporto alla grande questione della Giustizia, dello Stato di Diritto, della sovranità in un Paese che vogliamo sia guidato da una Democrazia parlamentare e rappresentativa del popolo. Avevamo sottolineato come fosse completamente sbagliata – soprattutto per ciò che siamo e vogliamo essere – la strada che il Governo “Conte Uno” aveva intrapreso e che il Governo “Conte Due” continua ciecamente a percorrere; e avevamo sottolineato come sia un grave pregiudizio per l’Italia e per l’Europa l’avere aderito al “Memorandum of Understanding” con la Cina per le sue pericolose implicazioni.

La principale minaccia del “MoU” è verso uno Stato di Diritto basato sulla libertà, sulla dignità della persona, su una giustizia equa che risponda esclusivamente a leggi adottate attraverso la libera espressione della volontà popolare e da istituzioni parlamentari che la rappresentino.

La Cina Comunista di Xi Jinping ha dichiarato guerra allo Stato di Diritto democratico e liberale. Xi dichiara di voler affermare nel mondo la concezione di uno “Stato secondo il Diritto” del Partito Comunista Cinese, in cui le leggi e i cittadini siano esclusivamente al Servizio degli obiettivi fissati dal Partito Comunista Cinese.

A questo riguardo vorrei proporVi un breve video sul credito sociale (3 minuti), l’eufemistica definizione che il Partito Comunista Cinese riserva allo Stato orwelliano instaurato in Cina, e che Pechino prepara anche per altre parti del mondo.

A proposito di Xinjiang, vi sono molte cose importanti sul Tibet che sono state dette da Thubten Wangchen, deputato del Parlamento tibetano in esilio. Vi leggo alcuni brani di un recente Rapporto di “China Files”. Nello Xinjiang non c’è, purtroppo solo il controllo sociale “cyber”. “Li chiamano i fratelli maggiori. Arrivano vestiti da trekking. Compaiono nei villaggi a piccoli gruppi. I “parenti”, come li hanno istruiti a farsi chiamare, hanno una missione. Vengono da Pechino. Entrano nelle case degli Uiguri e annunciano che sono lì per restare. I bambini individuano subito gli estranei dato che riescono a malapena a salutare nel dialetto locale e hanno la bandiera cinese e il viso tondo di Mao Zedong appuntati sul petto. Le famiglie Uigure capiscono al volo e sanno come comportarsi. “Amo la Cina”, gridano subito, “amo Xi Jinping”. Ma dallo Xinjiang, arrivano continue notizie di campagne di repressione religiosa e culturale dei cittadini musulmani. Molti di loro vengono rinchiusi in quelli che il Governo cinese chiama “centri di trasformazione attraverso l’istruzione”, “centri di addestramento per combattere l’estremismo” o “centri di addestramento professionale”, sempre più numerosi e condannati dalla comunità internazionale. Ma Pechino sostiene che queste iniziative rientrano nella lotta al “terrorismo”.

Si è scritto molto sia della quantità senza precedenti e sia dell’ubiquità degli strumenti di sorveglianza usati in questa campagna di repressione, e delle iniziative di Pechino verso Governi di altri Paesi perché collaborino alle operazioni di rimpatrio forzato degli Uiguri che vivono all’estero.

Ma minore attenzione è stata dedicata all’impegno di più di un milione di civili cinesi, quasi tutti appartenenti alla maggioranza han, che aiutano l’esercito e la polizia, andando a vivere nelle case degli Uiguri musulmani e di altre minoranze, e partecipano a programmi d’indottrinamento e sorveglianza presentandosi come fratelli e sorelle maggiori di uomini e donne che proprio loro, i “fratelli maggiori” venuti da Pechino potrebbero poi decidere di far rinchiudere nei campi di concentramento.

In un certo senso, questo programma di rieducazione nei villaggi ricorda quelli maoisti degli anni sessanta della Rivoluzione culturale maoista, quando i dipendenti statali e gli studenti venivano “spediti” nelle campagne a imparare dalla “gente comune”. La differenza però è che oggi, come dicono i manuali di addestramento, il Governo invia abitanti delle città a infondere nelle “masse” rurali Uigure e Kazache i valori Han, mentre in passato erano gli abitanti delle città venivano mandati in campagna per “imparare dalle masse”.
Pechino non vuole soltanto imporre il verbo del PCC all’interno del Paese. Xi vuole imporlo al mondo, a cominciare dall’Europa partendo magari dall’Italia che Pechino vede come l’anello più debole in Europa.

Attenzione, questa non è una mera ipotesi, tantomeno un’esagerazione. Da quando lo scorso luglio abbiamo parlato di questo tema al nostro Congresso di Roma, la Cina ha sfruttato con estrema abilità tutte le aperture che il MOU del Governo Conte Uno aveva fatto alla “cinesizzazione”. E ha accresciuto il suo condizionamento sull’Italia.

1) Tale condizionamento è avvenuto nell’insegnamento: i programmi scolastici e universitari avviati in Italia in collaborazione con il Governo cinese sono strettamente controllati e guidati da Pechino; devono riflettere le linee della propaganda del PCC nell’insegnamento della storia cinese e mondiale. Il quotidiano “Formiche” ha riferito nei giorni scorsi che Xinhua, agenzia di Stato e megafono del PCC, ha pubblicato un sondaggio esultante del #ForeignLanguagesBureau cinese che mette l’Italia al 3° posto fra Paesi con più “consapevolezza” circa la “Via della Seta” che dovremmo piuttosto chiamare “Via della Sottomissione”.

2) È avvenuto nell’informazione. L’accordo di collaborazione collegato al “MoU” per il settore editoriale e giornalistico tra le Agenzie Statali cinesi, Agenzie stampa, e media italiani, soggiace allo stesso condizionamento della propaganda comunista cinese. E il condizionamento è talmente forte che un Vice Direttore del Corriere della Sera, Paolo Salom, è stato invitato a visitare dalle Autorità cinesi un campo di rieducazione nello Xinjiang, ovviamente contrabbandando da scuola di educazione civica e di orientamento culturale. L’autorevole giornalista ne ha tratto un’immagine edificante, moderna, con immagini di serenità che hanno poi riempito pagine intere dell’illustre quotidiano milanese.

D’altra parte era stato proprio il Corriere della Sera, nel dicembre 2018, a designare Xi Jinping – uno dei peggiori nemici della libertà e dei diritti umani nel mondo – “Uomo dell’Anno”. Decisione davvero incomprensibile per un quotidiano con una grande tradizione liberale, che avrebbe piuttosto dovuto dedicare al Presidente cinese pagine di severa condanna per quanto la Cina sta facendo contro i Diritti Umani e le libertà in Cina e nel Mondo. La decisione del Corriere è stata poi stigmatizzata da una forte presa di posizione del Partito Radicale, sottoscritta da personalità della politica e della cultura del nostro Paese.

3) La sottomissione occidentale si verifica anche sulle piattaforme social. Facebook ha iniziato a censurare per salvaguardare i propri interessi nel mercato cinese, le prese di posizione espresse anche assai lontano dalla Cina in sostegno degli Uiguri e del popolo di Hong Kong.

In questi ultimi mesi alcuni post che ho pubblicato su Hong Kong e sulla Cina comunista sono stati – per ben ventuno volte – bloccati dalla piattaforma. E’ successo anche ad altri utenti, a riprova di quanto sia divenuta globale la censura del Governo cinese attraverso le piattaforme digitali, l’intimidazione diretta alle grandi organizzazioni informatiche, ai media e agli operatori economici.

4) L’utilizzo cinese del “MoU” per condizionare il nostro Paese è inoltre avvenuto nella sicurezza informatica e nell’ordine pubblico. Per la sicurezza informatica Pechino non viene certo frenata nella sua marcia verso il 5G in Italia dai decreti varati su “cyber-security” e “Golden Share”. E continua a man bassa l’inserimento delle tecnologie cinesi del 5G e dell’Intelligenza Artificiale utilizzate in Italia.

Non possiamo, da settimane, più accendere il televisore, o il computer senza essere sommersi dai bombardamenti pubblicitari che Huawei ci impone sulle meraviglie delle “smart cities”, sperimentate nei suoi laboratori di Milano Segrate e in Sardegna. Si tratta di massicci inserimenti di Huawei in Italia per monopolizzare, di fatto, il mercato dei maggiori provider nazionali come Fastweb, Tim, Vodafone e altri.

Ma facciamo, per favore, molta attenzione a due cose:
I) L’Internet delle cose – IOT – enormemente accelerato dalle reti 5G, consente la raccolta, gestione, elaborazione e utilizzo di metadati che riguardano “l’identità digitale”, la parola, il pensiero, le abitudini, i comportamenti, il lavoro e il tempo libero, persino gli affetti di ciascuno di noi. Ora, la “smart city” e i metadati che Huawei raccoglie, sono uno strumento di controllo individuale e collettivo su chi abita nel nostro Paese, vi transita, e sulla gestione della sua economia, lavoro e cultura;

II) Huawei non ci venga a dire che il controllo sulle “smart cities” rispetterà tutte le regole europee. L’azienda è parte integrante dell’apparato di sicurezza della Cina comunista in base alla Legge adottata da Pechino nel 2017. Essa prevede l’obbligo per le aziende di questo tipo – e Huawei è la più importante – di collaborare in tutta l’attività di intelligence della Cina.

Poco tempo fa, una ricerca molto documentata ha ampliamente dimostrato che almeno 20.000 dei suoi dipendenti appartengono o sono appartenuti allo spionaggio cinese. I metodi e le tecnologie informatiche utilizzate per le “smart cities” in Italia, le raccolte dei dati personali conservati su server in Cina, i sistemi di riconoscimento facciale, sono praticamente identici a quelli usati in Xinjiang.

Si è reso conto il Governo che sta cedendo la “sovranità digitale” del Paese a una potenza che costituisce in questo momento, di gran lunga, la più grande minaccia per la libertà?

Si rende conto il Governo che non basta sciorinare Decreti, regolamenti e grida manzoniane, se poi si limita esclusivamente a prendere atto di “notifiche” da parte dei provider in Italia. Ci si rende conto che occorre una credibile, aggressiva struttura e capacità cyber nazionale per il controllo nazionale della rete?
Al di là della sicurezza informatica, vi è poi la questione dell’ordine pubblico in senso più stretto. Quando Xi Jinping è atterrato in Italia, il Corriere della Sera – sempre lui – ha pubblicato una enfatica prima pagina con un lungo articolo del Presidente della Repubblica Popolare Cinese, celebrativo della radicata e straordinaria amicizia tra i due popoli, e della collaborazione crescente tra i due Governi. A tale proposito, Xi ha ricordato l’esempio molto positivo per l’ordine pubblico in Italia delle pattuglie congiunte tra poliziotti cinesi e poliziotti italiani nelle Chinatown e nei quartieri delle nostre città che ospitano immigrati dalla Cina.

Ci voleva il Presidente della Cina per annunciare al pubblico italiano un’iniziativa che nessun Governo si è mai occupato di far sapere ai cittadini e agli elettori. La spiegazione che è stata data è che in tal modo i nostri poliziotti possono comunicare con immigrati che parlano solo cinese, tramite i loro colleghi venuti da Pechino. La spiegazione è indice di malafede. Cosa ci vuole a reclutare interpreti, come avviene da anni per le centinaia di migliaia di immigrati che arrivano con i barconi e chiedono asilo? La verità è un’altra.

Le pattuglie italo-cinesi sono una piccola ma estremamente significativa misura; trattandosi di ordine pubblico esse significano una vera e propria cessione di sovranità e in ultima analisi di un principio di sottomissione alla sovranità della Cina. Infatti, Pechino ci vieta – più o meno esplicitamente – di mettere il naso, o anche solo esserci, nei quartieri dove le loro comunità producono sottocosto, evadono le imposte, dove i diritti dei lavoratori, e persino dei bambini, vengono seriamente violati.

Il Governo italiano sembra così accondiscendere anche al traffico valutario tra Italia e Cina, dimostrato da arresti eclatanti degli ultimi giorni. Esiste un’ampia realtà di “commercio temporaneo”, di esercizi aperti e chiusi nel giro di pochi mesi, sempre più frequente nelle città e nei paesi italiani. Quali permessi, e quali dichiarazioni dei redditi, e quali controlli attuano le autorità dell’ordine pubblico e del Fisco? Macchie di leopardo, vere falle nella sovranità fiscale e di ordine pubblico esistono e si amplificano con la “Via della Sottomissione”.

5) Tutto ciò è avvenuto anche per quanto riguarda i condizionamenti sulla nostra politica estera e sui Paesi destinatari di “investimenti” cinesi. Emblematico è quanto accaduto a Ginevra in occasione della 41ma sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. 37 paesi hanno presentato una lettera di elogio circa la situazione dei diritti umani in Cina, con particolare riferimento allo Xinjiang. Il Rappresentante cinese ha anche elencato i principi su cui la Cina si aspetta ulteriore collaborazione presso il Consiglio: “obiettività, trasparenza, non selettività, consenso e non politicizzazione”.

Ciò che appare drammatico è che in contrasto ai 37 firmatari, sono stati solo 22 Paesi membri del Consiglio Diritti Umani, per la maggior parte occidentali, che hanno invece denunciato le repressioni nello Xinjiang stigmatizzando la detenzione di almeno un milione di Uiguri nei “campi di rieducazione”. L’Italia è stata tra i 22 firmatari, ma non depone certo a nostro favore il fatto di aver esitato fino all’ultimo momento utile per decidere da quale parte schierarsi.

E ancora, il condizionamento cinese è avvenuto nell’approvazione lo scorso gennaio della Risoluzione del Parlamento Europeo in cui Juan Guaidó è stato riconosciuto come presidente legittimo ad interim del Venezuela. L’astensione dei Deputati M5S e PD ha significato una netta presa di distanze dalla quasi totalità dei Paesi UE, mentre il Sottosegretario agli Esteri, Di Stefano dava questa “singolare” motivazione: “L’Italia non riconosce Guaidò perché siamo totalmente contrari al fatto che un Paese o un insieme di Paesi terzi possano determinare le politiche interne di un altro Paese. Si chiama principio di non ingerenza ed è riconosciuto dalle Nazioni Unite”. Se consideriamo che dopo nemmeno due mesi c’è stata la visita in Italia di Xi, con la relativa firma del “MoU” fortemente voluto dal M5S, i veri motivi si capiscono bene.

Altri condizionamenti di Pechino li troviamo nella nostra intenzione di sviluppare iniziative di Cooperazione in Africa insieme ai cinesi. L’Africa, vista dal Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio è “un’opportunità per individuare nuovi partner strategici attraverso i quali incrementare lo sviluppo e la crescita del nostro Paese”, il tutto ovviamente nel quadro della “BRI”. Ma qual è il vero “contributo” che Pechino sta fornendo ai Paesi africani o ad altri continenti?

Potrei fare una lunga descrizione della finanza e delle politiche predatorie cinesi dissimulate sotto la maschera dell’aiuto allo sviluppo. In America Latina, ad esempio la Via della Seta mira a consentire l’accesso cinese a enormi risorse naturali e minerali: ferro, rame, petrolio e soia che da soli rappresentano oggi il 70% dell’export dall’America latina verso la Cina. E un trend identico riguarda l’Africa e parte dell’Asia.

I Paesi africani contraggono debiti con Pechino che poi non riescono a ripagare. Tra Cina e Africa si è instaurata una relazione assai squilibrata che genera effetti perversi. Il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca Mondiale si preoccupano del fatto che i prestiti cinesi aumentano il debito africano, raddoppiato negli ultimi cinque anni. Gli effetti perversi sono dimostrati dalla decisone del Fmi di varare un piano di salvataggio di 450 milioni di dollari per la sola Repubblica del Congo.

6) Un cenno speciale merita la situazione in Serbia: a Belgrado, Novisad e Smederevo, si sta realizzando il progetto “Safe City”. Aziende high-tech cinesi (Huawei e HikVision) – che secondo la legge di sicurezza nazionale cinese sono obbligate a riportare ogni dato in loro possesso agli apparati di intelligence di Pechino – hanno ottenuto dal governo serbo l’appalto per il sistema di sicurezza e law enforcement nazionale. Il progetto si basa sulla tecnologia a riconoscimento facciale, presenta moltissime criticità e pericoli per il rispetto dei diritti fondamentali, con potenziali ricadute sui diritti civili e sulle libertà politiche. La Serbia è Paese candidato all’adesione all’UE (con miliardi di Euro di finanziamenti pre-adesione) e i negoziati vedono come punti critici soprattutto i capitoli concernenti i diritti fondamentali, le libertà e lo Stato di Diritto.

E’ inquietante che Pechino “esporti” nei Balcani, e ancor più in Serbia – un paese di grande importanza politica, economica e culturale per l’Italia – le tecnologie e le prassi che ha sperimentato nella repressione degli Uiguri in Xinjang. Non soltanto è negativo per l’Europa quello che tutto questo significa nella penetrazione che la Cina si propone di attuare per i nostri Paesi, in contrasto con i principi, leggi, valori europei. Il punto richiede la massima attenzione da parte dell’Italia: le “Safe Cities” in Serbia somigliano maledettamente alle “Smart Cities” di Huawei in Italia.

7) Il condizionamento cinese sull’Italia riguarda inoltre le prime infrastrutture portuali avviate per la Via della Seta verso l’Europa: a Trieste e a Vado Ligure. Bisogna tener presente che la Cina domina una vasta gamma di prodotti e servizi marittimi, è il più grande produttore di container marittimi al mondo, è leader per flotta di dragaggio, produzione di gru su nave e a terra. Nel 2018 la Cina è stata al vertice in tutte le tre principali categorie della costruzione navale (per portafoglio ordini; per ordini di nuova costruzione; per maggior numero di consegne).

Lo sviluppo del comparto marittimo, così come per tutte le infrastrutture, si basa sui sussidi statali. Nel 2008, non vi erano banche cinesi tra i primi dieci fornitori di servizi finanziari di spedizione. Un decennio più tardi, sono cinesi le prime due banche specializzate nel settore creditizio. “Made in China 2025”, mira a far salire la Cina nella catena del valore manifatturiero, e la tecnologia nel trasporto navale è uno dei dieci settori prioritari. La Cina mira così a catturare il 50% del mercato globale del trasporto marittimo ad alta tecnologia e l’80% dei sistemi e delle attrezzature essenziali per tali navi.

Sono tutte attività “dual use” – civile e militare – che Pechino persegue dichiaratamente nella sua strategia di “fusione” delle due dimensioni. La storia è piena di esempi di navi civili e infrastrutture marittime impiegate per scopi strategici. La Cina lo sta già facendo nel Mar Cinese Meridionale. E ora la fa nel Tirreno e nell’Adriatico, grazie all’Italia.
A Vado Ligure: il terminal container che il prossimo dicembre prenderà il via è gestito da una società, la “Apm Terminals Vado Ligure Spa”, di cui il Dragone detiene il 49,9%, attraverso le partecipazioni di “Cosco shipping ports” (società di stato cinese!).

La “Apm terminals Vado Ligure” ha investito circa 180 milioni (43 dei quali in project financing) nella piattaforma savonese; e quasi 90 milioni sono stati impegnati dai soci cinesi. Il terminal avrà caratteristiche che sono al momento uniche in Italia, contano su fondali con 16 metri di profondità, che consentono l’attracco delle grandi portacontainer di ultima generazione. Durante un convegno organizzato a Genova lo scorso maggio sulla “Via della Seta” si sono levate voci molto critiche circa questa presenza così “ingombrante” nello scalo di Vado Ligure. Si è rimarcato che “a Vado Ligure i cinesi si sono presi un terminal costruito con i soldi pubblici. E glielo hanno regalato”. E ancora “Sono stati spesi 350 milioni di euro di fondi dello Stato per costruire quel terminal, e ora i cinesi (l’attuale concessionario “APM Terminals Vado Ligure”, un joint-venture tra “APM Terminals” col 50,1%, “COSCO” col 40% e “Qingdao Port” col 9,9%) pagano un canone soltanto del 3,5%”. L’interrogativo più preoccupante è: “perché lo Stato italiano deve usare i soldi dei contribuenti, per procurare i terminal gestiti da stranieri con manodopera e profitti esclusivamente stranieri?”.

8) Il condizionamento cinese è avvenuto con le “eccezioni” che la Cina ci ha imposto di sollevare all’UE in tema di: investimenti predatori; reciprocità; tutela dei Diritti. Spesso è stata l’Italia e solo l’Italia a bloccare a Bruxelles un ruolo più incisivo e attento delle istituzioni europee nel controllo degli investimenti cinesi nei settori strategici. “Forbes Italia” ha posto un allarmante interrogativo “l’Italia è davvero in vendita?”.
La risposta non poteva che essere, purtroppo, positiva: il numero di società italiane acquistate da entità cinesi è cresciuto di oltre 20 volte negli ultimi 10 anni. L’Italia ha rappresentato la quinta destinazione globale per numero di investimenti dalla Cina escludendo Hong Kong e Singapore, tipicamente Paesi di transito.

Tra i Paesi europei, l’Italia è terza dopo Germania e Regno Unito davanti alla Francia. Ma cosa comprano gli investitori cinesi? Prima di tutto, eccellenze industriali italiane, quasi esclusivamente su produttori di beni industriali, trovando nelle aziende italiane le tecnologie di nicchia e avanzate che a loro mancavano e le trasferiscono prima o poi in Cina. Emblematiche in tal senso, l’acquisizione di una partecipazione di controllo in Pirelli per 7,2 miliardi di Euro e la cessione di quote di minoranza in “Ansaldo Energia” e “CDP Reti” a partner cinesi. Una seconda ondata fu nel settore dei beni di consumo, prima di tutto moda e lusso, come testimoniano le acquisizioni di Caruso e dell’85% di Buccellati. Più recentemente, prodotti industriali hi-tech e intrattenimento.

I rischi che si profilano per l’Italia comprendono, evidentemente, il pericolo di trasferimento del know-how italiano in Cina, un Paese con una scarsissima – o inesistente – tutela della proprietà intellettuale straniera, mentre la disoccupazione è al 10%. Ma più marcata è la criticità che deriva dall’inapplicabilità del principio di reciprocità. Gli investimenti in Cina, infatti, sono fortemente regolamentati, mentre Pechino pretende l’accesso libero per i suoi investimenti in Europa.

Esistono settori molto ristretti per i capitali esteri in Cina ed è necessaria di norma la presenza di un partner cinese, come il medicale e l’automobilistico, o addirittura proibiti agli stranieri – ad esempio l’estrazione di terre rare, di cui la Cina controlla oltre il 90% del mercato globale.

È impossibile che un problema così delicato venga risolto esclusivamente a livello italiano. Il rischio di appropriazione di tecnologie nazionali da parte di investitori esteri è comune a molti Paesi, perciò la chiave per proteggerci è una regolamentazione delle acquisizioni strategiche a livello europeo. Nuovi meccanismi sono già in atto per salvaguardare la sicurezza, l’ordine pubblico e gli interessi strategici dell’Europa ed altre regole sono in fase di studio. “Abbiamo bisogno di controllo sugli acquisti da parte di società straniere che hanno come obiettivo le attività strategiche dell’Europa” come affermato da Jean-Claude Juncker, promotore del framework europeo per lo screening degli investimenti stranieri.
Un altro aspetto preoccupante che si sta profilando negli ultimi tempi è quello di un vero e proprio atteggiamento “ricattatorio” messo in atto dalla Cina nei confronti di aziende, marchi o chiunque possa urtare le suscettibilità di Pechino. Il mercato mondiale si piega alla Cina!
È stato il caso del marchio di moda “Dolce&Gabbana”. È accaduto alla “Leica”. Così come agli “Houston Rockets” che si erano permessi di esprimere sostegno ai dimostranti di Hong Kong, e alla società di videogiochi Blizzard Entertainment.

Il Governo “Conte Uno” aveva venduto al pubblico l’idea che il “MoU” non era poi così importante trattandosi “solo” di un documento politico, senza una chiara natura giuridica, che il MoU non era un Trattato ratificato dal Parlamento, cosa che peraltro avrebbe portato dritta dritta l’Italia dinanzi alla Corte di Giustizia per violazione dei Trattati Europei e delle competenze commerciali esclusive della Commissione.

Viene da sorridere quando si sente la tesi dell’impegno “solo politico” di un Paese come il nostro, con popolazione pari al 4% di quella cinese, PIL pari a 1/8, Bilancio Difesa e Forze Armate che sono complessivamente meno 1/20 di una Cina Potenza nucleare, Membro Permanente del CdS dell’Onu, sempre più protagonista indiscusso in tutte le Organizzazioni Internazionali, a fronte di un’America sempre meno multilateralista.

La voce e l’impegno dei Radicali per far conoscere questa realtà e sostenere l’interesse e il valore dello Stato di Diritto, soprattutto nel rapporto tra Italia e Cina, è di fondamentale importanza e cominciano ad essere condivisi da molti ambiti.

Giulio Terzi di Sant’Agata
Ambasciatore, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”

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