N51 – 4/11/2019

PRIMO PIANO

La relazione di Giulio Terzi sulla “cinesizzazione” dell’Europa in apertura del 9° Congresso italiano del Partito Radicale
E’ un grande piacere vedere la grande famiglia Radicale riunita qui a Napoli, città e cittadinanza protagoniste di mille battaglie politiche e di pensiero, fondamentali nella storia liberale e democratica della società italiana. Napoli è la città di Gaetano Filangieri. Oggi l’avremmo definito un costituzionalista liberale. Filangieri è stato l’artefice, con la sua “scienza della legislazione” di una svolta così importante nell’attuazione del moderno “Stato di Diritto” da aver ispirato Benjamin Franklin nel periodo in cui il grande illuminista stava tracciando le linee della Costituzione Americana. E’ di Filangieri una massima da ricordare quando parliamo della giustizia e della dignità umana. Riguardo le azioni delittuose: “non tutte le azioni contrarie alla legge sono delitti, non tutti coloro che le commettono sono delinquenti”.

Nel nostro Congresso di Roma, il 5 luglio scorso, avevamo affrontato il tema della “cinesizzazione” dell’Europa e dell’Italia proprio in rapporto alla grande questione della Giustizia, dello Stato di Diritto, della sovranità in un Paese che vogliamo sia guidato da una Democrazia parlamentare e rappresentativa del popolo. Avevamo sottolineato come fosse completamente sbagliata – soprattutto per ciò che siamo e vogliamo essere – la strada che il Governo “Conte Uno” aveva intrapreso e che il Governo “Conte Due” continua ciecamente a percorrere; e avevamo sottolineato e come sia un gravissimo pregiudizio per l’Italia e per l’Europa l’avere aderito al “Memorandum of Understanding” con la Cina per le sue pericolose implicazioni.

La principale minaccia che il “MoU” comporta per uno Stato di Diritto basato sulla libertà, sulla dignità della persona, su una giustizia equa che risponda esclusivamente a leggi adottate attraverso la libera espressione della volontà popolare e da istituzioni parlamentari che la rappresentino. La Cina Comunista di Xi Jinping ha dichiarato guerra allo Stato di Diritto democratico e liberale. Xi dichiara di voler affermare nel mondo la concezione di uno “Stato per il Diritto”, in cui le leggi e i cittadini siano esclusivamente al servizio degli obiettivi fissati dal Partito Comunista Cinese.

Esito del 9° Congresso italiano del Partito Radicale
Dal 31 ottobre al 2 novembre si è tenuto a Napoli il nono Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. Nel documento finale approvato, si ricorda la compagna e Presidente d’onore del Partito Radicale, Laura Arconti; si ringraziano i partecipanti alla tavola rotonda “Carcere minorile: riformare, convertire o abolire?” promossa da Don Ettore Cannavera, e si ringrazia in particolare il Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, che, oltre ad aver assistito al dibattito, ha voluto portare in questo Congresso il suo personale contributo.

Viene sottolineato il lavoro dell’avv. Giuseppe Rossodivita per la relazione sul “Caso Italia” e di Marco Beltrandi per il contributo in tema di informazione e di riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. Si ringraziano l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente d’Onore del Partito Radicale, per il costante lavoro di informazione sull’espansione economica e politica della Repubblica Popolare Cinese e la Prof.ssa Carla Rossi per l’approfondimento scientifico finalizzato a rendere disponibile l’eroina a fini terapeutici.

Sono evidenziate le decisioni in materia di ergastolo ostativo della Corte EDU sul caso Viola contro Italia e della Corte Costituzionale sul caso Cannizzaro che hanno restituito la speranza agli ergastolani sottoposti al regime di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario.

Si ribadisce il pieno sostegno al leader in esilio del principale Partito d’opposizione cambogiano e Presidente d’onore del Partito Radicale, Sam Rainsy, determinato a fare ritorno il 9 novembre in Cambogia, governata da 34 anni dal Primo Ministro Hun Sen, per rilanciare la lotta per lo Stato di diritto democratico, cominciando con la riattivazione degli Accordi di pace di Parigi del 1991. Infine saluta l’introduzione del “Diritto alla Conoscenza” tra le priorità della Commissione Media e Cultura dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa grazie al Sen. Roberto Rampi. Infine, ha eletto Presidente del Consiglio generale Makarar Thhai, rappresentante in Europa del Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia.

L’attivista democratico di Hong Kong escluso dalle prossime elezioni
Il 29 ottobre il segretario del partito di Hong Kong Demosisto, Joshua Wong, volto più noto all’estero delle manifestazioni nell’ex colonia britannica, è stato escluso dalle prossime elezioni distrettuali della città. Lo ha annunciato lo stesso Wong su Twitter, precisando di essere l’unico candidato a cui è impedito di partecipare al voto del mese prossimo. Lo ha stabilito un giudice che ha portato come motivazione la battaglia di Wong per l’autodeterminazione di Hong Kong. Pechino ha accolto con favore la decisione del tribunale perché non è possibile sostenere l’indipendenza di Hong Kong. La decisione sempre secondo Pechino è conforme al principio “un Paese due sistemi”, formula concordata tra Cina e Regno Unito quando Hong Kong tornò sotto il regime cinese ne 1997. Wong ha detto che la sua esclusione è l’ulteriore prova di come la Cina manipoli le elezioni a Hong Kong attraverso la censura e il controllo politico e ha ribadito di non volere l’indipendenza, bensì il mantenimento del quadro normativo “un Paese di sistemi”.

Nella trasmissione del 3 novembre Diritto alla Conoscenza, andata in onda alle 20 su Radio Radicale e condotta da Laura Harth, Giulio Terzi ha dichiarato che con questa sentenza diventa chiarissima ormai l’ossessione orwelliana della Cina che “è diventato uno Stato orwelliano perché vale solo quello che dice Pechino e non quello che pensa ed esprime Joshua Wong stesso. Siamo all’ossessione orwelliana che è il criterio fondamentale seguito dal governo cinese per attuare il verbo del Partito Comunista, anzi, ancor più precisamente, quello di Xi Jinping.”

Viaggio nell’America di Trump a un anno dalle elezioni
Con un video reportage per Il Mattino, Luca Marfé racconta gli Stati Uniti a un anno esatto dal voto. Un’America lontana dalle sue metropoli più grandi e meno rappresentative. Quella del New Hampshire, uno Stato di tante piccole località sparpagliate, fatte di contadini, di operai, di piccoli imprenditori. Una realtà che, proprio come l’America, s’è spaccata in due metà in occasione delle ultime elezioni presidenziali. L’economia al galoppo e la disoccupazione che non esiste, i rivali democratici, l’incubo impeachment.

E infine le armi, da sempre apoteosi di spaccatura tra destra e sinistra. Una questione vecchia tanto quanto è vecchia la costituzione degli Stati Uniti. Una piaga, secondo una metà del Paese. Una necessità, invece, secondo l’altra metà. E così, mentre infuria già la corsa per la Casa Bianca 2020, e mentre qualche candidato democratico minaccia di voler ripulire le case degli americani da pistole, fucili e mitragliatori, c’è chi quelle stesse case e quelle stesse cause sente di doverle difendere a tutti i costi.

Si avvicina il rientro in Cambogia del leader dell’opposizione cambogiana
Nell’arco dei 34 anni di dominio in cui ha trasformato la Cambogia in una dittatura, il Primo Ministro Hun Sen ha sistematicamente smantellato l’opposizione rappresentata principalmente dal Cambodia National Rescue Party (CNRP). Oggi, con un quadro economico in grave pericolo, i leader in esilio del CNRP si stanno preparando a tornare nel loro paese per difendere i diritti e le libertà dei cambogiani, rischiando l’arresto immediato, se non addirittura la vita. La data scelta è il 9 novembre e Hun Sen ha schierato l’esercito alle frontiere.

IRAN E MEDIO ORIENTE

La Casa Bianca congela gli aiuti militari al Libano
Il primo novembre, contro la volontà del Congresso, del Dipartimento di Stato e del Pentagono, l’amministrazione Trump ha deciso di congelare tutti gli aiuti militari all’esercito libanese e la sospensione indefinita di un pacchetto da 105 milioni di dollari approvato a settembre dal Dipartimento di Stato e dal Congresso. Molti analisti affermano che i vincitori potrebbero essere l’Iran, la Russia, lo Stato islamico e Al Qaeda. Il congelamento dell’assistenza potrebbe offrire all’Iran e alla Russia un’apertura per esercitare una maggiore influenza sulle forze armate libanesi e potrebbe consentire allo Stato islamico e ad Al Qaeda di ricavare altri punti d’appoggio nel Paese. Il Pentagono e il Dipartimento di Stato hanno sollecitato gli aiuti alle forze armate libanesi sostenendo che l’organizzazione militare è un baluardo importante contro elementi estremisti e fazioni armate di Hezbollah, il gruppo sciita appoggiato dall’Iran.

Secondo Nathan A. Sales, il capo dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato, l’esercito libanese fa da contrappeso all’influenza di Hezbollah. “Noi consideriamo Hezbollah un’organizzazione terroristica”, ha detto, “ed è per questo che abbiamo lavorato per anni, molti anni, per rafforzare le istituzioni dello stato libanese, tra cui le forze armate, per rimuovere la necessità in Libano di fare affidamento su presunti servizi che i libanesi potrebbero ricevere da Hezbollah. Questa è stata e resta la nostra politica”.

David Daoud invece, esperto di Hezbollah presso United Against Nuclear Iran, e sostenitore di politiche più severe degli Stati Uniti sull’Iran, dice: “Esistono ancora interessi statunitensi nella regione e se venisse meno il nostro punto d’appoggio – indipendentemente da quanto sia divenuto esile ormai – ci impedirà, in futuro, di lavorare per far sì che le cose vadano per il verso migliore per noi e per il Libano. Significa che dovremmo concordare con quello che le Forze Armate Libanesi stanno facendo adesso? Assolutamente no. Dovrebbe esserci più responsabilità, più attenzione, e tagliare l’aiuto sarebbe, credo, controproducente proprio per i nostri interessi.”

La leadership iraniana preoccupata per le manifestazioni in Libano e Iraq
Il regime iraniano spesso si scaglia contro gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita descrivendoli come minacce dirette alla sua sicurezza e come fonti pericolose di influenza regionale. Ultimamente però, le autorità di Teheran hanno rivolto la loro attenzione a due nuove fonti di preoccupazione: il Libano e l’Iraq. Enormi manifestazioni antigovernative in entrambi i paesi, con chiari accenti di ostilità e risentimento verso l’Iran, hanno improvvisamente messo a rischio gli interessi del Paese dei mullah. Hanno anche sollevato la possibilità di ispirare proteste all’interno dell’Iran stesso.

Nuove sanzioni contro l’Iran, ma con eccezioni
Il 31 ottobre gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver imposto sanzioni al settore edile e commerciale iraniano rispetto a quattro materie impiegate nei suoi programmi militari o nucleari. Allo stesso tempo, hanno concesso alcune eccezioni per consentire alle imprese straniere di continuare scambi nell’ambito di attività di non proliferazione in Iran. Le decisioni annunciate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti riflettono l’impegno ad aumentare la pressione sull’Iran applicando sanzioni sempre più ampie della sua economia sotto sanzioni, lasciando al contempo una porta aperta alla diplomazia per consentire la continuazione del lavoro di quegli impianti nucleari che rendono più difficile lo sviluppo dell’arma nucleare.

Servono 195 dollari a barile di petrolio per pareggiare il bilancio iraniano
Un barile di petrolio iraniano dovrebbe costare 194,6 dollari per pareggiare il suo bilancio nel 2020. Danneggiato dalle severe sanzioni statunitensi, l’Iran, membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), dovrebbe avere un deficit fiscale del 4,5% quest’anno e del 5,1% nel 2020. E’ quanto ha riferito il Fondo Monetario Internazionale (FMI) il 28 ottobre.

Il primo novembre il benchmark internazionale Brent ha chiuso le negoziazioni a poco più di 62 dollari al barile. Con le nuove sanzioni introdotte dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 l’economia iraniana dovrebbe ridursi del 9,5% quest’anno, rispetto a una stima precedente di una contrazione del 6%. Mentre la crescita del prodotto interno lordo reale dovrebbe rimanere ferma a zero.

Un calo della valuta iraniana a seguito della reimposizione delle sanzioni ha interrotto il commercio estero dell’Iran e ha aumentato l’inflazione annuale, che il FMI prevede al 35,7% quest’anno e al 31% l’anno prossimo. Quindi le autorità iraniane dovrebbero allineare il tasso di cambio ufficiale al tasso di mercato per controllare l’inflazione. L’FMI ​​prevede che le esportazioni iraniane di beni e servizi scenderanno a 60,3 miliardi di dollari quest’anno da 103,2 miliardi dell’anno scorso e scenderanno ulteriormente a 55,5 miliardi di dollari nel 2020.

16 miliardi investiti nelle milizie iraniane in Iraq e Siria
Il 31 ottobre, il Rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran, Brian Hook, ha detto alla televisione saudita Al Arabiya TV che l’Iran avrebbe speso 16 miliardi di dollari per mantenere le sue milizie in Iraq e Siria, senza fornire però maggiori dettagli sul tipo di milizie né sul periodo di tempo interessato. Durante l’intervista ha confermato che Washington avrebbe continuato a imporre sanzioni a Teheran, notando che a seguito di questa misura, le esportazioni di petrolio dell’Iran sono diminuite da 2,5 milioni a 120.000, “segnando il crollo dell’industria petrolifera”. Hook ha poi aggiunto che le sanzioni statunitensi hanno colpito anche i settori petrolchimico, industriale e dei metalli preziosi.

Tre fedeli Baha’i arrestati nel sud dell’Iran
Il 22 ottobre il Ministero dell’Intelligence della Repubblica islamica ha confermato che alcuni agenti hanno arrestato tre seguaci della fede baha’i a Shiraz, nel sud dell’Iran.
Centinaia di baha’i, una minoranza religiosa messa al bando e perseguitata dai religiosi sciiti iraniani, sono stati arrestati nel corso degli anni e molti hanno trascorso anni in prigione.

L’agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani (HRANA) ha diffuso i nomi degli arrestati: Soroush Abadi, Farzan Masoumi e Kiana Shoaei. Il Ministero dell’Intelligence ha accusato i detenuti di aver organizzato una cerimonia baha’i volta ad oscurare l’evento annuale sciita di Arbaeen con cui viene commemorato il 40° giorno successivo alla morte del terzo imam sciita nel 7° secolo, nella città di Karbala, in Iraq.

Processato un parlamentare iraniano per aver parlato di corruzione nel 2016
Un influente parlamentare iraniano, spesso critico del governo, è stato convocato in tribunale per un discorso tenuto nel 2016. Mahmoud Sadeqi ha reso noto che la prima audizione per esaminare l’accuse si terrà presso un tribunale della Corte rivoluzionaria islamica. Secondo Sadeqi il Pubblico Ministero lo ha accusa di propaganda anti-regime dopo che un funzionario giudiziario presso il tribunale dei media e della cultura di Teheran ha presentato una denuncia contro di lui.

Le accuse contro Sadeqi si riferiscono a un discorso tenuto il 6 dicembre 2016 presso l’Università Amir Kabir di Teheran. Sadeqi insiste sul fatto che la causa si basa su parti “fuori contesto” del suo discorso in cui aveva fatto riferimento alla corruzione nella Repubblica islamica e al ruolo della magistratura che contribuisce a diffonderla.Da quando si è insediato il nuovo capo della magistratura, sono emersi numerosi casi di corruzione che coinvolgono giudici. L’avvocato e accademico Sadeqi, 57 anni, è noto per aver criticato la magistratura e i servizi di intelligence della Repubblica islamica.

Israele ancora senza governo
Il 3 novembre il presidente del partito Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, ha accusato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu di trascinare Israele verso un terzo turno elettorale affermando che il Primo Ministro non vuole formare un governo di unità con la formazione Blue and White guidata da Benny Gantz.

L’insistenza di Netanyahu nel volere l’inclusione del diritto religioso alla base di un governo di unità, ha scritto Lieberman su Facebook, “indica chiaramente che l’intera responsabilità per la paralisi delle istituzioni governative, con il relativo rischio di dover tornare alle elezioni per la terza volta, ricade solo su Netanyahu che si sta aggrappando al blocco messianico ultra-ortodosso Haredi per motivi personali e sarebbe disposto a sacrificare sia i presidenti della Commissione Affari esteri e della Commissione Difesa della Knesset, sia il sostegno ricevuto dagli immigrati dell’ex Unione Sovietica, a favore di quel blocco”, ha spiegato Lieberman che ha concluso ribadendo il rifiuto di entrare a far parte di un governo di minoranza con il sostegno dall’esterno dalla Arab Joint List.

L’Iran evita la cacciata del Primo ministro iracheno
In Iraq è intervenuta Teheran per impedire che il Primo Ministro iracheno Abdel Abdul Mahdi dimissionasse a seguito delle manifestazioni antigovernative che stanno attraversando il Paese. Il religioso populista sciita Moqtada al-Sadr ha chiesto che Abdul Mahdi indicesse elezioni anticipate per reprimere le manifestazioni di massa più grandi che l’Iraq non vedeva dall’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003. Le manifestazioni sono alimentate dalla rabbia per la corruzione e per le tante difficoltà economiche. Sadr aveva esortato il suo principale rivale politico, Hadi al-Amiri, la cui alleanza di milizie appoggiate dall’Iran costituisce la seconda più grande forza politica in parlamento, a respingere Abdul Mahdi.

Il Primo Ministro libanese Hariri si dimette, ma potrebbe tornare
Il 29 ottobre il Primo ministro libanese, Saad Hariri, si è dimesso affermando di esser entrato in un “vicolo cieco” dopo aver tentato di trovare una soluzione alla crisi del Paese. Hariri si è scontrato con il Ministro degli Esteri Gebran Bassil il quale ha rifiutato tutte le proposte del premier per un rimpasto di gabinetto.

Molti manifestanti, scesi in piazza da giorni, hanno accolto con favore la mossa di Hariri. Altri, principalmente sunniti, hanno invece espresso rabbia per il fatto che Hariri – il loro leader – stava diventando un capro espiatorio. Il 30 ottobre, il Presidente del Libano, Michel Aoun, ha ufficialmente incaricato Hariri di condurre le consultazioni in vista della nomina di un nuovo premier e della formazione di un nuovo governo. Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite hanno esortato tutti i responsabili l​ibanesi a evitare ritardi nel processo di formazione di un nuovo governo.

Diverse figure politiche libanesi, tra cui Walid Joumblatt, Samir Geagea e Alain Aoun del Movimento patriottico libero del presidente Michel Aoun, hanno indicato che avrebbero sostenuto il ritorno di Hariri.

Hezbollah commenta le dimissioni di Hariri
Hezbollah ha commentato le dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri sostenendo che “sprecherebbe il tempo a disposizione per attuare le riforme, approvare il bilancio e aumenterebbe le possibilità di una crisi”. E’ una dichiarazione molto ironica, dato sono stati proprio Hezbollah e il suo alleato, il Presidente Michel Aoun, ad aver ostacolato il tentativo di Hariri di risolvere l’attuale crisi economica senza dimettersi, insistendo sul fatto che il Ministro degli Esteri Gebran Bassil, vicino a Hezbollah, dovesse rimanere al governo. La dichiarazione di Hezbollah, molto simile ad una rilasciata da Teheran, includeva anche la condanna dell’“interferenza americana negli affari interni” della regione, addosso agli Stati Uniti la responsabilità del caos dilagante in tutto il Medio Oriente.

In Yemen i morti causati dal conflitto superano i 100.000
Secondo un progetto di database molto apprezzato che segue il conflitto in Yemen, il bilancio delle vittime della guerra scoppiata nel 2014 ha raggiunto le 100.000. Il progetto Armed Conflict Location and Event Data (ACLED), considerato affidabile, tiene il conto dei decessi confermati dovuti al conflitto e ha affermato che della cifra fanno parte 12.000 morti civili causati da attacchi diretti. Secondo ACLED, dall’inizio del 2019 sono state uccise 20.000 persone, facendo di quest’anno il secondo più sanguinoso della guerra dopo il 2018.

Il conflitto in una delle nazioni più povere del mondo arabo è iniziato nel 2014 con l’acquisizione dello Yemen settentrionale e centrale da parte dei ribelli Houthi, allineati all’Iran, che hanno cacciato il governo internazionalmente riconosciuto dalla capitale, Sana’a.

FOTO DELLA SETTIMANA
Napoli, 31 ottobre 2019: Dolma Lhazom, Thubten Wangchen, Giulio Terzi di Sant’Agata e Kalsang Dechen al 9° Congresso italiano del Partito Radicale

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