Armando Armas: Honk Kong è la nuova Tiananmen?

Proponiamo la versione italiana di un articolo di Armando Armas, presidente della Commissione Esteri dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e membro onorario del Comitato Globale per lo Stato di Diritto, pubblicato il 7 giugno su La Gran Epoca in merito alla repressione a Hong Kong e all’abuso della violenza da parte delle forze dell’ordine.

Nelle ultime settimane numerose proteste hanno rivendicato il rispetto dei diritti degli afroamericani, sulla scia delle brutalità commesse della polizia, viste dal mondo intero e che hanno portato all’uccisione di George Floyd, creando indignazione non sono nelle comunità di origini africane, ma in tutti noi che vediamo nelle ingiustizie contro la vita una minaccia per l’umanità e i principi democratici.

Curiosamente, queste proteste si sovrappongono con la commemorazione dei 31 anni del massacro di Piazza Tiananmen a Pechino. Considero opportuno in un momento così favorevole per la sensibilizzazione sui diritti umani, alzare la voce a favore dei cittadini di Hong Kong.
Il 1989 fu un anno di grande cambiamento per l’ordine mondiale. Cadeva la cortina di ferro, nascevano nuovi movimenti democratici in tutto il mondo, ma si verificavano anche proteste sociali e politiche.

In quell’anno, la piazza di Tiananmen a Pechino si convertì in una delle icone della lotta per le libertà. Differenti settori della società che volevano approfondire le riforme portate avanti una decade prima da Deng Xiaoping scesero in piazza per protestare. Nonostante si parli di centinaia di assassinati, mille arrestati e centinaia di migliaia di feriti, non ci sono dati reali su ciò che realmente successe quel giorno. Purtroppo queste cifre non si possono richiedere, dato che il regime comunista non prevede istituzioni presso le quali poterlo fare. Il potere si impone su tutto e la legge è un mero strumento per il suo esercizio, contrariamente a quanto succede nelle democrazie, in cui le leggi sono concepite per il suo controllo.

Le proteste di Tiananmen lasciarono, tra le altre cose, un’immagine: quella di un giovane di fronte a una colonna di carri armati. Immagine che è servita da ispirazione per coloro che, sin dalla giovane età, si impegnano nell’attivismo per i diritti umani, la libertà e la democrazia, come d’altronde stiamo facendo noi.

Negli anni successivi, il sistema economico globale ha permesso alla Cina di convertirsi nella seconda potenza economica del mondo. Chiudendo un occhio, e a volte entrambi, in tema di diritti umani, i paesi che battevano la bandiera della libertà e della democrazia, come la grande eredità del mondo occidentale, soccomberono alla tentazione di fare affari con colui che si convertirà nel “gigante asiatico”.

Qualcuno pensava che la crescita economica cinese avrebbe portato a un’apertura politica e ad un’eventuale democratizzazione. Nulla di più lontano dalla realtà. Il partito comunista cinese (PCC) è una organizzazione che mostra oggi il suo lato più aggressivo, svelando il carattere espansionista del suo progetto, non solo economico, ma anche politico. Il comunismo è un’essenza espansionista. La rivoluzione, diceva Trotsky, “o è internazionale o non è.”

Le giganti somme di denaro ammassate durante gli anni dal PCC, sommate alle nuove tecnologie e alle dinamiche della globalizzazione, han fatto sì che la minaccia di una specie di Cyber Totalitarismo oggi sia una realtà.

Le tre T e Hong Kong
Tibet, Taiwan e Tinanmen sono considerati tabù in Cina. Molto del cosiddetto soft power, attraverso il finanziamento di ricerche accademiche, l’apertura di istituti Confucio nei paesi del mondo, la propaganda mediatica e la concessione di linee di credito ai paesi più poveri, forma parte di uno schema di censura della realtà delle 3T.

Lo stesso sta succedendo nell’attualità con Hong Kong, in cui le proteste, portate avanti da una popolazione che a causa del colonialismo britannico si sente più identificata con i valori e principi della democrazia, il rispetto della legge, la libertà di stampa e di associazione, in contrapposizione ai valori del comunismo che si pretende imporre da Pechino con l’uso della forza.

“Un Paese, due sistemi” era il principio adottato dalla Cina dal 1984 per determinare “zone economiche speciali” nelle quali applicare principi dell’economia capitalista. Nella dichiarazione congiunta sino-britannica firmata nel 1985 si sarebbe accordato che dal febbraio 1997 e per 50 anni, Hong Kong avrebbe formato parte della Cina, nonostante fosse amministrata da un sistema differente al socialismo-comunismo.

Attualmente, la violenza dalla polizia e la minaccia militare dell’esercito popolare cinese contro i cittadini di Hong Kong, manda all’aria tali accordi, così come il diritto internazionale. Attraverso la forza si pretende imporre un principio: “una Cina, un sistema”.

Tutte le vite sono importanti
Il recente omicidio di George Floyd è un fatto ripugnante, indignante e lo condanno energicamente. Tuttavia, ci sono motivi per pensare che questi eventi possano essere un’opportunità unica per i nemici della democrazia. Come 31 anni fa, l’attuale momento storico è di forti movimenti tellurici nel campo economico e politico internazionale. È lo scenario ideale per coloro che amano pescare in un fiume tortuoso.

La vita dei siriani, degli iraniani, dei cubani, dei somali e dei birmani, che hanno alzato la propria voce negli ultimi anni, importa. Così come importa la vita dei popoli dello Yemen, del Sudan del Sud, del Nicaragua o del Venezuela; per nominare alcuni dei paesi in cui regnano oppressione e ingiustizia.

Oggi alzo la voce per la vita degli abitanti di Hong Kong; mentre scrivo queste righe, migliaia di persone si riuniscono a Victoria Park sfidando le forze dell’ordine per commemorare il massacro di Piazza Tiananmen. Faccio mie le parole di Tom Tugendhat, mio omologo nella Camera dei Comuni del Parlamento britannico in un recente tweet: “se non si è disposti a difendere la libertà ovunque, non si può sperare di poter godere della libertà in nessun luogo”.

Hong Kong è la nuova Tiananmen?
Nonostante le persecuzioni e le incarcerazioni ad Hong Kong negli ultimi anni, certamente non possiamo parlare di massacro, come Tiananmen. Per lo meno fino ad oggi e speriamo non doverlo mai fare. Ma con i comunisti non si può mai sapere, la loro è una storia di massacri, invasioni, carestie e morti.

Dobbiamo protestare di fronte alla brutalità del Partito Comunista Cinese e la sua determinazione a non rispettare il diritto internazionale, aumentando il suo controllo politico mentre impone la censura ai mezzi di comunicazione e ai giornalisti. Promuovendo inoltre, campagne di disinformazione e attacchi propagandistici che potenziano il vandalismo in occidente per consolidarsi internamente ed esternamente e allo stesso tempo legittimarsi come il migliore modello di governabilità (politica ed economica) per il mondo post-COVID19.

Se la lotta che stanno combattendo i cittadini di Hong Kong, come lo fece 31 anni fa quel giovane di fronte ai carri armati nel viale Chang’an di Pechino, serve da ispirazione per opporsi al totalitarismo di oggi, ci troviamo di fronte a una nuova icona di lotta, di resistenza, una nuova Tiananmen.

Armando Armas
Presidente della Commissione Esteri dell’Assemblea Nazionale del Venezuela

Traduzione: Lorenzo Domizi

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