Aung San Suu Kyi tra luci e ombre. Giulio Terzi: «Tornerà»

Brucia il Myanmar, brucia la democrazia. Con il colpo di Stato, i militari si riprendono tutto: comunicazioni sospese, spazio aereo chiuso, Aung San Suu Kyi deposta, arrestata e sbattuta ai domiciliari. In frantumi, dunque, l’ultimo talismano della speranza. Quella di un equilibrio (im)possibile tra libertà civili e poteri militari, appunto.

Una paladina dai tratti comunque poco chiari, pieni di ombre: premio Nobel per la Pace nel 1991, leader del partito di opposizione, entra in parlamento nel 2012, vince le prime elezioni libere nel 2015 e le stravince nel 2020.

Anni di una rivoluzione macchiata, però, dalle accuse di mancata tutela, e peggio ancora di persecuzione, di alcune minoranze etniche. In particolare, in uno Stato buddista, di quella musulmana dei Rohingya.

Il quadro del Paese è complesso, il personaggio ha addirittura un che di indecifrabile. Per provare a capire l’uno e l’altro, le parole di uno dei massimi esperti di politica internazionale. Ambasciatore, già Ministro degli Esteri, “super diplomatico”: Giulio Terzi di Sant’Agata. Lui che, al di là di una miriade di altri spunti interessanti, San Suu Kyi l’ha incontrata.
Intervista di Luca Marfé per Vanity Fair.

Ambasciatore, che cosa sta succedendo in Myanmar? Chi sono i buoni e chi invece i cattivi?

«Un percorso tormentato verso un sogno di democrazia. Tra mille fastidi e qualche reazione brutale, il movimento guidato da Aung San Suu Kyi aveva costretto la giunta militare a metabolizzare almeno le fondamenta della democrazia, spingendola così ad accettare l’idea di avviarsi lungo un sentiero di riforme. Questo anche grazie all’approdo al vertice, della stessa giunta, di personalità più erudite e più ragionevoli di quelle che avevano caratterizzato il regime negli anni precedenti. Si è passati così da personaggi folli, tra cui ad esempio un generale teleguidato da un astrologo e da strampalate teorie esoteriche, a persone viceversa consapevoli della necessità di evoluzione, di apertura alla realtà internazionale.

La svolta è il 2012, l’anno in cui ho incontrato San Suu Kyi. Nell’allora Birmania, assieme all’inviato speciale europeo Piero Fassino, proprio mentre l’Unione Europa decideva la rimozione delle sanzioni con il preciso intento di favorire il processo democratico nel Paese. Momenti interessantissimi, indimenticabili. Con il capo dello Stato e tra le mura della casa che aveva visto la Suu Kyi già prigioniera al tempo.

Punto di ripartenza: il rapporto con l’UE, più in generale con la Comunità Internazionale. In chiave interna, invece, una maggioranza finalmente democratica, caratterizzata da un forte senso identitario e buddista, convinta di poter prima affrontare e poi risolvere tutta una serie di drammi aperti: la guerriglia diffusa nonché la convivenza di più di 10 etnie diverse.

E qui la piaga: anni in cui il Paese si è sviluppato, anche economicamente, ma anche anni in cui le frizioni etniche sono peggiorate, con i Rohingya che non sono stati “soltanto” perseguitati, ma che sono stati letteralmente massacrati dalle Forze Armate con la complicità di tutti. Tutti compresa San Suu Kyi, rimasta colpevolmente silenziosa, evidentemente appannata. Lo dico con dispiacere: temo che non ci siano “buoni” in questa vicenda».

Per qualcuno San Suu Kyi sarebbe addirittura “l’ennesimo pupazzo al soldo della Cia”

«La Cia non è un elemento di questo discorso. Il vero punto è il Partito Comunista cinese. L’ex Birmania è grande luce di speranza che rischia di spegnersi con un ritorno totalitarista votato al passato, causa il cinismo della geopolitica internazionale. Causa la Cina, appunto. Ci torno dopo, ma nel frattempo è incredibile come la Suu Kyi non sia riuscita a proteggere il suo Paese neanche facendo la nazionalista. Troppi errori sul fronte dei Rohingya, neanche amore patrio e bandiera hanno potuto salvarla».

Si arriva così al caos di questi giorni.

«Sorprende chi si…sorprende. In Myanmar, la passione per la democrazia è radicata come dimostra la storia più recente e come è stato certificato dagli osservatori internazionali. La democrazia, però, muore sotto i colpi dei militari che, altrimenti destinati all’irrilevanza, ritornano prepotenti con posti di blocco, fermi, arresti, bavagli, veri e propri cordoni che impediscono e che paralizzano tutti gli edifici e tutte le attività del partito della Suu Kyi. Scatta il coprifuoco, viene eliminata di colpo qualsiasi forma di rappresentazione democratica, il controllo dell’apparato militare è di nuovo pieno, feroce.

Ne viene fuori una enorme questione di fondo, addirittura più grande del quadro appena tracciato: il sostegno dell’Unione Europea, in particolare dell’Italia, in generale delle democrazie liberali: dov’è? Dov’è la libertà? Dov’è la sua tutela, il nostro sostegno incondizionato sotto qualsiasi cielo si trovi lei?»

I militari si prendono i pieni poteri per un anno. Poi promettono il voto. Lei ci crede? Per quanto previsto dalla costituzione, lei crede che questa si possa ancora definire “democrazia”?

«Assolutamente no. Il principio fondamentale è violato. Questo è uno Stato “secondo” il diritto e non un Stato “di” diritto. Anche la Germania di Hitler era uno Stato “secondo” il diritto. Muoiono libertà di espressione, di manifestare, singolarmente o tra le strade di un popolo intero. Muore la ripartizione dei poteri, la rappresentanza. Tutto questo è mancato e manca. Manca dunque la democrazia».

Lei cita la Germania di Hitler, io la riporto sulla Cina di Xi Jinping, sulla quale aveva promesso di tornare. In quale casella si colloca il Myanmar sul quadrato della scacchiera internazionale? Ennesimo terreno di scontro tra Occidente e Oriente? Ennesimo crollo sotto i colpi dell’apparentemente inarrestabile dragone cinese?»

«Tema altrettanto importante: gli equilibri geopolitici. Il golpe è potuto avvenire soprattutto perché, al di là del risultato elettorale che era gestibile, il processo in Birmania (ma anche in Cambogia!) era già disturbato dalla Cina e dal Partito Comunista cinese che non tollera vicende che affermino un’alternativa ai regimi militarizzati e dunque – “Orrore”! – democratici. Pechino avverte certi spazi come pertinenze proprie e, con un’orizzonte più vasto, Xi coltiva la sua visione di arrivare ancora più lontano.

Uno sfoggio di incoraggiamenti all’involuzione autoritaria. Tutto molto prevedibile, anche qui sorprende chi si sorprende: gli apparati militari birmani sono notoriamente legati a doppio nodo al Partito Comunista cinese.

E chiudo citando un libro di David Goldman. Grande personaggio, lucido analista, profondo conoscitore della Cina: “You will be assimilated”, “voi sarete assoggettati”. Economicamente, culturalmente (500 Istituti Confucio, non a caso cacciati da Trump, impongono la storia dettata dal partito), in ogni senso o quasi.

Uno studio, il suo, che meriterebbe pagine e pagine di approfondimento, ma dal quale ereditiamo una conclusione positiva: i grandi balzi in avanti sono figli delle grandi crisi. Questa sfida dell’Oriente getta le basi per un’epocale ripartenza dell’Occidente.

La Cina, per dirla fuori dai denti, ci costringe a fare di più, e pure a farlo meglio».

A proposito di Occidente, nel frattempo gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente. E nessuno conosce gli Stati Uniti come Lei. Biden è stato descritto come “molto teso” e la sua amministrazione, al suo primo stress test, già promette una reazione. Fino a dove crede possa spingersi? È soltanto il grande e articolato gioco della diplomazia, dello sbattere i pugni sul tavolo, o pensa possano esserci effettivamente dei rischi, degli equilibri davvero in grado di saltare?

«Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente tutti i volti della nuova amministrazione americana, a cominciare naturalmente dal nuovo presidente Joe Biden. Al tempo era vice di Obama e c’è un tratto che caratterizzava la Casa Bianca allora e che torna a caratterizzarla oggi: la straordinaria capacità di affidarsi alla scienza, all’analisi dei dati, prima di prendere qualsiasi decisione.

Un po’ come quando “quegli” Stati Uniti decisero di eliminare Osama Bin Laden: con un’attività di intelligence sul filo del rasoio, complicata, al limite dell’incredibile. Ma fondata, appunto, sulla fiducia nelle qualità delle proprie Forze Armate, dei propri Servizi Segreti, della propria tecnologia. In senso più vasto: nella scienza, in una certa scientificità.

Questa fede si riverbera sulla politica estera.

Si spingerà dunque sulle sanzioni, sugli strumenti ammessi dall’articolo 7 e più in generale dalla Carta delle Nazioni Unite. Si premerà forte il piede sull’acceleratore del multilateralismo, senza prendere iniziative scomposte, ma senza neanche “bersi” la favoletta che la Cina non c’entri nulla.

E in questo confronto-scontro con la Cina c’è anche un curioso e al tempo stesso straordinario elemento di continuità tra Trump e Biden: possono cambiare calibratura e modi, ma è ferma la consapevolezza di tutto l’universo politico americano, sia democratico che repubblicano, che la vera grande questione sia Pechino.

Solo in Italia, l’oramai ex maggioranza poteva appunto “bersi” certe favolette in salsa agrodolce».

Per concludere, ancora una battuta sulla ex Birmania e sul suo volto più noto: Aung San Suu Kyi tornerà? Quale destino immagina per lei? Quale futuro?

«Continuerà ad essere una protagonista, anche in condizioni così difficili. Questo se si riuscirà ad ottenere che ricompaia sulla scena politica mondiale. Questo il grande obiettivo per la Comunità Internazionale».

Leggi l’articolo sul sito di Vanity Fair

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