Banche centrali indipendenti… ma più trasparenti

L’11 novembre 1997, la Camera di Comuni del Regno Unito adottava un progetto di legge che liberava le operazioni della Banca d’Inghilterra dal controllo governativo. Questo avvenimento storico evidenziava il fatto che la necessità di indipendenza delle banche centrali era divenuta l’opinione dominante nel mondo occidentale.

Attualmente questa opinione è stata rimessa in discussione, e non solamente nel Regno Unito. Finché l’inflazione costituiva il vero pericolo, era logico delegare la politica monetaria alle banche centrali isolate da qualsiasi tipo di pressione per finanziare i deficit di bilancio del governo.

Oggi invece c’è il problema opposto: le banche centrali non riescono a far risalire l’inflazione ai livelli prefissati. Per arrivarci, è necessario che le autorità monetarie e quelle di bilancio lavorino insieme, permettendo specialmente alla banca centrale, in extremis, di monetizzare i deficit. In queste condizioni, l’indipendenza della banca centrale è più un ostacolo che un vantaggio.

L’indipendenza era più facile da difendere quando il compito dei banchieri centrali si limitava a mantenere l’inflazione bassa e stabile. Tenuto conto di questa competenza limitata, le conseguenze in termini distributivi delle decisioni delle banche centrali erano limitate.

All’indomani della crisi finanziaria, le banche centrali hanno acquisito responsabilità ulteriori. La decisione di salvare o meno un dato istituto finanziario, per garantire la stabilità sistemica o per altri motivi, ha evidenti conseguenze per i singoli investitori.

Questo è anche il caso degli interventi non convenzionali sui mercati finanziari. Prevedibilmente, la nozione di indipendenza delle banche centrali che hanno manifestamente aiutato questo o quell’istituto finanziario – in un momento in cui la società nel suo insieme era sottoposta ad una crisi economica senza precedenti – è rapidamente diventata politicamente tossica.

L’indipendenza è ancora più problematica in un’epoca in cui le politiche monetarie nazionali hanno delle conseguenze maggiori a livello internazionale. Il perseguimento degli obiettivi mondiali è difficile, se non impossibile, visto che le banche centrali operano sotto il vincolo di mandati nazionali che l’indipendenza richiede.

Oggi le banche centrali vengono attaccate per molte ragioni: non hanno centrato gli obiettivi di controllo dell’inflazione, non sono riuscite a mantenere la stabilità finanziaria, non agiscono con trasparenza, non tengono sufficientemente in considerazione le ripercussioni che le loro politiche hanno a livello mondiale.

Insoddisfatti di ciò, i politici cercano di riprendere il controllo. La Banca d’Italia è stata attaccata per la gestione della crisi bancaria del paese, la Banca d’Inghilterra è criticata per essersi pubblicamente preoccupata delle ripercussioni macroeconomiche della Brexit.

Dal canto suo, Donald Trump avrebbe l’intenzione di riempire la direzione della Federal Reserve di figure vicine alla sua linea politica.

Eppure, compromettere l’indipendenza delle banche centrali al fine di rafforzare la loro responsabilità politica sarebbe come gettare il bambino con l’acqua sporca. La politica monetaria è complessa e tecnica. Restituire il controllo ai politici sarebbe imprudente, equivarrebbe a consegnare loro le chiavi delle centrali nucleari del paese!

Per alcuni, le banche centrali dovrebbero riaffermare la loro indipendenza abbandonando le politiche macro e microprudenziali ed anche i loro interventi non convenzionali sui mercati finanziari. Ma dalla crisi si può trarre una lezione fondamentale: le politiche macroeconomiche e finanziarie sono strettamente legate e devono essere coordinate in seno alla stessa istituzione anche se sono applicate da commissioni separate.

In compenso, quello che le banche centrali possono realmente fare per difendere la loro indipendenza, è essere più trasparenti. Potrebbero pubblicare i voti dei membri del consiglio, comunicare senza ritardo il contenuto delle loro decisioni, pubblicare conti finanziari più dettagliati – compresi quelli riguardanti le operazioni sui titoli – tenere più conferenze stampa, usare meno banalità per illustrare la loro azione, evitare di pontificare su questioni che non riguardano direttamente il loro mandato, spiegare perché è nell’interesse pubblico cooperare con le autorità di bilancio e con le banche centrali straniere. Possono anche riconoscere il diritto dei politici di definire gli obiettivi che sono incaricate di attuare.

E soprattutto, le banche possono evitare di intervenire nel gioco politico democratico, come nel caso della Banca Centrale Europea che ha accelerato la caduta del governo di Silvio Berlusconi in Italia nel 2011.

Barry Eichengreen
Professore di Economia all’Università della California, Berkeley, già esperto Fondo Monetario Internazionale.

L’articolo originale in inglese sul sito Project Syndicate

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