Basta accordi segreti con il PCC. Abbiamo il diritto di conoscere

Proponiamo l’articolo di Laura Harth pubblicato dall’Apple Daily di Hong Kong sulla campagna del Partito Radicale per il riconoscimento del diritto alla conoscenza, approdata all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Mentre a Hong Kong i media e giornalisti vengono attaccati, i canali dei social media censurati e gli attivisti arrestati, è urgente rivendicare il nostro diritto di conoscere cosa sta succedendo. Se vogliamo contrastare non solo la narrativa, ma anche trovare contromisure adeguate e tempestive, dobbiamo iniziare fermando la sinesizzazione delle nostre democrazie e rafforzare la nostra resilienza ai modelli autoritari, confutando inequivocabilmente la segretezza che circonda gli accordi firmati con il Partito Comunista Cinese e le sue filiali.

Basta accordi segreti con il PCC. Abbiamo il diritto di conoscere

“Wir haben es nicht gewusst”. Questa affermazione tedesca – che letteralmente significa “non lo sapevamo” – si riferisce alla difesa stereotipata che si dice sia stata usata dai tedeschi nel tentativo di deviare le accuse di non aver fatto abbastanza per fermare i crimini nazisti contro l’umanità durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare l’Olocausto. Oggi, sfortunatamente, quella frase vale ancora per gran parte della popolazione mondiale quando si tratta delle atrocità commesse quotidianamente dai regimi dittatoriali di tutto il mondo e dal Partito Comunista Cinese (PCC) in particolare.

Le armi della disinformazione, della propaganda e della censura sono uno strumento chiave nella cassetta degli attrezzi del PCC, utilizzate nei conflitti sia all’interno che all’esterno del suo territorio nazionale. In questo sforzo sono aiutati ed incoraggiati dalla disponibilità di governi e di aziende occidentali nel firmare accordi segreti con questo regime crudele, offuscando ulteriormente la sua vera natura e ampliando lentamente il loro modello di cosiddetta stabilità sociale attraverso il controllo assoluto del flusso di informazione.

Nonostante le celebrazioni annuali della fine dell’Olocausto all’insegna del motto “mai più” il mondo ha impiegato più di tre anni per rendersi conto dei crimini contro l’umanità perpetrati contro le minoranze musulmane nello Xinjiang. Quasi quattro anni di sorveglianza di massa, internamento di massa, denunce di torture, stupri e sterilizzazioni forzate. Quasi quattro anni in cui i familiari all’estero hanno cercato disperatamente informazioni e giustizia per i loro cari scomparsi. Anni in cui il PCC ha continuato a pubblicizzare i suoi incredibili risultati nella regione e il mondo non è stato in grado di fornire una risposta adeguata. Anni in cui numerosi governi del mondo occidentale hanno firmato accordi con lo stesso regime e hanno proibito o vanificato gli sforzi degli attivisti per i diritti umani o dei membri del Parlamento per sollevare la questione e non mettere in imbarazzo i partner cinesi.

Un esempio concreto di tali azioni arriva dalla mia amata Italia. Era l’estate del 2017, circa sei mesi dopo l’inizio della campagna di internamento nello Xinjiang. Avevamo invitato Dolkun Isa, presidente del Congresso mondiale uiguro, a testimoniare al Senato italiano durante una conferenza stampa con il Senatore italiano Luigi Compagna. Dopo 24 ore sul territorio italiano, poco prima di entrare in Senato, siamo stati fermati dalla polizia antiterrorismo italiana. Dolkun è stato portato via e trattenuto per un interrogatorio per quattro ore.

Quando il Senatore Compagna ha insistito per invitare il suo ospite in Senato il giorno successivo, è stato informato che il personale del Senato era stato gentilmente incaricato di non consentire a Dolkun Isa di entrare in nessuna circostanza, per non creare imbarazzo. Più sconcertante dell’evento in sé – che non solo ha censurato Dolkun Isa, ma anche un rappresentante eletto del popolo italiano – è stato il silenzio assordante con cui l’evento è stato accolto dai media italiani, tenendo il pubblico italiano all’oscuro non solo su cosa stava accadendo nello Xinjiang, ma anche sulla misura con cui il regime cinese è evidentemente riuscito a intromettersi nelle istituzioni costituzionali all’interno della stessa Italia. È questo evento che mi ha fatto decidere di dedicare la maggior parte del mio tempo come attivista per i diritti umani in Italia alla promozione della consapevolezza sulla natura del regime cinese e sui suoi metodi e obbiettivi sia all’interno che all’esterno della Cina.

Come ha recentemente affermato il Venerabile Luon Sovath – attivista cambogiano per i diritti umani ora in esilio forzato in Svizzera – in un’intervista al Premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani: “L’accesso alle informazioni è fondamentale nella lotta per i diritti umani. (…) Solo le informazioni reali faranno giustizia”. Il popolo di Hong Kong ha sfruttato questo potere come nessun altro portando la sua battaglia sulla scena mondiale. Hanno utilizzato con successo tutti gli strumenti a loro disposizione per rendere impossibile al mondo non solo di essere testimone della loro situazione, ma utilizzando la loro voce globale anche per far luce sugli abusi in corso contro altre minoranze etniche e religiose in Cina. E non ho dubbi che agli occhi di Pechino questo sia il loro crimine più grande.

Durante la crisi del COVID-19, il PCC ha raddoppiato i suoi sforzi per propagare il suo modello superiore di governo, e troppo spesso abbiamo visto le democrazie aderire a questa narrativa in modo fin troppo superficiale. Alcuni esponenti del governo italiano, soprattutto nei primi mesi della crisi, si sono riferiti più volte al “modello cinese”, astenendosi dal citare modelli che non solo hanno mostrato maggiore efficacia nel contrastare il dilagare della pandemia, ma sono anche riusciti a farlo mantenendo le libertà civili, come Taiwan. In combinazione con la propaganda del governo attraverso i cosiddetti “pacchetti di aiuti” in arrivo dalla Repubblica Popolare Cinese, la capitolazione alla narrativa della supremazia autoritaria è apparsa completa.

Se questa operazione – che dimostra la vera portata del virus del PCC – ha incontrato una crescente opposizione, non è solo dovuto alle molte voci di contrasto all’interno del parlamento italiano e della società civile. Un ruolo enorme è stato svolto e continua ad essere svolto dalle numerose voci coraggiose provenienti da chi è in prima linea contro il regime cinese. Dagli orrori in Xinjiang alla crescente repressione di Hong Kong, sono le loro storie e testimonianze a rendere completo ciò che davvero rappresenta questo modello cinese. Ci mostra qual è la posta in gioco nel lasciare entrare il PCC, in tutte le sue forme – sia attraverso il controllo diretto nelle agenzie multilaterali o attraverso la backdoor delle loro imprese – nei nostri sistemi.

È verso di loro, le innumerevoli e spesso anonime voci, che abbiamo non solo un enorme debito di gratitudine, perché stanno letteralmente pagando la nostra consapevolezza con le loro vite e la loro libertà – come mostra l’orribile esempio dei 12 attivisti di Hong Kong detenuti a Shenzhen -, ma anche un obbligo.

Abbiamo l’obbligo di schierarci con loro. Abbiamo l’obbligo di parlare per loro. Dobbiamo continuare a far luce su ciò che sta accadendo alle persone che soffrono per mano di questo regime che impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per mettere a tacere quelle voci. Mentre i loro media e giornalisti vengono attaccati, i canali dei social media censurati e gli attivisti arrestati, dobbiamo rivendicare il nostro diritto di conoscere cosa sta succedendo e assicurarci che la maggior parte delle persone in tutto il mondo non sarà in grado un giorno di affermare “wir haben es nicht gewusst”.

Se vogliamo contrastare non solo la narrativa, ma anche trovare contromisure adeguate e tempestive, dobbiamo iniziare fermando la sinesizzazione delle nostre democrazie e rafforzare la nostra resilienza ai modelli autoritari, confutando inequivocabilmente la segretezza che circonda gli accordi firmati con il PCC e le sue filiali. I membri del Parlamento italiano non dovrebbero essere costretti ad accettare di non avere accesso agli allegati segreti “tecnici” del MOU sulla Belt and Road Initiative firmato nel marzo 2019. Non dobbiamo accettare di non conoscere il contenuto dei numerosi accordi firmati tra media italiani e le loro controparti cinesi. Non possiamo accettare che le agenzie di stampa italiane “riferiscano” sulla Cina attraverso l’agenzia statale Xinhua. Dobbiamo continuare a fare pressioni sul Vaticano affinché rilasci il vero contenuto del suo accordo biennale con Pechino, e non demordere dal chiedere risposte sul motivo per cui rimane silente sul duro trattamento dei suoi credenti in Cina e preferisce invece zittire i suoi fedeli rappresentanti.

Come afferma lo slogan ufficiale del Washington Post, “la democrazia muore nell’oscurità”. Questo è esattamente ciò a cui mira il PCC. È per questo che il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito – una ONG con status consultivo generale presso l’ECOSOC dell’ONU dal 1995 – ha iniziato, già al tempo della guerra in Iraq del 2003, la lotta per il riconoscimento del diritto umano alla conoscenza. Questa proposta è attualmente all’esame presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, un raggruppamento di 47 Stati membri, in quello che speriamo sarà un primo passo per garantire questo diritto ai cittadini di tutto il mondo e dare loro uno strumento fondamentale per garantire che le violazioni dei diritti umani non possano più passare inosservate o tacere in nome di vantaggi economici o politici. È la differenza fondamentale tra un modello autoritario di censura con controllo delle informazioni e immagini satellitari cancellate e delle libere società democratiche, in cui tutti possiamo prosperare e non essere costretti a essere inconsapevolmente complici di abusi dall’altra parte del mondo.

La conoscenza è potere. È il potere di proteggere noi stessi e gli altri. È il potere di tenere sotto controllo chi è al governo. È il potere che unisce attivisti di tutto il mondo nella lotta contro gli abusi e per la democrazia. Ed è il principale potere che i regimi autoritari e le democrazie oggi temono, sia a Pechino che in Vaticano.

Laura Harth
Attivista per i diritti umani, coordina attività con il Comitato Globale per lo Stato di diritto “Marco Pannella” (GCRL). Agisce anche come Rappresentante presso le istituzioni delle Nazioni Unite per il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (NRPTT) e come collegamento regionale per l’Alleanza interparlamentare sulla Cina (IPAC).

Traduzione: Asia Jane Leigh

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