Boris Johnson convocato in tribunale. Si può sanzionare la menzogna in politica?

A stabilirlo sarà un tribunale britannico. In un articolo del 29 maggio, il Guardian riporta la decisione di un giudice del tribunale distrettuale di Westminster di confermare che la denuncia contro Boris Johnson per aver mentito è ricevibile. Di conseguenza, il candidato alla leadership del Partito Conservatore, nonché potenziale futuro Prime Minister, è stato convocato in tribunale per rispondere dell’accusa di “condotta scorretta in pubblico ufficio” per alcune dichiarazioni rese durante la campagna referendaria sull’adesione all’UE, in particolare quelle sul risparmio di circa 350 milioni di sterline che il Regno Unito avrebbe potuto ottenere. Il reato contestato può essere punito con una pena fino all’ergastolo.

Il caso è nato da un crowdfunding lanciato dall’imprenditore Marcus Ball che ha raccolto oltre 200.000 sterline per formare un team di legali che hanno presentato il caso davanti al giudice distrettuale (district court), Margot Coleman, la quale ha deciso di convocare Johnson con questa motivazione: “Le accuse formulate non sono provate e non ho fatto alcuna constatazione di fatto. Avendo preso in considerazione tutti i fattori rilevanti, sono convinta che in questo caso sia appropriato chiedere la convocazione per i reati così come sono stati esposti. Le accuse sono perseguibili. Ciò significa che l’imputato è tenuto a comparire in questo tribunale per un’udienza preliminare; il caso verrà poi inviato al tribunale della corona (crown court) per il processo. Le accuse in questione possono essere trattate solo dal tribunale della corona”.

E’ una questione delicatissima dunque: si tratta in sintesi di decidere se in politica (almeno in quella britannica) si può sanzionare la menzogna. E’ un obiettivo ambizioso e alto nel segno della ricerca della verità e della correttezza, di cui però non è possibile ignorare i pericoli associati ad un’eventuale sentenza di condanna. I giudici diventeranno i custodi ultimi della verità? Sembra che, per ragioni assai diverse, come nel caso dei prigionieri politici catalani, e in tanti altri in Italia, perfino nel Regno Unito si finisca nelle aule giudiziarie anziché in quelle parlamentari.

Come spiega il Guardian, la prossima udienza presso il tribunale distrettuale di Westminster dovrebbe svolgersi tra 3-4 settimane e Johnson dovrà esserci. Il processo sarà poi rinviato al tribunale della corona (crown court), probabilmente quello di Southwark, per l’udienza preliminare. A questo punto Johnson cercherà l’archiviazione. Un processo completo, di fronte a una giuria, non dovrebbe svolgersi prima di sei mesi.

L’avvocato di Johnson ha detto che la causa intentata da Ball è una “trovata politica” perché “il vero scopo non è vincerla, ma aprirla e mantenerla sotto i riflettori il più possibile. Rappresenta un tentativo, senza precedenti nella giustizia inglese, di utilizzare il diritto penale per affrontare il contenuto e la qualità del dibattito politico. E’ evidente che non è questa la funzione del diritto penale”.

Ad aggravare la posizione di Johnson inoltre, vi è il fatto che all’epoca dei fatti l’esponente Tory era sindaco di Londra. La decisione del giudice Coleman sottolinea che, in quanto sindaco, Johnson aveva firmato diverse lettere in tale veste esprimendo le sue opinioni sulla Brexit e che, soprattutto, il suo allora capo di gabinetto aveva a sua volta informato tutto lo staff del sindaco che quella condotta da Johnson era la “politica ufficiale del sindaco” a favore dell’uscita dall’UE.

Una fonte vicina a Johnson ha detto: “Questo processo non è altro che un tentativo politicamente motivato di invertire la rotta sulla Brexit e ignorare la decisione della gente”. La sentenza è stata anche criticata dai deputati pro-Brexit, tra cui David Davies, che ha affermato che è “davvero inquietante” che Johnson venga trascinato in tribunale e su Twitter ha scritto: “I sostenitori dell’UE hanno falsamente affermato che il voto per l’uscita dall’UE avrebbe fatto crollare l’economia ma contro di loro nessuno ha sporto denuncia”.

Tre anni fa, l’Inchiesta Chilcot, il cui esito fu annunciato dopo sei anni di lavoro nel luglio 2016, ha acclarato le responsabilità politiche di Tony Blair e di altri membri del suo governo nella fase precedente all’azione militare in Iraq nel 2003. I comportamenti manipolatori tenuti ai massimi livelli dello Stato che danneggiarono, alterandolo, il dibattito parlamentare alla Camera dei Comuni non hanno comportato nessuna conseguenza a livello penale. Vedremo cosa accadrà nel caso della Brexit e di Boris Johnson. Una cosa è certa, come ha spiegato a Radio Radicale il Segretario del Siracusa Institute Ezechia Paolo Reale il primo giugno, “occorre distinguere tra il fatto e la sua valutazione”. E’ questo il primo passo da compiere.

Matteo Angioli

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