Brexit e Diritto alla Conoscenza

Martedì 3 ottobre 2017 il Financial Times ha pubblicato un articolo molto acuto sull’atteggiamento mentale del pubblico, rispetto alla vicenda Brexit, quando adeguatamente informato. Sulla base di uno studio scientifico effettuato su un campione accuratamente trasversale del pubblico, l’evidenza dimostra chiaramente che il comportamento degli elettori cambia quando il dibattito aumenta, allontanando le preferenze dalle posizioni estreme precedentemente assunte. Non è un caso se, James Blitz, autore dell’articolo, conclude, in linea con la nostra campagna per il diritto umano alla conoscenza: “Se la democrazia deve funzionare bene, l’opinione pubblica deve essere adeguatamente informata”.

Uscire dalla cacofonia della Brexit
Un maggior numero di organizzazioni deve impegnarsi in un dibattito con i membri del pubblico
James Blitz

Se la democrazia deve funzionare bene, l’opinione pubblica deve essere adeguatamente informata.

Cosa vogliono i Britannici dai negoziati sulla Brexit? E’ una domanda semplice da porre, ma difficile da rispondere. La maggior parte dei sondaggi di opinione sulla Brexit non vanno oltre la domanda sull’annullamento o meno del risultato del referendum (e su questo non vi è stato alcun cambiamento significativo nel verdetto pubblico). Ma valutare ciò che gli elettori pensano su questioni come l’unione doganale, il mercato unico o i controlli futuri sull’immigrazione è molto più complicato.

Una parte del problema è che la Brexit è complicata e, nell’era delle battute a effetto e dei social media, gli elettori non sono ben informati. Pochissime organizzazioni – siano esse partiti politici, sondaggisti o accademici – hanno trascorso un po’ di tempo con i membri del pubblico, discutendo gli argomenti dettagliati sul commercio, l’immigrazione e la sovranità. La cultura politica britannica non si presta a questo tipo di discussioni – come è troppo evidente nel momento delle conferenze dei partiti.

L’Unità Costituzionale dell’University College London ha cercato di colmare questa lacuna. Insieme al think-tank “UK in a Changing Europe”, ha recentemente riunito una “Assemblea dei Cittadini” formata dai 50 elettori. Il gruppo era composto dopo un’attenta selezione effettuata in base al voto espresso nel referendum (25 hanno votato sì alla Brexit, 22 hanno votato contro, e tre non hanno partecipato al voto). Il gruppo ha trascorso due fine settimana ascoltando e partecipando a un dibattito bilanciato sulla Brexit, con il coinvolgimento di relatori politici, accademici e altri esperti. E’ poi stato chiesto loro come si dovrebbe procedere sulla Brexit in quattro voti su aspetti specifici dei negoziati.

In primo luogo, l’Assemblea ha votato a favore della separazione dall’UE assicurando però un proprio accordo commerciale con il continente. Se tale accordo si dovesse rivelare impossibile però, il gruppo preferiva rimanere Stato Membro del mercato unico piuttosto che uscirne senza un accordo.

In secondo luogo, gli elettori hanno votato a favore di un accordo doganale fatto su misura con l’UE che consentirebbe al Regno Unito di concludere patti commerciali internazionali. Ma di nuovo, l’approccio era cauto: se tale accordo doganale su misura non fosse possibile, è preferibile che la Gran Bretagna rimanga nell’Unione doganale attuale.

In terzo luogo, e forse è il dato più eclatante, si è indagato sulla loro visione sull’immigrazione. Ai membri dell’Assemblea sono state offerte cinque opzioni, che andavano dal mantenimento della libera circolazione del lavoro al trattamento dei cittadini dell’UE esattamente come i cittadini extracomunitari. Il gruppo ha optato per la seconda opzione, quella più liberale del menù: avrebbero mantenuto la libera circolazione del lavoro, pur utilizzando la legislazione britannica già esistente per cercare di limitare l’abuso del sistema di welfare.

Infine, hanno votato sul tipo di risultato complessivo che vorrebbero vedere. La preferenza era quella di un accordo commerciale globale con l’UE in combinazione con un accesso favorito al Regno Unito per i cittadini UE. E ancora una volta, se ciò non fosse possibile, vorrebbero che il Regno Unito rimanesse nel mercato unico.

Ci sono due conclusioni da trarre da questo esercizio. Innanzitutto, questo gruppo (una sezione trasversale della società che ha avuto modo di analizzare i problemi posti) favorisce chiaramente la linea sostenuta da Philip Hammond, ovvero tenere un Regno Unito post-Brexit molto allineato con l’Europa, senza rischiare l’economia. Rifiuta la posizione presa da Boris Johnson e Liam Fox nella quale il Regno Unito dovrebbe soltanto firmare un accordo commerciale limitato con l’UE o addirittura nessun accordo commerciale.

In secondo luogo, l’esercizio dell’Assemblea dei Cittadini è un esercizio che altre istituzioni mediatiche, in particolare le emittenti radio-televisive, farebbero bene a replicare. Se la democrazia deve funzionare bene, l’opinione pubblica deve essere adeguatamente informata. Gran parte di ciò che è stato offerto agli elettori nell’attuale stagione delle conferenze dei partiti si è rivelato retorico e disinformazione. Su una questione così complessa come il Brexit, la gente ha bisogno di più Assemblee dei Cittadini per aprirsi un varco in mezzo a questa cacofonia.

Leggi l’articolo originale sul sito del Financial Times.

Traduzione a cura di Laura Harth

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