A che punto è il Tribunale per i Khmer Rossi?

Sono passati oltre 10 anni dall’istituzione del Tribunale Speciale della Cambogia (ECCC-Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia) per la persecuzione di crimini commessi durante il periodo della Kampuchea Democratica, anche conosciuto come Tribunale speciale per i Khmer Rossi. Nel giugno 2003 è stato raggiunto un accordo tra il Governo cambogiano e le Nazioni Unite sull’assistenza e la partecipazione della comunità internazionale al Tribunale straordinario. Questa nuova Corte, nonostante sia stata creata dal Governo locale e dall’ONU, gode di forte indipendenza: si tratta di un Tribunale cambogiano con partecipazione internazionale che applica standard internazionali.

Il Regime dei Khmer Rossi è salito al potere il 17 aprile 1975 guidato da Pol Pot, Nuon Chea, Ieng Sary, Son Sen e Khieu Samphan ed è stato rovesciato il 7 gennaio 1979 dopo 3 anni, 8 mesi e 20 giorni nei quali sono state massacrate quasi 2 milioni di persone, morte per fame, torture, esecuzioni sommarie e lavori forzati.

Nel 1997 il governo, guidato da Hun Sen, ha richiesto l’assistenza delle Nazioni Unite per la costituzione di un processo per perseguire i leader dei Khmer Rossi. Nel 2001, l’Assemblea Nazionale cambogiana ha approvato una legge per creare un tribunale per perseguire i gravi crimini commessi durante il regime. Il governo ha insistito sul fatto che, per il bene del popolo cambogiano, il processo dovesse essere tenuto in Cambogia utilizzando personale e giudici cambogiani insieme a personale straniero.

La materia di giurisdizione della Corte straordinaria è il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, crimini contro l’umanità come definiti nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale del 1998 e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e altri reati così come definiti nel capitolo II della Legge sull’Istituzione della Corte straordinaria promulgato il 10 agosto 2001.

Il lavoro della Corte è però limitato nel perseguimento solo di due categorie di presunti colpevoli per i crimini commessi tra il 17 aprile 1975 e il 6 gennaio 1979: i dirigenti anziani della Kampuchea democratica e quelli ritenuti i più responsabili per gravi violazioni del diritto nazionale e internazionale.

In quest’ottica sono stati arrestati e processati 5 ritenuti tra i maggiori responsabili per il massacro. La Corte è diventata operativa a partire dal luglio 2007, momento in cui sono iniziate le indagini e gli interrogatori ai sospetti Khmer Rossi sulle accuse di genocidio. Nel settembre 2007 arriva il primo arresto per Nuon Chea, l’allora braccio destro del leader Pol Pot, che nel 1998 aveva ricevuto dal governo cambogiano il permesso di vivere presso i confini con la Thailandia. Il processo di Nuon Chea è iniziato nel 2011. Il 7 agosto 2014 ha ricevuto una condanna di ergastolo per crimini contro l’umanità. A seguire, anche Kang Kek Iew, noto anche come “Compagno Duch”, uno dei leader dei Khmer Rossi, che si occupava della sicurezza interna e di gestire i campi di prigionia, è stato condannato dalla Corte per crimini contro l’umanità, genocidio e violazioni della Convenzione di Ginevra. La condanna inizialmente è stata di 35 anni, ma è stata ridotta a causa di un periodo di detenzione illegale tra il 1999 e 2007 presso la Corte Militare Cambogiana.

Tra i cinque compaiono anche i nomi di Ieng Sary arrestato il 12 novembre 2007 e morto nel marzo 2013, e Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary e cognata di Pol Pot, accusata di essere stata responsabile della pianificazione nell’istigazione dei cambogiani durante il regime dei Khmer Rossi, ma dichiarata mentalmente inadatta ad essere processata poiché affetta da Alzheimer, e deceduta nell’agosto 2015. Khieu Samphan, dirigente della Kampuchea Democratica e Capo di Stato dal 1976 al 1979, nell’agosto 2014 ha ricevuto una sentenza di ergastolo per crimini contro l’umanità.

Diverse sono state le controversie e le critiche nate da questi processi. La prima tra queste riguarda la possibilità di allargare il raggio di azione della Corte ad altri responsabili che non ricadono tra “quelli ritenuti i più responsabili”, come nel caso di Meas Muth, all’epoca comandante della Marina, che rimane a piede libero nonostante l’emissione di due mandati di arresto con l’accusa di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, grazie alla forte opposizione del Primo Ministro Hun Sen il quale si è sempre opposto all’allargamento del processo ad altre figure dell’ex regime, essendo stato lui stesso un comandante dei Khmer Rossi, violando così l’accordo del 2003 tra Nazioni Unite e Cambogia sulla creazione della Corte. Proprio per questo motivo per molti il bilancio del processo risulta essere fallimentare, poiché colpisce solo in minima parte i responsabili dello sterminio di quasi due milioni di persone.

Il secondo punto controverso riguarda invece i lavori della Corte, nello specifico i suoi finanziamenti. Il Governo cambogiano e le Nazioni Unite sono entrambe responsabili della gestione dei costi delle operazioni della Corte, che si sostiene interamente grazie a donazioni volontarie provenienti da oltre 35 paesi. Le donazioni destinate alla Corte sono tenute separate dagli altri fondi dei donatori impegnati nell’assistenza allo sviluppo in Cambogia. I dati mostrano un contributo totale di 224,3 milioni di dollari donati tra il 2006 (anno in cui sono iniziati i lavori della Corte) e aggiornati al 31 ottobre 2017. Tra i maggiori contributori, oltre alla Cambogia, ci sono il Giappone (69,801 milioni), gli Stati Uniti (30,813 milioni), l’Australia (26,758 milioni) e l’Unione Europea (11,752 milioni). Tra il 2006 e il 2012 sono stati spesi per la Corte 173,3 milioni di dollari e nel 2014 si è arrivati ad oltre 200 milioni e, a fronte di questa spesa, solamente un caso era stato portato a conclusione.

Ad oggi ci sono altri potenziali imputati che sono stati indagati dalla Corte ma, come per il caso Meas Muth, le accuse probabilmente non verranno mai portate avanti a causa della forte resistenza del governo. Le risposte diplomatiche dei donatori, come riporta il Phnom Penh Post, hanno deviato il commento esplicito sul destino immediato dei casi rimanenti, ma hanno invitato la corte a “andare avanti” e “riuscire”. È probabile che il modo in cui il successo verrà definito sarà la chiave per chiudere un processo che il governo cambogiano non appoggia più. Naoaki Kamoshida, consigliere presso l’Ambasciata del Giappone, ha detto che il suo governo “attribuisce importanza al tribunale dei Khmer Rossi” perché rende giustizia alle vittime e rafforza lo Stato di Diritto in Cambogia, e aggiunge che, “visto l’invecchiamento degli imputati e delle vittime, 35 anni dopo la caduta dei Khmer Rossi, il Giappone incoraggia la Corte ad accelerare il processo giudiziario”.

Oltre a limitare fortemente il raggio d’azione della Corte, il Governo cambogiano ha anche negato l’accesso a potenziali testimoni che attualmente ricoprono importanti cariche di governo. Nonostante il numero limitato di condanne, i modesti risultati e le difficoltà, il Tribunale ha indubbiamente rivestito un importante ruolo simbolico mantenendo viva la memoria storica e creando consapevolezza all’interno del Paese e nella comunità internazionale.

Irene Guidarelli

Print Friendly, PDF & Email

Add Comment