Cittadini palestinesi cercano giustizia presso una Corte israeliana

Il Jerusalem Post l’ha definito come uno dei casi più singolari che si siano visti da anni: 51 cittadini dell’Autorità Palestinese hanno fatto ricorso presso la Corte di Giustizia del distretto di Gerusalemme chiedendo giustizia per i maltrattamenti subiti dalle forze di polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Tra il 1990 e il 2003 l’ANP ha arrestato arbitrariamente, incarcerato e torturato decine di cittadini palestinesi, accusati di collaborazionismo con Israele.

I querelanti hanno raccontato di essere stati prelevati dalle loro case e dai posti di lavoro anche in pieno giorno. Come riporta il quotidiano israeliano Haarez, alcuni di loro sono stati sequestrati nella Area C della West Bank (Cisgiordania) che è sotto il controllo civile e di sicurezza di Israele ed anche a Gerusalemme, dove le forze palestinesi non sono autorizzate a operare.

I rapimenti, le detenzioni e le torture brutali, che si sono protratte in alcuni casi per anni e anni, avevano lo scopo di estrarre informazioni e confessioni, i detenuti infatti erano sospettati di collaborare con Israele o di essere informatori dello Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello Stato di Israele).

Come viene raccontato in alcune testimonianze, i rapiti venivano bendati utilizzando spesso una sacca impregnata di urina; le condizioni di detenzione erano pessime, con privazioni frequenti di cibo, acqua e sonno, i detenuti venivano legati al soffitto o tenuti in posizioni di stress estremamente dolorose e per lunghi periodi di tempo, il così detto metodo “Shabah”. In alcuni casi i prigionieri erano chiusi in contenitori di metallo surriscaldati nei giorni più caldi o in alternativa esposti a temperature estremamente fredde fino alla perdita dei sensi. Alcuni raccontano di essere stati forzati a bere acqua dal gabinetto o sedersi su bottiglie di vetro rotte; ma gli interrogatori erano senz’altro il momento più difficile da affrontare. I detenuti venivano picchiati, gli venivano spente addosso sigarette o estratti a forza i denti o le unghie. In molti accusano di aver subito abusi e percosse sui genitali che li hanno lasciati sterili e impotenti.

Lo scopo di questi interrogatori era quello di estorcere una confessione, infatti agli accusati non venivano mai presentate prove della loro colpevolezza, ma erano solamente pressati a confessare. La detenzione a cui sono stati sottoposti ha lasciato molti dei prigionieri, alcuni dei quali al momento del sequestro aveva un’età di 18-19 anni, con lesioni più profonde di quelle fisiche, come depressione, tentativi di suicidio e stress post-traumatico e che li condizionano nel quotidiano impedendogli di svolgere una vita regolare.

La sentenza di circa 1800 pagine della Corte israeliana, emessa il 19 luglio 2017 dal giudice Moshe Drori, giunta dopo 14 anni di deliberazioni e 90 sessioni giudiziarie, è a favore dei querelanti, rappresentati in un primo momento dall’avvocato israeliano residente nella West Bank Menachem Kornvich e successivamente dagli avvocati Barak Kedem e Aryeh Arbus dello studio Rom-Arbus-Kedem-Tzurche, che ora possono fare causa all’Autorità Palestinese per detenzione e maltrattamento.

Il giudice ha affermato inoltre che nel momento in cui la ANP arresta un sospetto accusato di cooperare con Israele, lo fa per motivi di sicurezza. Ciò però non ricade sotto la sua autorità ma sotto quella israeliana, perciò gli arresti e le detenzioni sono da ritenersi illegali. Per di più se i sospettati palestinesi fossero stati arrestati per collaborazionismo, cosa che in alcuni casi è stata provata essere vera, con lo sopo di sventare attacchi terroristici, secondo gli Accordi di Oslo l’Autorità Palestinese non avrebbe autorità in materia ma sarebbe invece obbligata ad assisterli in questo. Di conseguenza la Corte ha dichiarato che la PA in nessun modo era legittimata a trattare questi soggetti come criminali figuriamoci sottoporli a tortura. La richiesta di risarcimento di danni dei querelanti ammonta ad un totale che varia tra 120 e 170 milioni di euro, da ripartire tra le vittime a seconda della gravità del danno subito.

A rappresentare la ANP c’è un team di avvocati Israeliani, tra cui Yosef e Yehonatan Arnon, che hanno tentato diversi tipi di difesa, inizialmente addirittura negando che alcun tipo di tortura fosse stata perpetrata e passando poi ad affermare che l’Autorità Palestinese avesse diritto di arrestare e porre sotto pressione i detenuti che potenzialmente potevano compromettere la sicurezza Palestinese, un’altra delle argomentazioni presentate era la mancanza di giurisdizione di Israele sui cittadini della ANP. La Corte ha respinto tutte le argomentazioni della difesa, che ora cercherà di ridurre al minimo le richieste di risarcimento.

Purtroppo queste vittime non hanno trovato appoggio e simpatia nella loro comunità locale e tra le associazioni e organizzazioni che si occupano della difesa dei Diritti umani nella zona della West Bank. Il sito internet NGR riporta come, a seguito della sentenza, gli avvocati delle vittime non siano riusciti a trovare una singola organizzazione per i diritti umani che li assistesse nel trovare degli specialisti per determinare i danni fisici e psicologici. “Ogni ONG che abbiamo contattato si è rifiutata di aiutarci. Hanno detto che aiutano solo le persone che fanno causa a Israele”, ha detto Barak Kedem, uno degli avvocati coinvolti nel caso.

La ANP non è nuova all’utilizzo di violenza e metodi di tortura. Nel 2015 un residente arabo della Samaria, il 22enne Ahmad al-Deek, ha raccontato al sito BuzzFeed le brutalità a cui è stato sottoposto durante la sua detenzione arbitraria di 5 giorni da parte delle forze di sicurezza della AP, alla quale ha poi fatto causa chiedendo un risarcimento di 1 milione di dollari.

Di casi simili ce ne sono stati davvero molti, evidenziando un vero e proprio schema di comportamento della ANP che prosegue indisturbata da decenni nella violazione dei diritti umani di molti palestinesi, e che ha ricevuto poca e scarsa attenzione da parte dei media.

Nel gennaio 2016 la Commissione Palestinese Indipendente per i Diritti Umani ha rivelato che la ANP e i centri di detenzione di Hamas in Giudea, Samaria e Gaza, impiegano regolarmente l’utilizzo della tortura per estorcere ai sospetti confessioni spesso false, violando sistematicamente i loro diritti. Il Report della Commissione ha rivelato che, solo nel 2015 “La Commissione Indipendente per i Diritti Umani ha ricevuto 292 denunce da parte dei cittadini per atti di tortura, maltrattamento e assalto fisico in Cisgiordania e 928 nella Striscia di Gaza”.

La severità della situazione è ulteriormente confermata dal Report annuale per il 2016/2017 dello Stato Palestinese di Amnesty International:

“L’Autorità Palestinese nella West Bank e l’amministrazione de facto di Hamas della striscia di Gaza, hanno continuato a limitare la libertà d’espressione arrestando e trattenendo opponenti politici e critici. Hanno inoltre limitato il diritto assemblea pacifica ed hanno utilizzato una forza eccessiva per disperdere alcune proteste. La tortura e i maltrattamenti dei detenuti restano molto diffusi sia a Gaza che nella Cisgiordania […] Le autorità di Sicurezza nella West Bank, tra cui la Preventive Security e General Intelligence, e quelle di Gaza, in particolare il Servizio di Sicurezza Interna, hanno arrestato arbitrariamente critici e sostenitori delle organizzazioni politiche avversarie.”

E ancora: “Torture ed altri maltrattamenti dei detenuti rimangono all’ordine del giorno e sono commessi con impunità dalle forze di polizia Palestinese e altre forze di sicurezza nella zona della West Bank, e a Gaza dalla polizia di Hamas e altre forze di sicurezza. In entrambi i casi tra le vittime sono inclusi bambini […] Né il Governo di consenso nazionale palestinese, né l’amministrazione di Hamas a Gaza hanno indagato in modo indipendente le accuse di tortura o hanno chiamato i colpevoli a rispondere delle loro azioni”.

Irene Guidarelli
@nerei14

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