Colpo di Stato in Myanmar

Mentre un nuovo parlamento stava per entrare in carica, l’esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato di emergenza. Il colpo di stato non è arrivato inaspettato, poiché le forze armate lamentavano da tempo irregolarità nel voto di novembre, segnato da un nuovo trionfo di Aung San Suu Kyi, e avevano già minacciato un colpo di stato il 26 gennaio scorso. L’esercito ha governato il Myanmar per 50 anni prima che il governo civile tornasse nel 2011 e detiene ancora un vasto potere costituzionale.

L’ex generale Myint Swe, ora nominato presidente ad interim dall’esercito, ha dichiarato che il colpo di stato militare che ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi è costituzionale. I militari hanno promesso nuove elezioni libere ed eque sulla scia della Costituzione. Proteste di massa contro le frodi elettorali sono iniziate in molte regioni del Paese, si legge nella nota diffusa dalla televisione birmana, a tal proposito viene dichiarato lo stato di emergenza ai sensi degli articoli 417 e 418 della Costituzione.

Invece sulla pagina Facebook (verificata) del presidente dell’NLD è apparso un messaggio di Aung San Suu Kyi, che invitava il popolo del Myanmar a non accettare il colpo di stato e a scendere in piazza. L’esercito del Myanmar ha già però più volte dimostrato la sua brutalità nel rispondere a manifestazioni e proteste, e le truppe già pattugliano le strade delle principali città e le comunicazioni sono state limitate.

I canali televisivi internazionali e nazionali, inclusa l’emittente statale, non sono andati in onda e i servizi internet e telefonici sono stati interrotti, mentre le banche sono state costrette a chiudere. La riposta estera è stata immediata. Mentre la Cina ha mantenuto una certa neutralità identificandosi come un “friendly neighbour” del Myanmar con la speranza che le parti avessero potuto mettere da parte le loro divergenze per la stabilità sociale e politica dello stato, gli Stati Uniti hanno condannato il golpe, chiedendo alle forze militari di tornare sui loro passi. Un esponente della Casa Bianca ha infatti dichiarato che gli Stati Uniti “si oppongono a qualsiasi tentativo di alterare l’esito delle recenti elezioni o di impedire la transizione democratica del Myanmar, e prenderanno provvedimenti contro i responsabili se questi passi non saranno invertiti”.

La risposta degli Usa è stata rapidamente sostenuta da quella del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres che ha definito il colpo di stato “un duro colpo alle riforme democratiche in Birmania”; e che di conseguenza i leader militari sono chiamati “a rispettare la volontà del popolo birmano e ad aderire agli standard democratici” e che pertanto “qualsiasi controversia dovrà essere risolta attraverso un dialogo pacifico”.

Anche l’Europa ha alzato la voce in difesa di Aung San Suu Kyi attraverso dichiarazioni e tweet di Ursula von der Leyen; il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel e il capo della diplomazia, Josep Borrel. Anche la stessa Farnesina ha segnalato preoccupazione per gli arresti e l’interruzione del processo di transizione democratica, dichiarando che San Suu Kyi e gli altri leader arrestati devono essere immediatamente rilasciati.

Mentre i manifestanti scendono in strada, non solo in Myanmar, ma anche in Thailandia, dove la polizia in tenuta anti-sommossa si sta muovendo per disperdere i manifestanti davanti all’ambasciata di Bangkok, dobbiamo ricordare che la storia del Myanmar è una storia di profonde pressioni, guerre civili e tensioni etniche. Anche per queste ragioni, condividiamo con il resto del mondo la nostra preoccupazione per gli eventi in corso, sperando in un ritorno al rispetto della Rule of Law e le istituzioni democratiche.

Asia Jane Leigh

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