Cosa si può fare per salvare i ribelli siriani?

La caduta di Aleppo passerà alla storia come la vergogna dei politici di tutto il mondo
di Giulio Maria Terzi di Sant’Agata

Con la città di Aleppo ormai quasi completamente invasa dalle forze fedeli al dittatore siriano Bashar al-Assad, i social media ha reso la carneficina evidente. I politici occidentali non possono pretendere di non aver saputo.

Hanno visto il filmato di poveri bambini siriani correre ai ripari, madri piangere i loro cari, bombardamenti indiscriminati. E la risposta: nessuna azione. Totale indifferenza. Questo passerà alla storia come la vergogna dei politici di tutto il mondo.

I gruppi ribelli moderati e pro-democrazia hanno effettivamente perso una delle loro principali roccaforti. È importante notare, tuttavia, che non hanno abbandonato la loro causa. Portavoce dei ribelli hanno ribadito con forza che le loro richieste rimangono.

Queste includono non solo la cacciata del governo di Assad, ma anche la fine dell’influenza straniera dal loro paese, specialmente quella della Repubblica islamica dell’Iran e dei suoi attori intermediari.

Per tracciare una rotta per il futuro, è importante riconoscere quello che è successo. E’ importante ricordare che nei primi mesi di questa guerra di ormai quasi sei anni, l’opposizione ha fatto passi da gigante, tanto che Assad sembrava essere sul punto di dover lasciare il potere. In una competizione diretta tra il malcontento popolare e la repressione del governo, il malcontento popolare vince.

Il problema è emerso solo per il movimento anti-Assad quando i suoi alleati stranieri hanno cominciato a coinvolgere direttamente se stessi nel conflitto, armando e fornendo le forze filo-governative, consolidandole poi con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC), con Hezbollah e altri gruppi militanti sciiti e con mercenari reclutati dall’Iran da comunità di rifugiati afgani e pakistani.

Ma la vera svolta si è verificata solo dopo che la Russia è andata oltre il semplice sostegno finanziario e logistico al regime di Assad, iniziando una massiccia campagna di bombardamenti contro i ribelli moderati anziché contro i militanti ISIS.

E’ stato l’Iran che ha convinto la Russia ad entrare al conflitto, e quindi è stato l’Iran ad aver principalmente orchestrato le vittorie di Assad. Poco prima dell’inizio dei bombardamenti russi, Qassem Suleimani, il capo della Forza Quds dell’IRGC, si è recato a Mosca per discutere i piani per il futuro della Siria.

Il viaggio di Suleimani costituiva una violazione a titolo definitivo di risoluzioni delle Nazioni Unite, dato che gli era stato vietato di effettuare viaggi internazionali a causa dei suoi ben noti sostegno e partecipazione ad attività terroristiche. Ma né lui né i suoi capi a Teheran, né i suoi ospiti russi hanno pagato le conseguenze di questa violazione del diritto internazionale, perché le potenze occidentali temevano di compromettere l’accordo nucleare. Il disinteresse occidentale ha dato Teheran e Mosca carta bianca per il massacro dei Siriani indifesi.

Molto prima che Aleppo soccombesse alle forze pro-Assad, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, presieduto da Maryam Rajavi, ha rivelato qual è il centro delle attività del regime iraniano nei pressi di Aleppo. E’ a Fort Behuth, 35 km a sud-est della città.

Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) ha identificato il Brigadier Generale Seyed Javad Ghafari come il Comandante delle forze vicine ad Aleppo, che aveva tenuto incontri sia con Suleimani, sempre in barba alle risoluzioni delle Nazioni Unite, sia con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrollah e con Bashar al-Assad stesso.

Il rapporto del CNRI evidenzia anche che Fort Behuth ospita centri di comando separati dell’IRGC e di Hezbollah, sezioni specifiche di diversi gruppi di militanti intermediari e anche soldati e ufficiali delle forze armate siriane. Il rapporto offre un’istantanea delle forze che sono chiaramente coinvolte in crimini sistematici contro l’umanità nel territorio conquistato.

Civili siriani hanno raggiunto il pubblico occidentale con i loro orribili racconti di esecuzioni sommarie, comprese quelle di donne, minori, medici e così via. E’ orribile pensare che nelle nazioni libere e democratiche dell’Europa e del Nord America siamo stati a guardare lasciando che tutto ciò accadesse, ma è proprio quel che stiamo facendo tutti.

Il tutto è aggravato dal fatto che probabilmente l’intervento diretto non si sarebbe reso necessario se avessimo preso misure adeguate per prevenire l’ingerenza del regime iraniano.

Quando abbiamo ignorato la visita di Suleimani a Mosca, abbiamo fatto finta di non vedere l’eredità del terrorismo internazionale. Quando abbiamo ignorato la partecipazione dell’Iran nel conflitto, abbiamo tacitamente approvato l’esportazione dei vili standard della Repubblica Islamica in materia di diritti umani.

Non solo, le nazioni che hanno cercato di negoziare il futuro della Siria si sono spinte fino al punto di premiare l’Iran per il suo intervento assegnandogli un posto al tavolo. La storia è un buon insegnante, se si vuole. L’indifferenza e l’inerzia non fanno che incoraggiare i colpevoli.

Nell’estate del 1988, 30.000 prigionieri politici, per lo più attivisti dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK), sono stati massacrati in tutto l’Iran. La reazione da parte dell’Occidente fu un silenzio totale. Oggi, molti dei beneficiari iraniani di quel silenzio sono le menti delle atrocità di Aleppo, con la Russia come complice.

Il mondo occidentale porta una vergognosa responsabilità per lo stato in cui si trova attualmente la Siria e il tempo per rimediare ai nostri errori sta per scadere. E’ però ancora possibile far capire a Teheran che dovrà affrontare serie conseguenze finanziarie e politiche per il suo ruolo nefasto in Siria.

E’ ancora possibile ricondurre il conflitto al suo stato originale, quello tra la volontà popolare del popolo siriano e la dittatura isolata a Damasco.

L’enorme visibilità delle atrocità commesse ad Aleppo crea una chiara opportunità per raggiungere questo obiettivo. La comunità internazionale può fermare Teheran e Mosca chiedendo un’azione da parte della Corte Penale Internazionale e dal Tribunale per i crimini di guerra.

Organizzazioni civili, dignitari e ONG devono presentare queste richieste immediatamente e senza indugi. E devono rompere il silenzio per il quale altrimenti la storia ci giudicherà.

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