Così la macchina di propaganda cinese penetra nei media italiani

Xi Jinping ha definito l’informazione come una delle tre “armi magiche” del Partito Comunista Cinese nel diventare un leader della globalizzazione 2.0. Può l’Italia permettersi di considerare questo settore meno strategico per il sistema Paese? L’analisi di Laura Harth per Formiche.net

Ottima la notizia del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica riguardo la sua nuova indagine per valutare l’esposizione del sistema Paese alle ingerenze di attori esterni nei settori economici di interesse nazionale come le banche, le infrastrutture energetiche e la difesa.

L’indagine certamente non si concentrerà esclusivamente sull’esposizione crescente nei vari settori verso la Repubblica Popolare Cinese, ma pare evidente – anche dopo le conclusioni dello stesso Copasir sul 5G – che, dato il peso economico della Cina e i legami crescenti con essa, riceveranno un’attenzione speciale, in particolare dopo la firma del famoso Memorandum of Understanding con la Repubblica italiana. Ed è in tale ambito che ci permettiamo di attirare l’attenzione su un settore strategico alquanto importante per il sistema Paese di una Repubblica democratica e costituzionale, un settore sempre più sotto pressione da fronti interni e da ingerenze esterne: l’informazione e i media.

“Making the Foreign Serve China” (Far Servire la Cina dagli Stranieri) era una delle strategie privilegiate del presidente Mao, incarnata dalla sua decisione negli anni ’30 di concedere l’accesso al giornalista americano Edgar Snow. Il libro che ne fu risultato, Red Star Over China, è stato determinante nel conquistare la simpatia occidentale per i comunisti, che descriveva come progressisti e antifascisti.

Dopo la crisi di Tiananmen del 1989, questa strategia fu ripresa dall’Ufficio per la Propaganda Estera del Governo cinese, istituito nel 1991 con l’obiettivo di aumentare l’influenza e l’offensiva di propaganda della Repubblica Popolare Cinese all’estero con investimenti sempre maggiori dal 2007 in poi, fin quando non è arrivato al potere Xi Jinping. Più ambiziosi dei suoi predecessori e tornando fermamente alla linea di Mao, ha portato la strategia di propaganda esterna a un livello mai visto prima.

Come Mao, Xi sottolinea l’importanza del controllo delle informazioni, non solo nella sfera pubblica cinese, ma anche nel modo in cui i media internazionali commentano la Cina e le questioni relative al Paese. Un comunicato del 22 aprile 2013, ad appena un anno dell’insediamento di Xi Jinping al vertice del Pcc, rende ben chiara l’impostazione del Comitato centrale del Partito comunista, comunicando un rafforzamento della “Sfera ideologica” su tutti i fronti. Il documento, conosciuto come Document 9 e pubblicato in versione integrale dal sito Chinafile.com, inizia elencando i “pericoli” politici che minano la leadership del Paese e il socialismo con caratteristiche cinesi: la democrazia costituzionale occidentale, i valori universali, la società civile, il neoliberalismo, il nichilismo storico, e una concezione occidentale del giornalismo diametralmente opposta al principio cinese che i media devono essere soggetti della disciplina di partito.

Di fronte a questi pericoli, tutti gli organi di Stato devono “impegnarsi nel rafforzare la gestione di tutti i tipi e livelli di propaganda al livello culturale e non lasciare nessuna opportunità o sbocchi per diffondere pensieri o punti di vista errati”. Per non consentire la diffusione di opinioni che si oppongono alla teoria o alla linea politica del Partito, “dobbiamo rafforzare l’educazione sulla prospettiva marxista dei media per garantire che la leadership nei media è sempre saldamente controllata da qualcuno che mantiene un’ideologia identica al Comitato centrale del Partito, sotto la guida del Segretario Generale Xi Jinping”. I principi del documento, alla cui uscita seguì un’immediata campagna di epurazione contro avvocati per i diritti umani, giornalisti e accademici indipendenti, vengono ribaditi di nuovo nell’aggiornamento del Codice per i Giornalisti pubblicato il 15 dicembre scorso, chiedendo ai giornalisti di “persistere nell’armare la mente con il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.

In questo quadro ideologico definito una “guerra globale dell’informazione” dagli stessi organi di stampa cinesi, il governo cinese investe pesantemente sulla strategia di Mao volta a far sì che siano gli stranieri stessi a servire la Cina mediante la sua politica globale di comunicazione strategica, multipiattaforma, nazionale e internazionale, che mira a influenzare le percezioni internazionali sulla Cina, a modellare i dibattiti internazionali sul governo cinese attraverso le sue agenzie di Stato Xinhua News Service e China Media Group. Nell’ambito della politica “Jia Chuan Chu Hai” (Prendere in prestito una barca per andare sull’oceano) la Cina ha stabilito partenariati strategici con giornali stranieri, stazioni televisive e radiofoniche, fornendo loro contenuti gratuiti nella linea autorizzata dal Pcc per tutte le notizie relative alla Cina.

Esempi di tali accordi sono quelli stipulati dal quotidiano in lingua inglese China Daily con almeno trenta quotidiani stranieri – tra cui il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post e lo UK Telegraph – per portare inserti di quattro o otto pagine chiamate China Watch, con titoli come “40 anni di brillanti successi nel Tibet”. Nel 2018, The Guardian ha riportato una cifra di £ 750mila annui al Daily Telegraph per un tale inserto mensile, mentre la spesa annuale totale nel 2017-2018 dal solo China Daily negli Stati Uniti è stata di $20,8 milioni.

Il 16 dicembre 2019, il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha pubblicato il suo rapporto One Country, One Censor: How China undermines media freedom in Hong Kong and Taiwan (Un Paese, Un Censore: Come la Cina mina la libertà di stampa a Hong Kong e Taiwan), in cui si evidenziano le varie strategie del Partito comunista cinese per influenzare l’opinione pubblica nei territori “ribelli”: da intimidazioni e violenza (incluse espulsioni e diniego del visto) contro i giornalisti, a campagne di disinformazione sui social media.

Ancora più importante però, è l’attenzione per la politica “soft” di Pechino impiegata nella conquista dei media tradizionali attraverso operazioni di acquisto da grandi imprenditori “privati” – come Jack Ma, proprietario di Alibaba e il South China Morning Post a Hong Kong – e la sponsorizzazione attraverso l’acquisto di inserti pubblicitari da imprenditori cinesi nei media ritenuti amichevoli o, nel caso contrario, il boicottaggio. In questo modo, pubblicazioni e canali di trasmissione influenzati dalla Cina dominano la scena mediatica di Hong Kong, mentre un settore indipendente scarsamente finanziato deve lottare per raggiungere il pubblico e trovare delle entrate. Mentre Pechino cerca attivamente di manipolare le opinioni globali sul suo ruolo crescente nel mondo, i media di Taiwan e Hong Kong forniscono studi di casi concreti su come la Cina esporta il suo modello di censura, sostiene CPJ, con la Hong Kong Journalists Association che dichiara: “È in grave pericolo il diritto alla conoscenza dei cittadini”.

Proprio quel diritto alla conoscenza concepito da Marco Pannella e dal Partito Radicale come base fondamentale per un sistema democratico in cui i cittadini possano “conoscere per deliberare”. Un concetto sottoscritto dal Presidente Sergio Mattarella nel suo messaggio alla conferenza del Partito Radicale al Senato, il 27 luglio 2015, su questo tema. Eppure è proprio l’Italia, Paese membro del G7, ad apparire particolarmente esposta verso il gigante ideologico cinese sul suo fronte mediatico. Il 20 marzo 2019, il Sole 24 Ore scrive: “Il Presidente cinese Xi Jinping non è ancora decollato dall’aeroporto di Pechino con destinazione Roma per la visita di Stato di due giorni in Italia e già si firmano i primi accordi di collaborazione tra i due Paesi. È proprio il mondo dell’informazione e dei media a dare la stura ai circa 30 accordi economici che verranno firmati sabato a Villa Madama tra Xi e il premier italiano Giuseppe Conte.”

Infatti, in quei giorni, all’accordo ultra-decennale tra l’agenzia di Stato cinese Xinhua e AGI e Class Editori, si aggiungono degli accordi tra lo stesso Sole 24 Ore e il China Economic Daily, quotidiano di riferimento per l’informazione economica del governo cinese; l’accordo tra ANSA e Xinhua; gli accordi tra il China Media Group (CMG – nata nel marzo 2018, subordinata al Consiglio di Stato cinese e sotto la direzione del Dipartimento per la Comunicazione Politica del Comitato Centrale del Pcc) e Rai, Mediaset e Class Editori. Questi ultimi tre, per l’occasione della visita di Stato in Italia del presidente Xi Jinping, il 21 marzo lanciano la “Settimana della Tv cinese”, nel corso della quale vengono trasmessi 20 lungometraggi, documentari e serie TV selezionati dal Cmg, tra cui la versione italiana delle “Citazioni letterarie di Xi Jinping”.

Quello stesso Xi che viene citato nei documenti interni del PCcc sulle politiche etniche nello Xinjiang, trapelati nei media internazionali a novembre scorso, con un “nessuna pietà” verso la popolazione musulmana in quella regione “autonoma” – e corridoio fondamentale per la Belt and Road Initiative – di cui si stima almeno un milione si trovi in dei campi di detenzione, mentre la popolazione “libera” vive in un regime di sorveglianza continua definita “una prigione a cielo aperto”; il tutto ovviamente dipinto dal governo di Pechino come disinformazione occidentale nella guerra dell’informazione contro il Partito comunista cinese.

Lo stesso Xi sotto la cui leadership la repressione di qualsiasi voce dissenziente è aumentata in modo notevole, con la Cina che attualmente detiene il record mondiale di giornalisti incarcerati (48 arresti negli ultimi 12 mesi) e che, con la costruzione del Great Firewall, impedisce alla sua popolazione di potersi informare liberamente non solo su quanto accade al di fuori dei confini cinesi ma anche – e soprattutto – al suo interno. Un Xi Jinping in piena linea dunque con i principi e gli obiettivi elencati in quel Document 9 che, lo ricordiamo, non mira soltanto ad aumentare la propaganda al fine di migliorare in tutti i modi l’immagine della Cina, utilizzando, come ha insegnato Mao, i mezzi stessi del sistema nemico da combattere. Il sistema nemico da combattere è in gran parte esattamente ciò su cui si basa, o dovrebbe basarsi, la Repubblica Italiana: il costituzionalismo, i valori universali, la democrazia, la società civile, e la libertà dei media. Qualcosa ci dice che il messaggio di fine anno del Presidente Sergio Mattarella non sarà stato trasmesso sulle reti televisive cinesi, nonostante gli accordi reciproci di promozione culturale tra i due Paesi.

Infine, esattamente come quanto accade a Hong Kong e Taiwan, il combinato disposto di questi accordi con la crescente stretta economica sui media indipendenti in Italia rende il quadro della libertà di stampa e di informazione altamente preoccupante. I vari tagli al pluralismo su cui alcuni esponenti politici si sono battuti – e continuano a battersi – con un fervore simil-ideologico giovano senza dubbio al governo di Pechino che intravvede la possibilità dell’eliminazione delle voci che non riesce a controllare.

Ribadendo l’importanza dei media per un sistema democratico e nel quadro di quel che la Cina stessa definisce una “guerra globale dell’informazione” in cui i media tradizionali giocano un ruolo fondamentale, anche in termini di contrasto a nuovi fenomeni come le fake news, è gravissimo che organi di informazione italiani – tra cui organi finanziati con soldi pubblici – si riducano a fare i portavoce della visione politica e della propaganda del Partito comunista cinese, accusato da Washington di crimini contro l’umanità.

Le testimonianze di studi compiuti, non solo a Hong Kong e Taiwan ma anche in Australia, ci insegnano che tali accordi mirano anche a influenzare la linea editoriale in generale, con l’intento chiaro di eliminare notizie e opinioni non in linea con quelle del Partito, e che in alcune occasioni i giornalisti vengono strumentalizzati come agenti stranieri per ottenere informazioni riservate. Infine, la crescente pressione economica sui media e i giornalisti indipendenti rischia di far sì che le voci libere da influenze cinesi avranno sempre più difficoltà ad esprimersi e a far conoscere l’altro volto della Repubblica Popolare.

Nel riflettere sulla questione, ricordiamoci che non è un caso che Xi abbia definito proprio questo campo come una delle tre “armi magiche” (gli altri due sono il rafforzamento del partito e delle capacità militari) del Partito Comunista Cinese nel diventare un leader della Globalizzazione 2.0. Può l’Italia permettersi di considerare questo settore meno strategico per il sistema Paese?

Laura Harth

L’articolo originale sul sito di Formiche

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