Discorso di apertura di Zeid Ra’ad al Hussein all’Assemblea degli Stati membri dello Statuto di Roma

16 novembre 2016

Distinti Colleghi,

Presidente dell’Assemblea,

Signor Presidente della Corte,

Signor Procuratore,

Signor Segretario,

Capo del Board per il Fondo Fiduciario per le Vittime,

Eccellenze,

Ci incontriamo oggi nella lunga ombra gettata, ancora una volta, da alcuni degli Stati Membri che cercano di disertare la Corte, disertare le vittime dei più abominevoli crimini internazionali, disertare tutti noi che abbiamo lavorato così duramente e per anni in suo favore. Se gli Stati Membri, che si sono apparentemente si sono finora mascherati come Nazioni devote alla responsabilità penale, se ne vogliono andare, allora dovrebbero.

Ma non siamo convinti che la loro posizione sia basata interamente su dei principi. Al contrario: sembra piuttosto mirare a proteggere i loro leader dalle accuse. Eppure, sebbene i potenti temano la Corte, le vittime, ovunque, chiedono il suo coinvolgimento. Le vittime dei “core crimes” non capiranno perché saranno state abbandonate da questi Stati – insieme a tutti quelli che non vi hanno mai partecipato – e perché siano vittime una seconda volta, dato che questi ritiri negano il loro diritto di risarcimento.

Nel lungo termine questi Stati torneranno indietro come un boomerang, perché la Corte è accettata da più e più Stati. L’accesso universale alla Corte è una certezza; nient’altro può sostituirla. La Corte Africana di Giustizia e Diritti Umani è particolarmente preziosa. Ma anche se le fosse data giurisdizione su crimini internazionali, il suo Statuto le proibisce specificamente di investigare “qualsiasi Capo di Stato dell’Unione Africana o Governo in carica … o altri funzionari anziani di stato, in base alle loro funzioni, durante il loro mandato di governo”. Ritirandosi dallo Statuto di Roma, i leader potranno ripararsi dietro allo scudo dell’immunità – ma al costo di deprivare i loro cittadini della protezione di un’istituzione unica ed essenziale.

Sollecito quest’Assemblea a sostenere saldamente l’articolo 27. Mentre ci si accinge a rivedere lo Statuto di Roma, nessun cambiamento sotto ricatto di ritiro dovrebbe essere effettuato, né si dovrebbero emendare gli articoli centrali dello Statuto. Specificamente, il principio di irrilevanza di capacità ufficiale è primario, vitale per la Corte.

Signor Presidente, sono rattristato dallo stato delle cose. Le Nazioni Africane sono state la spina dorsale di questa Corte, e la loro leadership, specialmente nei primi tempi, è stata esemplare. Anzi, è stata spesso magnifica. Conoscevamo solo un’Africa di coraggio e rispetto dei principi. Ricordo quando, durante la Conferenza di Roma, la delegazione statunitense, sotto pressione del Congresso, lanciò un pesante attacco all’indipendenza del Procuratore che fece scendere un silenzio scioccante. Non si sentiva un suono nella stanza rossa al quartier generale della FAO, e fu un lungo silenzio. Chi doveva rispondere? E come? Guardammo alla Norvegia, ma i delegati stavano fissando i loro fogli muovendosi a malapena. Allora ci girammo con ansia verso l’Olanda, ma anche loro stavano fissando la Norvegia! Alla fine, si alzò una bandierina e ci voltammo tutti verso la direzione del delegato del Malawi che, con calma, eleganza e sobrietà tratteggiò alcune linee giuridiche in maniera convincente e ci tolse dai guai, con sollievo. Questa è l’Africa di cui avevamo bisogno allora, e di cui abbiamo bisogno e che vogliamo ora, e sono felice di vedere che tante nazioni africane, come Botswana, Costa d’Avorio, Nigeria, Malawi, Senegal, Tanzania, Zambia e Sierra Leone, hanno segnalato la loro intenzione a rimanere.

Le sfide di oggi non sono il primo difficile test affrontato dalla Corte, e non saranno l’ultimo. Un nuovo trend di isolazionismo e di leadership senza principi si sta affermando in giro per il mondo. Rinnovati attacchi alla Corte potrebbero essere in preparazione. Occorrono nervi saldi e le risorse degli Stati Membri veramente impegnati nella causa per superare tali ostacoli. Questo non è il momento di abbandonare l’avamposto. E’ il momento di essere risoluti e forti.

Mantenere in piedi le nostre istituzioni internazionali in difesa di tutte le vittime delle barbarità è di per sé sufficientemente necessario. Mantenere questo sistema internazionale intatto di fronte alle enormi pressioni che subisce diventa un obiettivo ancor più pressante – non ultimo per gli Stati più piccoli che per la loro sicurezza hanno bisogno della presenza e della protezione del diritto internazionale e di questa Corte.

Non tradite le vittime, né la vostra gente. Sostenete lo Statuto di Roma e la Corte. Non sarà perfetta, nella forma o nelle funzionalità – come ogni altra istituzione, o Stato. Ma in fondo è il meglio che abbiamo. L’anarchico Elber Hubbard, morto nel 1915 in qualcosa che accidentalmente e ironicamente oggi classificheremmo come un crimine di guerra, notava che “il progresso viene da un uso intelligente dell’esperienza”. Porre fine alla calcolata e ingiusta distruzione di vita umana tramite la deterrenza, tramite l’estirpazione dell’impunità di chi commette tali crimini, rimane il più chiaro completamento delle osservazioni di Hubbard.

In un mondo che sempre più sembra allo sbando, lo sconvolgimento che deve ancora presentarsi all’umanità potrebbe essere più grande di qualsiasi altra sfida che abbiamo finora incontrato. Siamo di fronte a una scelta. Possiamo salvaguardare le nostre società sostenendo saldamente i principi di giustizia che mantengono in piedi questa istituzione. Oppure possiamo mollare gli ormeggi del diritto gettati per salvare il mondo dall’orrore – e allontanarci dalle urla, mentre l’impunità schiaccia uomini, donne e bambini travolti da ondate di violenza.

Da parte del mio ufficio e tanti altri intorno al mondo, vi sollecito a mostrare la vostra determinazione, a coprire collettivamente le spalle a questa istituzione e quando la tensione diventerà estrema, troverete tutti noi della comunità dei diritti umani al vostro fianco e questa Corte, la nostra Corte.

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