Dittatori Digitali. Come la tecnologia rafforza le autocrazie

Proponiamo la versione italiana di un’analisi di Andrea Kendall-Taylor, Erica Frantz e Joseph Wright pubblicata dalla rivista Foreign Affairs nel numero di marzo/aprile 2020.

La Stasi, il servizio di sicurezza della Germania dell’Est, potrebbe essere stata una delle agenzie di polizia segrete più pervasive mai esistite. Era tristemente nota per la sua capacità di monitorare gli individui e controllare i flussi di informazioni. Aveva quasi 100.000 dipendenti regolari nel 1989 e, secondo alcuni resoconti, tra 500.000 e due milioni di informatori in un Paese con una popolazione di circa 16 milioni di abitanti. La sua forza lavoro e le sue risorse le hanno permesso di penetrare la società e di tenere sott’occhio praticamente ogni aspetto della vita dei cittadini della Germania dell’Est. Migliaia di agenti hanno lavorato per mettere sotto controllo telefoni, infiltrarsi nei movimenti politici clandestini e riferire sulle relazioni personali e familiari. Gli agenti negli uffici postali erano incaricati di aprire le lettere e i pacchi che entravano da, o si dirigevano verso, i Paesi non comunisti.

Sulla scia dell’apparente trionfo della democrazia liberale dopo la guerra fredda, uno stato di polizia di questo tipo non sembrava più possibile. Le norme globali su ciò che costituiva un regime legittimo erano mutate. All’inizio del millennio, le nuove tecnologie, tra cui internet e il telefono cellulare, promettevano di responsabilizzare i cittadini, consentendo agli individui un maggiore accesso alle informazioni, la possibilità di stabilire nuove connessioni e costruire nuove comunità.

Ma questa speranzosa visione di un futuro più democratico si è rivelata ingenua. Le nuove tecnologie offrono infatti ai governi nuovi metodi per mantenere il potere che in molti casi ricordano, se non addirittura migliorano, le tattiche della Stasi. La sorveglianza alimentata dall’intelligenza artificiale (AI), ad esempio, consente ai despoti di automatizzare il monitoraggio delle opposizioni in modi che sono molto meno intrusivi rispetto alla sorveglianza tradizionale. Non solo questi strumenti digitali consentono ai regimi autoritari di estendere le ricerche rispetto ai metodi dipendenti dall’uomo; possono farlo impiegando molte meno risorse: non occorre spendere in software per monitorare i messaggi di testo delle persone, leggere i post sui social media o monitorare i loro movimenti. Non appena i cittadini comprendono che tutte queste cose stanno accadendo, alterano il loro comportamento senza che il regime debba ricorrere alla repressione fisica.

E’ un quadro allarmante in netto contrasto con l’ottimismo che originariamente accompagnava la diffusione di internet, dei social media e di altre nuove tecnologie emerse dal 2000. La speranza ha raggiunto il picco nei primi anni 2010, quando i social media hanno facilitato la fine di quattro dei dittatori più longevi al mondo in Egitto, Libia, Tunisia e Yemen. In un mondo di libero accesso alle informazioni e di una tecnologia che permea sempre più la vita degli individui, si è fatta strada l’idea che gli autocrati non sono più in grado di concentrare nelle loro mani il potere da cui dipendono i loro sistemi. È ormai chiaro, tuttavia, che la tecnologia non favorisce necessariamente coloro che cercano di far sentire la propria voce o di opporsi a regimi repressivi. Di fronte alla crescente pressione e paura del proprio popolo, i regimi autoritari si stanno evolvendo. Stanno abbracciando la tecnologia per rimodernare l’autoritarismo dell’età moderna.

Guidate dalla Cina, le autocrazie digitali di oggi utilizzano la tecnologia – internet, social media, IA – per potenziare le tattiche di sopravvivenza autoritarie di lunga data. Stanno sfruttando un nuovo arsenale di strumenti digitali per contrastare quella che è diventata la minaccia più significativa per il regime autoritario tipico di oggi: la forza fisica, la forza umana delle proteste di massa antigovernative. Di conseguenza, le autocrazie digitali sono diventate molto più forti rispetto ai loro predecessori ed ai loro colleghi meno esperti dal punto di vista tecnologico. A differenza di ciò che gli ottimisti della tecnologia dicevano agli albori del millennio, le autocrazie sfruttano internet e altre nuove tecnologie, non ne sono vittime.

LO SPETTRO DELLA PROTESTA

L’era digitale ha cambiato il contesto in cui operano i regimi autoritari. Internet e i social media hanno ridotto le barriere del coordinamento, rendendo più facile per i cittadini comuni mobilitare e sfidare i governi indifferenti e repressivi. I dati di Mass Mobilization Project, elaborati da David Clark e Patrick Regan, insieme ai dati raccolti da Autocratic Regimes, a cui due di noi (Erica Frantz e Joseph Wright) hanno contribuito ad elaborare, rivelano che, tra il 2000 e il 2017, il 60% delle dittature ha affrontato almeno una protesta antigovernativa di 50 partecipanti o più. Anche se molte di queste manifestazioni erano piccole e rappresentavano una lieve minaccia per il regime, la loro frequenza evidenzia i continui disordini che molti governi autoritari sono costretti ad affrontare.

Molti di questi movimenti sono riusciti a provocare la caduta di regimi autoritari. Tra il 2000 e il 2017, le proteste hanno fatto cadere dieci autocrazie, o il 23% dei 44 regimi autoritari caduti durante questo periodo. Altri 19 regimi autoritari hanno perso il potere mediante un processo elettorale. E mentre quasi il doppio dei regimi sono stati rimossi dal potere tramite elezioni piuttosto che da proteste di massa, molte elezioni sono state possibili solo dopo manifestazioni.

L’aumento delle proteste indica un cambiamento significativo nella politica autoritaria. Storicamente, colpi di stato da parte di élite militari e ufficiali rappresentavano la più grande minaccia per le dittature. Tra il 1946 e il 2000, i colpi di stato hanno provocato la caduta di circa un terzo dei 198 regimi autoritari crollati in quel periodo. Le proteste, al contrario, hanno rovesciato molti meno regimi, circa il 16% del totale. Addentrati nel XIX° secolo, emerge una realtà diversa: i colpi di stato hanno rovesciato il 9% delle dittature cadute tra il 2001 e il 2017, mentre i movimenti di massa hanno portato al rovesciamento del doppio dei governi. Oltre a rovesciare i regimi nella primavera araba, le proteste hanno portato la fine delle dittature in Burkina Faso, Georgia e Kirghizistan. Le proteste sono diventate il problema principale con cui i regimi autoritari del XXI secolo devono fare i conti.

La minaccia di proteste contro gli autocrati di oggi non è scomparsa. In passato, quando tirava aria di colpo di stato, la maggior parte dei despoti si affidava a tattiche “a prova di colpo di stato”, come per esempio pagare profumatamente i servizi di sicurezza per assicurarsi la loro fedeltà o alternare le élite nelle posizioni di potere così da non dare a nessuno il tempo di sviluppare una base di supporto indipendente. Tuttavia, con l’aumentare delle proteste, i regimi autoritari hanno modificato le tattiche di sopravvivenza per concentrarsi sulla mitigazione della minaccia posta dalla mobilitazione di massa. I dati raccolti da Freedom House rivelano che dal 2000 il numero delle restrizioni alle libertà politiche e civili a livello globale è cresciuto. Gran parte di questo aumento si è verificato in Paesi autoritari, dove i leader impongono restrizioni alle libertà politiche e civili per impedire ai cittadini di organizzarsi e mobilitarsi contro lo Stato.

Oltre a limitare le libertà della società civile, gli Stati autoritari stanno anche imparando ad usare gli strumenti digitali per placare il dissenso. Sebbene la tecnologia abbia contribuito a facilitare le proteste, i regimi autoritari di oggi, digitalmente esperti, utilizzano alcune delle stesse innovazioni tecnologiche per respingere le pericolose mobilitazioni popolari.

STRUMENTI DI CONTROLLO

Incrociando i dati di Varieties of Democracy (che comprende 202 paesi) e le informazioni del Mass Mobilization Project, la nostra analisi mostra che le autocrazie che utilizzano la repressione digitale corrono un rischio minore di proteste rispetto a quei regimi autocratici che non impiegano questi stessi strumenti. La repressione digitale non solo riduce la probabilità che si verifichi una protesta, ma riduce anche le probabilità che un governo affronti importanti e prolungati sforzi di mobilitazione, come le proteste delle “maglie rosse” in Tailandia nel 2010 o quelle anti-Mubarak e antimilitari in Egitto nel 2011. L’esempio della Cambogia illustra come queste dinamiche possono funzionare.

Il governo del Primo Ministro Hun Sen, in carica dal 1985, ha adottato metodi tecnologici di controllo che gli consentono di restare al potere. Sotto il regime di Hun Sen, i media tradizionali hanno ridotto l’attenzione per l’opposizione del Paese. In occasione delle elezioni del luglio 2013, ciò ha portato l’opposizione a fare grande uso degli strumenti digitali per mobilitare i sostenitori. Le elezioni sono state una frode, inducendo migliaia di cittadini a scendere in piazza per chiedere un nuovo voto. Così, oltre ad impiegare la forza per reprimere le proteste, il governo ha intensificato l’uso di strumenti tecnologici per meglio attuare la repressione. Ad esempio, nell’agosto 2013, un provider internet ha temporaneamente bloccato Facebook e nel dicembre 2013 le autorità della provincia di Siem Reap hanno chiuso più di 40 internet café. L’anno successivo, il governo ha annunciato la creazione del Cyber War Team il cui scopo è monitorare internet e segnalare ogni attività antigovernativa in rete. Un anno dopo, il governo ha approvato una legge che concede un ampio controllo sull’industria delle telecomunicazioni, istituendo inoltre un organismo di applicazione che avrebbe potuto sospendere i servizi di telecomunicazione delle imprese e licenziare il proprio personale. A seguito di queste vicende, il movimento di protesta in Cambogia è via via svanito. Secondo Mass Mobilization Project, nel 2017 c’è stata una sola protesta antigovernativa nel Paese, rispetto alle 36 del 2014 quando il movimento di opposizione era al suo apice.

Le dittature sfruttano la tecnologia non solo per sopprimere le proteste, ma anche per inasprire i precedenti metodi di controllo. Attingendo alla serie di dati elaborati da Varieties of Democracy, la nostra analisi suggerisce che le dittature che intensificano la repressione digitale tendono anche a favorire lo sviluppo di forme violente di repressione “nella vita reale”, come la tortura e l’uccisione degli oppositori. Ciò significa che i leader autoritari non sostituiscono la repressione tradizionale con la repressione digitale. Al contrario, essendo più facile identificare gli oppositori, la repressione digitale permette di determinare con più efficacia chi minacciare e chi incarcerare. Identificare gli avversari con maggiore precisione rende inutile una repressione indiscriminata, che può innescare una reazione popolare e defezioni nelle élites.

IL MODELLO CINESE

Il progresso nel campo della sorveglianza basata sull’IA è l’evoluzione più significativa dell’autoritarismo digitale. Telecamere ad alta risoluzione, riconoscimento facciale, programmi di spionaggio, analisi automatica del testo ed elaborazione di grandi quantità di dati hanno dato origine ad una vasta gamma di nuovi metodi di controllo dei cittadini. Queste tecnologie consentono ai governi di monitorare i cittadini ed identificare i dissidenti in modo tempestivo e talvolta anche preventivo.

Nessun regime ha sfruttato il potenziale repressivo dell’IA così a fondo come la Cina. Il Partito Comunista Cinese (PCC) raccoglie un’incredibile quantità di dati di individui ed aziende: dichiarazioni dei redditi, estratti di conti correnti bancari, cronologie di acquisti, precedenti penali e cartelle cliniche. Il regime utilizza l’IA per analizzare queste informazioni e compilare “punteggi di credito sociale”, cercando di utilizzare e impostare parametri di comportamento accettabili e rafforzare il controllo sui cittadini. Gli individui o le società ritenute “inaffidabili” possono essere esclusi dal godimento di servizi forniti dallo Stato, come affittare un appartamento senza caparra, oppure subire il divieto di viaggiare in treno o in aereo. Sebbene il PCC stia ancora affinando questo sistema, i progressi nell’analisi di big data e nelle tecnologie decisionali miglioreranno la capacità del regime di attuare un controllo preventivo, ovvero ciò che il governo chiama “gestione sociale”.

Inoltre, la Cina dimostra che la repressione digitale aiuta la varietà fisica su vasta scala. In Xinjiang, il governo cinese ha tenuto in detenzione più di un milione di Uiguri in campi di “rieducazione”. Chi non è detenuto nei campi è bloccato in città dove i quartieri sono muniti di accessi dotati di software di riconoscimento facciale. Il software determina chi può passare, chi non può, e chi deve essere trattenuto. La Cina ha raccolto una grande quantità di dati sulla popolazione uigura, comprese le informazioni sui telefoni cellulari, dati genetici e pratiche religiose, con l’obiettivo di prevenire azioni ritenute dannose per l’ordine pubblico o per la sicurezza nazionale.

Le nuove tecnologie permettono inoltre al governo cinese di esercitare un controllo maggiore sui membri del governo stesso. I regimi autoritari sono sempre vulnerabili alle minacce provenienti dall’interno, soprattutto colpi di stato e defezioni di alto livello. Con i nuovi strumenti digitali, i leader possono tenere sotto controllo i membri del governo, valutando fino a che punto promuovano gli obiettivi del regime e scovare i meno efficienti che col tempo offuscano l’immagine del regime. Ad esempio, una ricerca ha dimostrato che Pechino evita di censurare i post dei cittadini, relativi alla corruzione locale, su Weibo (l’equivalente cinese di Twitter), perché quei post permettono al regime di aprire una finestra sull’operato dei funzionari locali.

Inoltre, il governo cinese impiega la tecnologia per perfezionare i suoi sistemi di censura. L’IA, ad esempio, può passare al setaccio enormi quantità di immagini e testi, filtrando e bloccando i contenuti che non sono a favore del regime. Quando la scorsa estate si è sviluppato il movimento di protesta a Hong Kong, il regime cinese ha semplicemente rafforzato il “Great Firewall” (Grande Muraglia) rimuovendo quasi istantaneamente da internet i contenuti sovversivi nella Cina continentale. E anche se la censura fallisce e il dissenso si intensifica, le autocrazie digitali hanno una linea di difesa aggiuntiva: possono bloccare l’accesso a internet (o a grandi parti di esso) a tutti i cittadini, per impedire ai membri dell’opposizione di comunicare, organizzare o trasmettere i loro messaggi. In Iran, ad esempio, il governo ha bloccato con successo internet in tutto il paese durante le proteste dello scorso novembre.

Nonostante la Cina sia la protagonista della repressione digitale, autocrazie di ogni colore seguono l’esempio. Il governo russo, ad esempio, sta adottando misure per frenare la libertà in rete incorporando elementi tipici del regime cinese e consentendo al Cremlino di tagliare internet e isolare il Paese dal resto del mondo. Freedom House ha reso noto nel 2018 che diversi Paesi stavano cercando di emulare il modello cinese di censura e sorveglianza automatizzata, e che numerosi membri di governi autocratici africani si sono recati in Cina per partecipare a “sessioni di formazione sul cyberspazio” e apprendere i metodi di controllo cinese.

IL GUANTO DI VELLUTO

Le tecnologie odierne non solo facilitano la repressione degli oppositori; favoriscono anche la loro cooptazione. L’integrazione tecnologica tra le agenzie governative consente al regime cinese di controllare l’accesso ai servizi governativi in modo più preciso, in modo che possa calibrare la distribuzione, o la negazione, di tutto, dai pass di autobus e passaporti ai posti di lavoro e all’accesso all’istruzione. Il nascente sistema di credito sociale in Cina ha l’effetto di punire gli individui contrari al regime e di premiare la lealtà. I cittadini con un buon credito sociale beneficiano di una serie di vantaggi, tra cui richieste di viaggio all’estero accelerate, bollette energetiche scontate e controlli meno frequenti. In questo modo, le nuove tecnologie aiutano i regimi autoritari a perfezionare l’uso della ricompensa e della negazione, offuscando il confine tra cooptazione e controllo coercitivo.

Le dittature possono utilizzare le nuove tecnologie anche per modellare la percezione pubblica del regime e della sua legittimità. Gli account automatizzati (o “bots”) sui social media possono amplificare le campagne di influenza e produrre una raffica di post in grado di distrarre o forviare i messaggi degli avversari. Si tratta di un settore in cui la Russia ha svolto un ruolo di primo piano. Oltre a inondare internet di storie pro-regime, distraendo gli utenti online dalle notizie negative, il Cremlino crea confusione e incertezza attraverso la diffusione di narrazioni alternative.

Tecnologie affinate come i cosiddetti micro-targeting e falsi digitali impossibili da distinguere da audio, video o immagini autentiche, potrebbero aumentare ulteriormente la capacità dei regimi autoritari di manipolare la percezione dei cittadini. Il micro-targeting potrebbe consentire alle autocrazie di personalizzare i contenuti in base alle caratteristiche individui o a segmenti specifici della società, proprio come il mondo commerciale utilizza le caratteristiche demografiche e comportamentali per personalizzare la pubblicità. Gli algoritmi basati sull’IA consentiranno alle autocrazie di micro-targetizzare le informazioni degli individui che rafforzano il loro sostegno al regime o cercano di contrastare le fonti specifiche di malcontento. Allo stesso modo, l’elaborazione di falsi digitali renderà più facile screditare i leader dell’opposizione e renderà sempre più difficile per il pubblico sapere cosa è reale, seminando dubbi, confusione e apatia.

Gli strumenti digitali potrebbero anche aiutare i regimi ad apparire meno repressivi e più attenti ai cittadini. In alcuni casi, i regimi autoritari hanno impiegato nuove tecnologie per imitare alcune componenti della democrazia, come la partecipazione e la deliberazione. Alcuni governanti cinesi locali, ad esempio, utilizzano internet e i social media per consentire ai cittadini di esprimere le proprie opinioni in sondaggi online o attraverso altri canali partecipativi basati sul digitale. Uno studio del 2014 del politologo Rory Truex ha suggerito che la partecipazione online ha migliorato la percezione pubblica del PCC tra i cittadini meno istruiti. I siti di consulenza, come il portale del regime “You Propose My Opinion” (Proponi il Mio Parere), danno l’impressione ai cittadini che le loro voci contino, senza con ciò che il regime debba effettivamente attuare una vera riforma. Emulando gli elementi della democrazia, le dittature diventano più attraenti per i cittadini riuscendo ad affievolire le pressioni a favore del cambiamento.

AUTOCRAZIE DIGITALI DURATURE

Avendo imparato a manipolare le nuove tecnologie, i regimi autocratici sono diventati una minaccia ancora più temibile per la democrazia. In particolare, le dittature di oggi sono diventate più durature. Tra il 1946 e il 2000 – l’anno in cui gli strumenti digitali cominciarono a proliferare – una dittatura tradizionale governava per circa dieci anni. Dal 2000, questo numero è più che raddoppiato, a quasi 25 anni.

La crescente ondata tecnologica non ha solo avvantaggiato tutte le dittature; la nostra analisi empirica mostra anche che i regimi autoritari che si basano prevalentemente sulla repressione digitale sono tra i più longevi. Tra il 2000 e il 2017, 37 delle 91 dittature che erano durate più di un anno sono crollate; i regimi che hanno evitato il collasso avevano in media livelli di repressione digitale significativamente più elevati rispetto a quelli che sono caduti. Anziché soccombere a quella che sembrava essere un rischio devastante – l’emersione e la diffusione delle nuove tecnologie – molte dittature hanno sfruttato tali strumenti per rafforzare il loro potere.

Sebbene le autocrazie abbiano fatto a lungo affidamento su vari gradi di repressione per perseguire i loro obiettivi, la facilità con cui i regimi autoritari odierni acquisiscono questa capacità repressiva segna un significativo allontanamento dagli Stati di polizia del passato. Rafforzare l’operatività e la pervasività della Stasi della Germania dell’Est, per esempio, non era un risultato che poteva essere conseguito dall’oggi al domani. Il regime ha dovuto coltivare la lealtà di migliaia di dirigenti, addestrandoli e preparandoli ad impegnarsi nella sorveglianza sul campo. La maggior parte delle dittature non hanno la capacità di creare un’operazione così vasta. Secondo alcuni resoconti, c’era una spia della Germania Est ogni 66 cittadini. La proporzione nella maggior parte delle dittature contemporanee (per le quali esistono dati) impallidisce in confronto. È vero che in Corea del Nord, che oggi è il più intenso stato di polizia al potere, il rapporto tra personale addetto alla sicurezza interna e informatore e i cittadini è 1 a 40, ma era da 1 a 5.090 in Iraq sotto Saddam Hussein e 1 a 10.000 in Ciad sotto Hissène Habré. Nell’era digitale, tuttavia, le dittature non hanno bisogno di moltissimo personale per sorvegliare e monitorare efficacemente i cittadini.

Al contrario, le aspiranti dittature possono acquisire nuove tecnologie, addestrare un piccolo gruppo di funzionari su come usarle – spesso con il supporto di attori esterni come la Cina – e sono pronti. Per esempio, Huawei, una società cinese di telecomunicazioni sostenuta dallo Stato, ha implementato la sua tecnologia di sorveglianza digitale in oltre una dozzina di regimi autoritari. Nel 2019, sono emersi rapporti che rivelano che il governo ugandese stava utilizzando questo sistema per hackerare gli account dei social media e le comunicazioni elettroniche degli avversari politici. I fornitori di tali tecnologie non sempre risiedono in Paesi autoritari. Alcune imprese israeliane e italiane hanno anche venduto software di sorveglianza digitale al regime ugandese. Le aziende israeliane hanno venduto software per lo spionaggio e la raccolta di informazioni ad una serie di regimi autoritari in tutto il mondo, tra cui Angola, Bahrein, Kazakistan, Mozambico e Nicaragua. Le aziende statunitensi hanno venduto tecnologia di riconoscimento facciale ai governi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti.

UNA BRUTTA CHINA

Dato che le autocrazie durano più a lungo, il loro numero è destinato, in qualsiasi momento, ad aumentare, anche perché alcuni Paesi vengono meno alle loro regole democratiche. Nonostante il numero di autocrazie a livello globale non sia aumentato in modo sostanziale negli ultimi anni, e sempre più persone abitino in Paesi in cui si svolgono elezioni libere ed eque, le cose potrebbero cambiare. I dati raccolti da Freedom House mostrano, ad esempio, che tra il 2013 e il 2018, anche se ci sono stati tre Paesi che sono passati dallo status “parzialmente libero” a “libero” (le Isole Salomone, Timor-Leste e Tunisia), altri sette hanno fatto il contrario, passando da “libero” a “parzialmente libero” (Repubblica Dominicana, Ungheria, Indonesia, Lesotho, Montenegro, Serbia e Sierra Leone).

Il rischio che la tecnologia sfoci in un impennata autoritaria è molto preoccupante perché la nostra ricerca empirica ha indicato che, al di là delle autocrazie, gli strumenti digitali nelle democrazie fragili sono accompagnati dal crescente rischio di un arretramento democratico. Le nuove tecnologie sono particolarmente pericolose per le democrazie deboli perché molti di questi strumenti digitali hanno un duplice uso: la tecnologia può migliorare l’efficienza del governo e fornire la capacità di affrontare problemi legati alla criminalità e al terrorismo ma, indipendentemente dalle intenzioni che spingono i governi ad acquisire inizialmente tale tecnologia, questi possono utilizzare tali strumenti per imbavagliare e limitare la attività dei loro avversari.

Per resistere all’autoritarismo digitale è necessario affrontare gli effetti negativi delle nuove tecnologie sulla governance sia nelle autocrazie che nelle democrazie. Come primo passo, gli Stati Uniti dovrebbero modernizzare ed espandere la loro legislazione per garantire che nessun ente statunitensi consenta violazioni di diritti umani. Un rapporto di dicembre 2019 del Center for a New American Security (di cui uno di noi è senior fellow) evidenzia la necessità che il Congresso limiti l’esportazione di hardware contenenti tecnologie di identificazione biometrica, come il riconoscimento facciale, vocale e del comportamento; imporre ulteriori sanzioni alle imprese e agli enti che forniscono tecnologie di sorveglianza, formazione o attrezzature a regimi autoritari implicati in violazioni dei diritti umani; attivarsi per una legislazione volta a impedire che enti statunitensi investano in società che realizzano strumenti repressivi di IA, come l’azienda cinese SenseTime.

Il governo degli Stati Uniti dovrebbe anche utilizzare il Global Magnitsky Act, che consente al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di sanzionare individui stranieri coinvolti in violazioni dei diritti umani, per punire gli stranieri che favoriscono violazioni dei diritti umani alimentate da sistemi di IA. I membri del PCC responsabili delle atrocità nello Xinjiang sono passibili di questo tipo di sanzioni.

Le agenzie governative degli Stati Uniti e la società civile dovrebbero anche dar vita ad azioni volte a mitigare gli effetti potenzialmente negativi della diffusione delle tecnologie di sorveglianza, soprattutto nelle democrazie fragili. Un impegno che dovrebbe incentrarsi sul rafforzamento dei quadri politici e giuridici che regolano il modo in cui le tecnologie di sorveglianza vengono utilizzate e lo sviluppo della società civile e degli enti di controllo di denunciare gli abusi commessi dai governi.

L’aspetto forse più critico è quello di indurre gli Stati Uniti a contribuire alla definizione di norme globali per lo sviluppo dell’IA in una maniera coerente con i valori democratici e il rispetto dei diritti umani. Ciò significa innanzitutto che gli americani devono ottenere questo diritto internamente, creando un modello che tutti vorranno emulare. Gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con le democrazie con cui hanno maggiore sintonia, per sviluppare standard per la sorveglianza digitale che siano il giusto compromesso tra sicurezza, rispetto della privacy e dei diritti umani. Gli Stati Uniti dovranno lavorare a stretto contatto con gli alleati e partner affini per stabilire e far rispettare le regole, ripristinando la loro leadership nelle istituzioni multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

L’IA e le altre innovazioni tecnologiche promettono di migliorare la vita di tutti i giorni, ma hanno indiscutibilmente rafforzato la morsa dei regimi autoritari. La repressione digitale sempre più intensa in Paesi come la Cina offre una visione desolante della continua espansione del controllo statale e della limitazione delle libertà individuali.

Ma questa non deve essere l’unica visione. Nel breve termine, un rapido cambiamento tecnologico ci porterà probabilmente alla dinamica del gatto e del topo, perché i cittadini e i governi faranno a gara per prevalere. Forse la storia ci insegna che la creatività e la reattività delle società aperte potranno consentire alle democrazie di affrontare nel modo più efficace questa era di trasformazione tecnologica nel lungo termine. Proprio come le autocrazie di oggi si sono evolute per abbracciare nuovi strumenti, così anche le democrazie devono sviluppare nuove idee, nuovi approcci e garantire che la leadership promessa dalla tecnologia nel XXI secolo non diventi una maledizione.

Traduzione: Federica Donati

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