“Come la Cina vede il mondo” di H. R. McMaster

Proponiamo un estratto in italiano del libro “Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World” (Campi di battaglia: la lotta per difendere il mondo libero), di H. R. McMaster, in uscita il 19 maggio 2020, edito da Harper, che verrà pubblicato nella edizione stampata di The Atlantic nel maggio 2020, sotto il titolo “What China Wants” e disponibile in inglese a questa pagina.

H. R. McMaster: tenente generale in pensione dell’esercito degli Stati Uniti, è un ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca e autore di Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World e di Dereliction of Duty: Lyndon Johnson, Robert McNamara, the Joint Chiefs of Staff, and the Lies That Led to Vietnam.

Traduzione: Laura Harth

I. La Città Proibita

L’8 novembre 2017, l’Air Force One atterrò a Pechino, segnando l’inizio di una visita di stato ospitata dal Presidente della Repubblica popolare cinese e del Partito comunista, Xi Jinping. Dal mio primo giorno di lavoro come consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Donald Trump, la Cina era stata una priorità assoluta. Il paese aveva un ruolo di primo piano in quello che il Presidente Barack Obama aveva indicato al suo successore come il più grande problema immediato che la nuova amministrazione avrebbe dovuto affrontare: cosa fare dei programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord. Ma erano emerse anche molte altre domande sulla natura e sul futuro delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, che riflettevano la percezione fondamentalmente diversa che la Cina ha del mondo.

Sin dai tempi inebrianti di Deng Xiaoping, alla fine degli anni ’70, le ipotesi che avevano governato l’approccio americano nelle nostre relazioni con la Cina erano queste: dopo essere state accolte nell’ordine politico ed economico internazionale, la Cina avrebbe rispettato le regole, aperto i suoi mercati e privatizzata la sua economia. Man mano che il paese sarebbe diventato più prospero, il governo cinese avrebbe rispettato i diritti dei suoi cittadini e liberalizzato il paese politicamente. Ma quei presupposti si stavano dimostrando sbagliati.

La Cina è diventata una minaccia perché i suoi leader stanno promuovendo un modello chiuso e autoritario come alternativa alla governance democratica e all’economia del libero mercato. Non solo il Partito comunista cinese sta rafforzando un sistema interno che reprime la libertà umana ed estende il suo controllo autoritario; sta anche esportando quel modello e sta guidando lo sviluppo di nuove regole e un nuovo ordine internazionale che renderebbero il mondo meno libero e meno sicuro. Lo sforzo della Cina di estendere la sua influenza è evidente nella militarizzazione delle isole artificiali nel Mar cinese meridionale e nello spiegamento di capacità militari vicino a Taiwan e nel Mar cinese orientale. Ma la natura integrata delle strategie militari ed economiche del Partito comunista cinese è quel che la rende particolarmente pericolosa per gli Stati Uniti e altre società libere e aperte.

Nel 1948 John King Fairbank, professore di storia a Harvard e padrino della sinologia americana, notò che per comprendere le politiche e le azioni dei leader cinesi, la prospettiva storica non è “un lusso, ma una necessità”. Durante la nostra visita di stato, Xi e i suoi consiglieri hanno fatto molto affidamento sulla storia per trasmettere il loro messaggio. Hanno sottolineato alcuni aspetti storici. Ne hanno evitato altri.

La delegazione americana – che comprendeva il Presidente Trump e la first lady, il Segretario di Stato Rex Tillerson, e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, Terry Branstad – ricevette la sua prima lezione di storia mentre visitava la Città Proibita, per cinque secoli la sede degli imperatori cinesi. Eravamo accompagnati da Xi, sua moglie, e altri leader cinesi di alto livello. Il messaggio – trasmesso in conversazioni private, dichiarazioni pubbliche, e nella copertura televisiva ufficiale, nonché dalla natura stessa del tour – era coerente con il discorso di Xi tre settimane prima al 19° Congresso nazionale: il Partito comunista cinese stava incessantemente perseguendo il “grande ringiovanimento della nazione cinese”. Come lo descrisse Xi, il “ringiovanimento” comprendeva prosperità, sforzo collettivo, socialismo, e gloria nazionale: il “sogno cinese”. La Città Proibita forniva a Xi la cornice perfetta per illustrare la sua determinazione a “avvicinarsi al centro del palcoscenico mondiale e dare un contributo maggiore al genere umano”.

La Città Proibita fu costruita durante la dinastia dei Ming, che governò la Cina dal 1368 al 1644, un periodo considerato un epoca d’oro in termini di potenza economica, controllo territoriale e realizzazioni culturali. Fu durante questa dinastia che Zheng He, un ammiraglio della flotta Ming, intraprese sette viaggi intorno al Pacifico occidentale e agli Oceani indiani, più di mezzo secolo prima che Cristoforo Colombo salpasse. Le sue “navi del tesoro”, tra le più grandi navi di legno mai costruite, tornarono con tributi da tutte le parti del mondo conosciuto. Ma nonostante il successo dei sette viaggi, l’imperatore concluse che il mondo non aveva nulla da offrire alla Cina. Ordinò che le navi del tesoro affondassero e che i porti cinesi fossero chiusi. Il periodo che ne seguì – in particolare il XIX e il XX secolo – è visto da Xi e altri nella leadership come un periodo aberrante durante il quale le nazioni europee e, successivamente, gli Stati Uniti ottennero il loro dominio economico e militare.

Come lo spettacolo di chiusura delle Olimpiadi di Pechino nel 2008, collocando la moderna innovazione tecnologica nel contesto di 5000 anni di storia cinese, il tour della Città Proibita era pensato, a quanto pareva, per ricordare che le dinastie cinesi erano da tempo al centro della Terra. L’arte e lo stile architettonico degli edifici riflettevano il credo sociale confuciano: la gerarchia e l’armonia si incastrano e sono interdipendenti. L’imperatore tenne corte nella Sala della Suprema Armonia, il più grande edificio della Città Proibita. Il grande trono è circondato da sei colonne d’oro, incise con draghi per evocare il potere di un imperatore il cui stato governava sulla tianxia: su “tutto sotto il cielo”.

Mentre le immagini dalla Città Proibita durante la nostra visita, trasmesse in Cina e nel resto del mondo, avevano lo scopo di proiettare fiducia nel Partito comunista cinese, si poteva anche avvertire una profonda insicurezza – una lezione di storia che non era menzionata. Nella sua stessa architettura, la Città Proibita sembrava riflettere quel contrasto tra fiducia esteriore e apprensione interiore. Le tre grandi sale al cuore della Città avevano lo scopo non solo di impressionare, ma anche di difendere dalle minacce che potevano provenire sia dall’esterno che dall’interno delle mura della Città. Dopo la fine della dinastia Han, nel d.C. 220, solo per la metà del tempo le province principali della Cina erano sotto il governo di una forte autorità centrale. E anche allora, la Cina era soggetta a invasioni straniere e turbolenze domestiche. L’imperatore Yongle, Zhu Di, che costrui la Città Proibita, era più preoccupato per i pericoli interni che per le possibilità di un’altra invasione mongola. Per identificare ed eliminare gli avversari, l’imperatore creò una rete elaborata di spionaggio. Per prevenire qualsiasi eventuale opposizione da studiosi e burocrati, non solo dirigeva le esecuzioni di coloro sospettati di slealtà, ma anche delle loro intere famiglie. Secoli dopo, il Partito comunista cinese adotta tattiche simili. Come Xi, gli imperatori che sedevano sull’elaborato trono nel cuore della Città Proibita praticavano uno stile di governo remoto e autocratico, vulnerabile alla corruzione e alle minacce interne.

La nostra guida ci mostrò dove l’ultimo occupante reale della Città Proibita, l’imperatore Puyi, fu spogliato dal suo potere nel 1911, all’età di 5 anni, durante la rivoluzione repubblicana cinese. Puyi ha abdicato nel mezzo del “secolo dell’umiliazione”, un periodo della storia cinese che Xi aveva descritto a Trump quando i due leader si erano incontrati per cena a Mar-a-Lago, sette mesi prima del nostro tour a Pechino. Il secolo dell’umiliazione fu l’era infelice durante la quale la Cina conobbe la frammentazione interna, fu sconfitta nelle guerre, fece importanti concessioni alle potenze stranieri e subì una brutale occupazione. L’umiliazione ebbe inizio con la sconfitta della Cina da parte della Gran Bretagna nella prima guerra dell’oppio, nel 1842. Si concluse con la vittoria degli Alleati e cinesi sul Giappone imperiale nel 1945 e la vittoria comunista nella guerra civile cinese nel 1949.

Il nostro ultimo incontro durante la visita di stato, nella Grande Sala del Popolo, era con Li Keqiang, premier del Consiglio di Stato e il capo titolare del governo cinese. Se qualcuno nel gruppo americano avesse ancora dei dubbi sulla visione cinese delle sue relazioni con gli Stati Uniti, il monologo di Li li ha tolti. Ha esortato con l’osservazione che la Cina, avendo già sviluppato la sua base industriale e tecnologica, non aveva più bisogno degli Stati Uniti. Ha respinto le preoccupazioni statunitensi per il commercio e le pratiche economiche sleali, indicando che il ruolo futuro degli Stati Uniti nell’economia globale sarebbe semplicemente quello di fornire alla Cina materie prime, prodotti agricoli ed energia per alimentare la sua produzione industriale e di prodotti di consumo all’avanguardia.

Lasciando la Cina, ero ancora più convinto di quanto non fossi già prima che non fosse più rinviabile un drammatico cambiamento nella politica statunitense. La Città Proibita avrebbe dovuto trasmettere fiducia nel ringiovanimento nazionale della Cina e il suo ritorno sulla scena mondiale come orgoglioso Regno di Mezzo. Ma per me ha messo in luce le paure e le ambizioni che guidano gli sforzi del Partito comunista cinese per estendere l’influenza della Cina lunga le sue frontiere e oltre, e per riguadagnare l’onore perduto durante il secolo dell’umiliazione. Le paure e le ambizioni sono inseparabili. Spiegano perché il Partito comunista cinese è ossessionato dal controllo, sia internamente che esternamente.

I leader del Partito ritengono di avere una finestra stretta di opportunità strategiche per rafforzare il loro dominio e rivedere l’ordine internazionale a loro favore – prima che l’economia cinese si inasprisca, prima che la popolazione invecchi, prima che altri paesi si rendano conto che il Partito sta perseguendo il ringiovinamento nazionale a spese loro, e prima che eventi imprevisti come la pandemia di coronavirus espongano le vulnerabilità che il Partito ha creato nella corsa per superare gli Stati Uniti e realizzare il sogno cinese. Il Partito non ha nessuna intenzione di rispettare le regole associate al diritto o al commercio internazionale. La strategia globale della Cina si basa sulla cooptazione e la coercizione in patria e all’estero, nonché sul nascondere la natura delle vere intenzioni della Cina. Ciò che rende questa strategia potente e pericolosa è la natura integrata degli sforzi del Partito nel governo, l’industria, il mondo accademico e militare.

E, a conti fatti, gli obiettivi del Partito comunista cinese sono in diretto contrasto con gli ideali e gli interessi americani.

II. Tre Poli

Mentre la Cina persegue la sua strategia di cooptazione, coercizione e occultamento, i suoi interventi autoritari sono diventati onnipresenti. All’interno della Cina, la tolleranza del Partito per la libera espressione e il dissenso è minima, per andarci piano. Le politiche repressive e manipolatrici in Tibet, con la sua maggioranza buddista, sono ben note. La Chiesa cattolica e, in particolare, le religioni protestanti in rapida crescita destano profonda preoccupazione per Xi e il Partito. Le Chiese protestanti si sono dimostrate difficili da controllare, a causa della loro diversità e decentralizzazione, e il Partito ha rimosso con forza le croci dalle cime degli edifici delle chiese e persino demolito alcuni edifici per dare l’esempio. L’anno scorso, lo sforzo di Pechino di rafforzare la sua presa su Hong Kong ha scatenato proteste sostenute che sono continuate fino al 2020. Proteste per cui i leader cinesi hanno accusato gli stranieri, come di solito fanno. Nello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, dove gli uiguri praticano principalmente l’Islam, il Partito ha rinchiuso almeno 1 milione di persone in campi di concentramento. (Il governo lo nega, ma l’anno scorso il New York Times ha rivelato una serie di documenti incriminanti, compresi i resoconti di discorsi a porte chiuse di Xi in cui ordinava ai funzionari di mostrare “assolutamente nessuna pietà”.)

I leader del Partito hanno accelerato la costruzione di uno stato di sorveglianza senza precedenti. Per 1,4 miliardi di cinesi, la propaganda governativa in televisione e altrove è parte integrante della vita quotidiana. Le università hanno represso l’insegnamento di concetti “liberali occidentali” di diritti individuali, libertà di espressione, il modello governativo rappresentativo, e lo stato di diritto. Gli studenti delle università e delle scuole superiori devono prendere lezioni in “Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. La filosofia a 14 punti è l’oggetto dell’applicazione mobile più popolare in Cina, che richiede agli utenti di accedere con il loro numero di cellulare e il loro vero nome prima di poter guadagnare punti di studio leggendo articoli, scrivendo commenti e facendo test a scelta multipla. Un sistema di “punteggio di credito sociale” personale si basa sul monitoraggio delle attività online e di altre attività per determinare il grado di amicizia rispetto alle priorità del governo cinese. I punteggi delle persone determinano l’idoneità per prestiti, impieghi governativi, abitazioni, benefici di trasporto, e altro ancora.

Gli sforzi del Partito per esercitare il controllo all’interno della Cina sono molto più noti dei suoi sforzi paralleli oltre i suoi confini. Anche in questo caso, l’insicurezza e l’ambizione si rafforzano a vicenda. I leader cinesi mirano a mettere in atto una versione moderna del sistema tributario che gli imperatori cinesi usavano per stabilire l’autorità sugli stati vassalli. Sotto tale sistema, i regni potevano commerciare e godere della pace con l’impero cinese in cambio della sottomissione. I leader cinesi non sono timidi nel sostenere questa ambizione. Nel 2010, durante una riunione dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, il Ministro degli Esteri cinese ha dichiarato in maniera secca ai suoi omologhi che “la Cina è un grande paese e voi siete paesi piccoli”. La Cina intende istituire un nuovo sistema tributario attraverso un enorme sforzo organizzato in base a tre politiche sovrapposte, che portano il nome “Made in China 2025”, “Belt and Road Initiative”, e “Military-Civil Fusion”.

“Made in China 2025” è progettato per aiutare la Cina a diventare un potere in gran parte indipendente nelle materie scientifiche e tecnologiche. Per raggiungere questo obiettivo, il Partito sta creando monopoli ad alta tecnologia all’interno della Cina e spogliando le società straniere della loro proprietà intellettuale mediante il furto e il trasferimento tecnologico forzato. In alcuni casi, le società straniere sono costrette a entrare in joint venture con società cinesi prima di poter vendere i loro prodotti in Cina. Queste società cinesi hanno per lo più stretti legami con il Partito, rendendo di routine il trasferimento della proprietà intellettuale e delle tecniche manifatturiere al governo cinese.

La “Belt and Road Initiative” richiede oltre 1 trilione di dollari in nuovi investimenti infrastrutturali nella regione indo-pacifico, in Eurasia e oltre. Il suo vero scopo è mettere la Cina al centro delle rotte commerciali e delle reti di comunicazione. Mentre l’iniziativa dapprima ha ricevuto un’accoglienza entusiasta da parte delle nazioni che hanno visto opportunità di crescita economica, molte di queste nazioni hanno presto capito che gli investimenti cinesi arrivavano con vincoli.

La Belt and Road Initiative ha creato un modello comune di clientelismo economico. Pechino offre innanzitutto prestiti a paese da parte di banche cinesi per progetti infrastrutturali su larga scala. Una volta che i paesi si sono indebitati, il Partito costringe i loro leader ad allinearsi con l’agenda della politica estera di Pechino, con l’obiettivo di eliminare l’influenza degli Stati Uniti e i suoi partner chiave. Anche se i leader cinesi spesso descrivono questi accordi come win-win per entrambi le parti, la maggior parte di loro ha un solo vero vincitore.

Per i paesi in via di sviluppo con economie fragili, Belt and Road crea una trappola del debito spietata. Quando alcuni paesi non sono in grado di pagare i loro debiti, la Cina scambia il debito per equity per ottenere il controllo dei loro porti, aeroporti, dighe, centrali elettriche e reti di comunicazione. A partire dal 2018, il rischio di soffocamento nel debito era in aumento in 23 paesi con finanziamenti Belt and Road. Otto paesi poveri con finanziamenti Belt and Road – Pakistan, Gibuti, Maldive, Laos, Mongolia, Montenegro, Tagikistan e Kirghizistan – hanno già livelli di debito insostenibili.

Le tattiche della Cina variano in base alla forza o alla debolezza relativa degli stati target. Quando intraprendono progetti di investimento su larga scala, molti paesi con istituzioni politiche deboli soccombono alla corruzione, rendendoli ancora più vulnerabili alle tattiche cinesi.

In Sri Lanka, il presidente di lunga data e attuale primo ministro, Mahinda Rajapaksa, aveva contratto debiti ben oltre ciò che la sua nazione potesse sopportare. Accettò una serie di prestiti ad alto interesse per finanziare la costruzione cinese di un porto, sebbene non ne fosse nessuna necessità apparente. Nonostante le precedenti assicurazioni sul fatto che il porto non sarebbe stato utilizzato per scopi militari, un sottomarino cinese attraccò lì lo stesso giorno della visita del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe in Sri Lanka nel 2014. Nel 2017, a seguito del fallimento commerciale del porto, lo Sri Lanka fu costretto a firmare un contratto di locazione di 99 anni a un’impresa statale cinese in uno scambio di debito per equity.

La nuova avanguardia del Partito comunista cinese è una delegazione di banchieri e funzionari di Partito con borse piene di soldi. La corruzione consente una nuova forma di controllo di tipo coloniale che si estende ben oltre le rotte marittime strategiche nell’Oceano indiano, nel Mar cinese meridionale e altrove.

La politica della fusione militare-civile è la più totalitaria dei tre poli. Nel 2014 e poi di nuovo nel 2017, il Partito ha dichiarato che tutte le società cinesi devono collaborare alla raccolta di informazioni. “Qualsiasi organizzazione o cittadini”, recita l’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence nazionale, “dovrà supportare, assistere e collaborare con il lavoro di intelligence dello Stato in conformità con la legge, e mantenere i segreti del lavoro di intelligence nazionale noti al pubblico.” Le aziende cinesi lavorano a fianco delle università e degli organismi di ricerca dell’Esercito popolare di liberazione. La fusione militare-civile incoraggia le imprese statali e private ad acquisire società con tecnologie avanzate, o di prendere una forte partecipazione di minoranza in tali società, in modo che le tecnologie possano essere applicate non solo per vantaggi economici ma anche militari e di intelligence. Accelera lo sviluppo di tecnologie rubate per mandarle all’esercito, in aree come lo spazio, lo cyberspazio, la biologia, l’intelligenza artificiale e l’energia. Oltre allo spionaggio e alla cybertheft da parte del Ministero per la Sicurezza dello Stato, il Partito incarica alcuni studenti e accademici cinesi negli Stati Uniti e in altre università e laboratori di ricerca stranieri di estrarre le tecnologie.

A volte i finanziamenti per la difesa statunitense finiscono nel supportare i trasferimenti di tecnologia in Cina. Uno dei tanti esempi è il Gruppo Kuang-Chi, descritto dai media cinesi come “un’impresa militare-civile”. Il Gruppo Kuang-Chi è stato fondato in gran parte sulla base di ricerche su meta-materiali finanziate dalla U.S. Air Force presso la Duke University.

Il cyber-furto cinese è responsabile di quello che il generale Keith Alexander, ex direttore della National Security Agency, ha definito il “più grande trasferimento di ricchezza nella storia”. Il Ministero per la Sicurezza dello Stato cinese ha utilizzato una squadra di hacker nota come APT10 per colpire le aziende statunitensi nei settori della finanza, delle telecomunicazioni, dell’elettronica di consumo, e dell’industria medica, così come i laboratori di ricerca della NASA e del Dipartimento della Difesa, estraendo proprietà intellettuale e dati sensibili. Ad esempio, gli hacker hanno ottenuto informazioni personali, compresi i numeri di previdenza sociale, di oltre 100.000 membri del personale navale degli Stati Uniti.

Le forze armate cinesi hanno utilizzato tecnologie rubate per perseguire capacità militari avanzati di vario genere e spingere le compagnie di difesa statunitensi fuori dal mercato. Il produttore cinese di droni Dà-Jiāng Innovations (DJI) controllava oltre il 70% del mercato globale nel 2017, grazie ai suoi prezzi bassi imparagonabili. I suoi sistemi senza pilota sono persino diventati i droni commerciali più frequentemente pilotati dall’esercito americano fino a quando non stati banditi per motivi di sicurezza.

Lo spionaggio cinese ha successo in parte perché il Partito è in grado di indurre la cooperazione, consapevolmente o inconsapevolmente, da individui, aziende e leader politici. Le aziende negli Stati Uniti e altre economie di libero mercato spesso non denunciano il furto della loro tecnologia, perché hanno paura di perdere l’accesso al mercato cinese, danneggiare le relazioni con i clienti, o instigare indagini federali.

La cooptazione passa alla coercizione quando i cinesi chiedono alle aziende di aderire alla visione del mondo del Partito comunista e di rinunciare alle critiche sulle sue politiche repressive e aggressive. Quando un dipendente del Marriott, utilizzando un account dell’azienda sui social media, ha messo un “mi piace” ad un tweet pro-Tibet nel 2018, il sito web e l’app della società alberghiera sono stati bloccati in Cina per una settimana e il dipendente è stato licenziato sotto la pressione del governo cinese. Lo scorso ottobre, quando Daryl Morey, direttore generale della squadra di basket degli Houston Rockets, ha twittato il suo sostegno ai manifestanti di Hong Kong, la televisione statale cinese ha annullato la trasmissione delle partite dei Rockets.

Il Partito comunista cinese ha anche perseguito una vasta gamma di sforzi di influenza al fine di manipolare i processi politici nelle nazioni target. In Australia e in Nuova Zelanda sono stati scoperti sofisticati sforzi cinesi per acquisire influenza all’interno delle università, corrompere politici, e molestie nei confronti della comunità della diaspora cinese affinché diventassero sostenitori di Pechino.

III. Empatia Strategica

Come osservava Hans Morgenthau molto tempo fa, gli americani tendono a vedere il mondo solo in relazione agli Stati uniti e ad assumere che il corso futuro degli eventi dipenda principalmente dalle decisioni o dai piani statunitensi, o dall’accettazione del nostro modo di pensare da parte degli altri. Il termini per definire questa tendenza è narcisismo strategico, e sta alla base delle assunzioni di lunga data che ho citato in precedenza: su come una maggiore integrazione della Cina nell’ordine internazionale avrebbe avuto un effetto liberalizzante sul paese e avrebbe alterato il suo comportamento nel mondo.

Ma c’è un altro modo di pensare il comportamento dei paesi: empatia strategica. Secondo lo storico Zachary Shore, l’empatia strategica implica cercare di capire come il mondo appare agli altri e come queste percezioni, così come le emozioni e le aspirazioni, influenzano le loro politiche e azioni. Una prospettiva di empatia strategica, tenendo conto della storia e dell’esperienza, porta a una seria di ipotesi molto diversa sulla Cina – questa sì confermata dai fatti.

Il Partito comunista cinese non liberalizzerà la sua economia o la sua forma di governo. Non giocherà secondo le regole internazionali comunemente accettate – piuttosto tenterà di minare e alla fine sostituirle con regole più solidali con gli interessi della Cina. La Cina continuerà a combinare la sua forma di aggressione economica, comprese le pratiche commerciali sleali, con una sostenuta campagna di spionaggio industriale. In termini di potere di proiezione, la Cina continuerà a cercare il controllo di posizioni geografiche strategiche e stabilire aree di primato esclusivo.

Qualsiasi strategia per ridurre la minaccia delle politiche aggressive della Cina deve basarsi su una valutazione realistica di quanta influenza hanno gli Stati Uniti e le altre potenze esterne sull’evoluzione interna della Cina. L’influenza di quei poteri esterni ha limiti strutturali, perché il Partito non abbandonerà le pratiche che ritiene cruciali per mantenere il controllo. Ma abbiamo strumenti importanti, a parte il potere militare e la politica commerciale.

Per prima cosa, quelle qualità “liberali occidentali” che i cinesi vedono come punti deboli sono in realtà punti di forza. Il libero scambio di informazioni e idee è uno straordinario vantaggio competitivo, un grande motore di innovazione e prosperità. (Una delle ragioni per cui Taiwan è considerata una tale minaccia per la Repubblica popolare è perché fornisce un esempio, su piccola scala ma molto potente, di un sistema politico ed economico di successo che è libero e aperto piuttosto che autocratico e chiuso.) La libertà di stampa e la libertà di espressione, combinate con la solida applicazione dello stato di diritto, hanno messo in luce le tattiche commerciali predatorie della Cina in un paese dopo l’altro, e hanno dimostrato che la Cina è un partner inaffidabile. La diversità e la tolleranza nelle società libere e aperte possono essere indisciplinate, ma riflettono le nostre aspirazioni umane più basilari e hanno anche un senso pratico. Molti cinesi americani che rimasero negli Stati Uniti dopo il massacro di Piazza Tiananmen erano in prima linea delle innovazioni nella Silicon Valley.

Al di là del focus sui punti di forza che il Partito comunista cinese considera le nostre debolezze, ci sono espliciti passi protettivi che dobbiamo prendere. Includono quanto segue:

– Molte università, laboratori di ricerca e aziende in paesi che sostengono lo stato di diritto e i diritti individuali sono complici consapevoli o inconsapevoli nell’uso della tecnologia da parte della Cina per reprimere il proprio popolo e migliorare le capacità militari cinesi. Per le tecnologie a duplice uso, il settore privato dovrebbe cercare nuove partnership con coloro che condividono l’impegno per le economie di libero mercato, il governo rappresentativo e lo stato di diritto, non con quelli che agiscono contro questi principi. Molte aziende sono impegnate in joint venture o partnership che aiutano la Cina a sviluppare tecnologie adatte alla sicurezza interna, come la sorveglianza, l’intelligenza artificiale e la biogenetica. In uno dei tanti esempi, una società con sede nel Massachusetts ha venduto attrezzature per il campionamento del DNA che hanno aiutato il governo cinese a rintracciare gli uiguri nello Xinjiang. (La società ha interrotto tali vendite). Le aziende che collaborano consapevolmente con gli sforzi della Cina per reprimere la propria gente o costruire minacciose capacità militari dovrebbero essere penalizzate.

– Molte aziende cinesi direttamente o indirettamente coinvolte in abusi dei diritti umani e violazione dei trattati internazionali sono quotate nelle borse americane. Tali aziende beneficiano degli Stati Uniti e di altri investitori occidentali. Una più severa selezione dei mercati dei capitali statunitensi, europei e giapponesi contribuirebbe a limitare la complicità delle società e degli investitori nell’agenda autoritaria della Cina. Le economie di libero mercato come la nostra controllano la maggior parte del capitale mondiale e abbiamo molta più leva di quella che stiamo impiegando.

– L’uso cinese delle principali compagnie di telecomunicazioni per controllare le reti di comunicazione e Internet all’estero deve essere contrastato. Non dovrebbero più esserci controversie sulla necessità di difendersi dalla società tecnologica multinazionale Huawei e sul suo ruolo nell’apparato di sicurezza cinese. Nel 2019, una serie di indagini ha rivelato prove incontrovertibili del grave pericolo per la sicurezza nazionale associato a una vasta gamma di apparecchiature per telecomunicazioni di Huawei. Molti dei dipendenti di Huawei sono contemporaneamente impiegati dal Ministero per la Sicurezza della Stato cinese e dal braccio dell’intelligence dell’Esercito di liberazione popolare. I tecnici della Huawei hanno utilizzato dati cellulari intercettati per aiutare i leader autocratici in Africa a spiare, localizzare e mettere a tacere gli avversari politici. Un settore prioritario per la cooperazione multinazionale tra le società libere dovrebbe essere lo sviluppo di infrastrutture, in particolare le comunicazioni 5G, per formare reti affidabili che proteggano i dati sensibili e proprietari.

– Dobbiamo difenderci dalle agenzie cinesi che coordinano le operazioni di influenza all’estero, come il Ministero per la Sicurezza dello Stato, il Dipartimento del United Front Work, e la Chinese Students and Scholars Association. Allo stesso tempo, dovremmo cercare di massimizzare le interazioni e le esperienze positive con il popolo cinese. Gli Stati Uniti e altre società libere e aperte dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di rilasciare più visti e fornire percorsi per la cittadinanza a più cinesi, con adeguate garanzie. I cinesi che interagiscono con cittadini di paesi liberi sono quelli che hanno maggiori probabilità di mettere in discussione le politiche del loro governo, sia dall’estero che al loro ritorno a casa.

– Gli Stati Uniti e le altre nazioni libere dovrebbero considerare le comunità di espatriati come un punto di forza. I cinesi all’estero, se protetti dalle ingerenze e dallo spionaggio del loro governo, possono fornire un significativo contrasto alla propaganda e alla disinformazione di Pechino. Le indagini e le espulsioni del Ministry of State Security e altre agenzie dovrebbero essere orientate non solo alla protezione del paese bersaglio, ma anche alla protezione degli espatriati cinesi al suo interno.

Senza un effettivo respingimento da parte degli Stati Uniti e di nazioni affini, la Cina diventerà ancora più aggressiva nel promuovere la sua economia statalista e il modello politico autoritario. Per me, la visita di stato a Pechino – e l’esposizione alla potente combinazione di insicurezza e ambizione della Cina – hanno rafforzato la mia convinzione che gli Stati Uniti e le altre nazioni non debbano più aderire a una visione della Cina basata principalmente sulle aspirazioni occidentali. Se competiamo in modo aggressivo, abbiamo motivo di essere fiduciosi. Il comportamento della Cina sta galvanizzando l’opposizione nei paesi che non vogliono essere stati vassalli. Anche internamente, l’inasprimento del controllo sta suscitando opposizione. La spavalderia di Li Keqiang e di altri funzionari potrebbe essere intesa a evocare l’idea della Cina come sovrana di “tutto sotto il cielo”, ma molti sotto il cielo non sono – e non devono essere – d’accordo.

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