Il ripensamento del Regno Unito sull’emergenza COVID-19

Ad oggi, con il continuo aumento del numero dei contagi non più circoscritto al territorio italiano ma estesosi anche ad altri paesi europei, tra cui la Francia, la Germania, la Spagna e il Regno Unito, e con la dichiarazione ufficiale dello stato di pandemia rilasciata lo scorso 11 marzo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un’azione comune europea sarebbe quantomeno utile a contrastare la diffusione del virus in tutti i paesi dell’Unione. Tuttavia, è d’obbligo utilizzare il condizionale dato i differenti iniziali approcci adottati dal governo britannico nel combattere l’epidemia.

Da tre anni abito nel Regno Unito, dove l’approccio adottato dal governo ha suscitato le dovute preoccupazioni in me, nei miei connazionali e nel popolo britannico. Per questo motivo, ho voluto indagare e comprendere meglio le motivazioni che hanno spinto Boris Johnson e il suo entourage ad un repentino cambio di rotta. Con la frase shock pronunciata dal Primo Ministro Boris Jonhson “[M]olti di voi perderanno i propri cari prima del tempo” (questo il comunicato ufficiale del 12 marzo), la strategia adottata in prima battuta dall’esecutivo, vale a dire quella della cosiddetta immunità di gregge o di gruppo, ha sollevato proteste da parte della comunità scientifica inglese ed internazionale.

In termini generali, si tratta di un meccanismo di protezione contro le infezioni; tale immunità viene raggiunta quando un elevato numero di persone sia stato vaccinato o divenuto, naturalmente e permanentemente, immune al virus. Tuttavia, come riportato dai virologi Roberto Burioni e Fabrizio Pregliasco, la decisione di fare affidamento esclusivamente sull’immunità di gregge è piuttosto pericolosa per due motivi principali: in primo luogo, nessun vaccino è stato attualmente elaborato contro il virus, nonostante si stia lavorando intensamente per la sua messa a punto in ogni parte del mondo. In secondo luogo, a fronte di una emergenza sanitaria nuova e mai vista prima come quella da COVID-19, non vi è l’assoluta certezza che una volta che il virus sia stato contratto, non si ripresenti una nuova infezione.

Anche esperti internazionali del settore hanno evidenziato le loro perplessità circa l’adozione di questa linea d’intervento. Anthony Costello – professore per la salute globale e lo sviluppo sostenibile presso la University College di Londra ed ex Direttore del Dipartimento per la salute materna e infantile presso l’OMS – insieme a William Hanage – professore di epidemiologia presso la Harward University – ritengono che l’attuale approccio del Regno Unito metterà seriamente a repentaglio la salute di molti individui, determinando una crescita del tasso di mortalità nel momento in cui il servizio sanitario nazionale sarà al collasso e non più in grado di accogliere persone infette.

Sir Patrick Vallance e Chris Whitty, le due massime autorità alle quali il governo inglese si è affidato per fronteggiare l’emergenza, avevano spiegato che almeno il 60% della popolazione avrebbe dovuto contrarre il virus affinché si potesse sviluppare l’immunità di gregge; avevano previsto inoltre che il tasso di mortalità non avrebbe superato, ottimisticamente, l’1%. In base a tali pronostici, considerando che il Regno Unito ha una popolazione di circa 67 milioni di persone, il numero di infetti sarebbe ammontato a 40 milioni e quello dei decessi intorno a 400.000.

Nel difendere l’approccio del Primo Ministro alla gestione della diffusione da coronavirus, lo stesso Patrick Vallance sosteneva che l’obiettivo principale era quello di “ridurre il picco dell’epidemia” e “proteggere gli anziani e i soggetti più vulnerabili”. Lasciare al virus la libertà di circolare e contagiare la popolazione, seppur una scelta discutibile e non propriamente etica, avrebbe permesso di costruire quell’immunità di gregge rendendo gli individui immuni alla malattia. In tal modo, in una prospettiva a lungo termine, si sarebbe bloccata la diffusione del virus e ridotto al minimo il numero delle vittime; in base alla prospettiva inglese, gli altri Stati europei, insieme alla Cina, avrebbero “semplicemente bloccato il virus dietro le porte delle case delle persone” ma “non appena i limiti alla libertà di movimento (sarebbero stati) sollevati, il virus sarebbe tornato di nuovo a manifestarsi”.

Tuttavia, preoccupato della rapida crescita del numero delle vittime, il governo ha dato avvio ad una seconda fase del suo programma, volta a sopprimere e rallentare la diffusione del virus sul territorio. In un comunicato del 16 marzo, Boris Johnson ha annunciato la necessità di adottare nuove più rigide misure. Ha invitato tutti i cittadini a sospendere contatti e viaggi non indispensabili, a non frequentare pub, teatri e ristoranti, a lavorare da casa ove sia possibile, ad evitare raduni e luoghi affollati e ha raccomandato alle persone a rischio, quali le donne incinte, le persone di età superiore a 70 anni e coloro che hanno patologie pregresse, di rimanere in casa per almeno per 12 settimane. Le scuole resteranno aperte, ma Johnson precisa che si tratta di una decisione in stand-by che potrà subire dei cambiamenti.

In un clima di emergenza sanitaria come questo, il leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn, precisando di non voler sfruttare politicamente una vicenda così grave e di voler sostenere la linea intrapresa dal governo, ha espresso la sua posizione in una lettera rivolta al Primo Ministro inglese; il capo dell’opposizione ha timidamente criticato il governo circa le modalità con cui sta gestendo la crisi richiedendo, in particolar modo, un’informazione pubblica più chiara e trasparente circa gli interventi attuati e le motivazioni addotte. Della stessa opinione è anche il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon, la quale ha richiesto maggiore chiarezza al governo di Westminster.

L’epidemia da COVID-19 è un qualcosa a cui nessun Paese era preparato. Da un problema circoscritto alla Cina e ai Paesi asiatici, esso ha assunto dimensioni planetarie, entrando prepotentemente nelle nostre vite, sconvolgendo i nostri stili di vita, le nostre libertà e l’economia mondiale. Purtroppo, come ben sappiamo, l’Italia è il Paese europeo maggiormente colpito dal virus che lo ha costretto ad adottare misure di contrasto e di contenimento simili a quelle cinesi. Nonostante l’iniziale sottovalutazione del problema, e nonostante l’esitazione e l’adozione di strategie diverse, gli stessi Stati stanno adottando linee simili a quelle adottate dall’Italia. La protezione del diritto alla salute è una condizione imprescindibile per garantire lo sviluppo e sostegno economico.

Federica Donati

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