In Xinjiang il genocidio più tecnologicamente sofisticato del mondo

Proponiamo la versione italiana di un articolo pubblicato da Foreign Policy il 15 luglio, a firma di Rayhan Asat e Yonah Diamond.

Due inquietanti eventi recenti potrebbero finalmente aprire gli occhi del mondo sulla portata e sull’orrore delle atrocità commesse contro gli uiguri, una minoranza etnica musulmana per lo più laica, nello Xinjiang, in Cina. Uno è un rapporto autorevole che documenta la sterilizzazione sistematica delle donne uigure. L’altro è il sequestro da parte dell’agenzia per la protezione doganale degli Stati Uniti di 13 tonnellate di prodotti fabbricati con capelli umani, probabilmente rimossi con la forza a cittadini uiguri imprigionati nei campi di concentramento. Entrambi gli eventi evocano agghiaccianti parallelismi con passate atrocità avvenute altrove: la sterilizzazione forzata di minoranze, disabili, indigeni, e l’immagine della vetrina con montagne di capelli conservate ad Auschwitz.

La Convenzione sul Genocidio, di cui la Cina è firmataria, definisce il genocidio come atti specifici contro membri di un gruppo con l’intento di distruggere quel gruppo in tutto o in parte. Questi atti includono (a) uccisioni; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale; (c) sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) imporre misure per impedire nascite all’interno del gruppo; (e) trasferire forzatamente i bambini da un gruppo ad un altro. Ognuna di queste categorie costituisce un genocidio. Le prove schiaccianti della campagna deliberata e sistematica del governo cinese per distruggere il popolo uiguro rientrano chiaramente in ciascuna di queste categorie.

Oltre un milione di uiguri turchi sono detenuti in campi di concentramento, prigioni e fabbriche di lavoro forzato in Cina. I detenuti sono soggetti a disciplina di tipo militare, trasformazione del pensiero e confessioni forzate. Subiscono abusi e torture, vengono violentati e persino uccisi. I sopravvissuti riferiscono di esser stati sottoposti a folgorazioni, waterboarding, percosse ripetute, posizioni di stress e iniezioni di sostanze sconosciute. Questi campi di detenzione di massa sono progettati per causare gravi danni fisici, psicologici e distruggere mentalmente il popolo uiguro. I ripetuti ordini del governo di “spezzare il loro lignaggio, spezzare le loro radici, spezzare le loro connessioni e le spezzare loro origini”, “rastrellare tutti coloro che devono essere rastrellati” e prevenire sistematicamente le nascite uigure dimostrano chiaramente l’intenzione di annullare il popolo uiguro nel suo insieme.

Ekpar Asat (fratello di uno degli autori dell’articolo, ndr) è un esempio emblematico di come gli uiguri siano presi di mira indipendentemente dal loro riconoscimento come “cittadini cinesi modello” da parte del Partito Comunista. Asat è stato elogiato dal governo per la sua leadership all’interno della comunità mussulmana ed e stato definito un “costruttore di ponti” e una “forza positiva” tra le minoranze etniche e il governo locale dello Xinjiang. Asat ha comunque subito la stessa sorte di oltre un milione di uiguri e nel 2016 è scomparso nell’oblio dei campi di concentramento. È detenuto in isolamento e si dice che stia scontando una condanna di 15 anni con l’accusa di “incitamento all’odio etnico”. Non è disponibile alcun documento giudiziario sul suo caso.

Nel 2017 in Xinjiang è stata condotta la brutale “Campagna Speciale per il controllo delle violazioni del controllo delle nascite” che ha introdotto specifiche direttive locali e con la quale il governo pianificava di sottoporre, entro il 2019, oltre l’80% delle donne in età fertile nello Xinjiang meridionale a dispositivi intra-uterini (IUD) forzati e a sterilizzazione. L’obiettivo è quello di raggiungere “zero incidenti della violazione del controllo delle nascite”. I documenti del governo rivelano una campagna di sterilizzazione di massa femminile, supportata da finanziamenti statali, che mira alla realizzazione di centinaia di migliaia di sterilizzazioni nel 2019 e nel 2020. Questo va ben oltre la scala, pro capite, della sterilizzazione forzata inflitta alle donne in Cina con la politica del figlio unico in passato.

Per attuare queste politiche, il governo dello Xinjiang, ha impiegato indagini alla “dragnet” per dare la caccia alle donne in età fertile. Una volta arrestate, queste donne non hanno altra scelta che sottoporsi alla sterilizzazione forzata per evitare di essere mandate in un campo di internamento. Una volta detenute, le donne affrontano iniezioni forzate, aborti e l’assunzione di sostenze sconosciute.

Le statistiche mostrano che il governo sta raggiungendo i suoi obiettivi di prevenzione delle nascite. Tra il 2015 e il 2018, i tassi di crescita della popolazione nella patria degli uiguri sono crollati dell’84%. Al contempo, i documenti ufficiali, mostrano che i tassi di sterilizzazione sono saliti alle stelle nello Xinjiang, mentre precipitano in tutto il resto della Cina, e il finanziamento di questi programmi non fa che aumentare. Tra il 2017 e il 2018, in un distretto, la percentuale di donne sterili o vedove è aumentata rispettivamente del 124% e del 117%. Nel 2018, l’80% degli inserimenti di IUD in Cina sono stati eseguiti nello Xinjiang, nonostante rappresentasse solo l’1,8% della popolazione cinese. Questi IUD possono essere rimossi solo con l’intervento di un chirurgo approvato dallo stato, altrimenti scattano pene detentive. A Kashgar, solo il 3% circa delle donne sposate in età fertile ha partorito nel 2019. Gli ultimi rapporti annuali di alcune di queste regioni hanno iniziato a omettere del tutto le informazioni sul tasso di natalità per nascondere la portata della distruzione. Il governo ha chiuso l’intera piattaforma online dopo queste rivelazioni. Le dimensioni e la portata di queste misure sono chiaramente progettate per bloccare le nascite uigure.

Con gli uomini uiguri arrestati e le donne sterilizzate, il governo ha gettato le basi per la distruzione fisica del popolo uiguro. Almeno mezzo milione dei bambini uiguri sono stati tolti alle loro famiglie e per esser cresciuti dallo Stato nei cosiddetti “rifugi per bambini”.

Ciò che rende questo genocidio così singolarmente pericoloso è la sua raffinatezza tecnologica, che consente efficienza nella distruzione del popolo uiguro, occultando il tutto all’attenzione globale. Gli uiguri soffrono lo stato di polizia più avanzato possibile, con ampi controlli e restrizioni su ogni aspetto della vita: religioso, familiare, culturale e sociale. Per facilitare la sorveglianza, in Xinjiang è attivo un “grid management system”. Città e villaggi sono divisi in aree di circa 500 persone. Ogni area ha una stazione di polizia che controlla da vicino gli abitanti scansionando regolarmente le loro carte d’identità, i volti, i campioni di DNA, le impronte digitali e i telefoni cellulari. Questi metodi sono integrati da un sistema gestito da una macchina nota come Integrated Joint Operations Platform.

Il sistema utilizza l’apprendimento automatico per raccogliere dati personali da video-sorveglianza, smartphone e altri documenti privati per generare elenchi di coloro da mettere in detenzione. Oltre un milione di osservatori cinesi di etnia Han sono stati sistemati nelle case degli uiguri, assoggettando anche gli spazi intimi all’occhio del governo. Il governo cinese gestisce il sistema di sorveglianza di massa più invadente al mondo e nega ripetutamente alla comunità internazionale un accesso significativo ad esso. Pertanto, spetta a noi stimare la natura, la profondità e la velocità del genocidio e agire subito, prima che sia troppo tardi.

Riconoscere o rifiutare di nominare questo genocidio è una questione di vita o di morte. Nel 1994, quando il governo statunitense fini di discutere dell’applicabilità del termine “genocidio” alla situazione in Ruanda, quasi un milione di tutsi era già stato massacrato. In un documento del 1° maggio 1994, all’apice del genocidio, redatto da un membro dell’Ufficio del Segretario alla Difesa si legge: “La scoperta del genocidio potrebbe impegnare [il governo degli Stati Uniti] a ‘fare qualcosa’”. Quattro anni dopo il presidente Bill Clinton si trovò davanti ai sopravvissuti ruandesi e rifletté sullo storico fallimento della sua amministrazione e giurò: “Mai più dobbiamo essere timidi di fronte alle prove”.

Con l’approvazione dello Uyghur Human Rights Policy Act, il governo degli Stati Uniti ha iniziato a compiere passi nella giusta direzione per evitare un’altra catastrofe umana. Settantotto membri del Congresso hanno fatto richiesta all’amministrazione di imporre sanzioni Magnitsky ai funzionari cinesi responsabili e di rilasciare una dichiarazione formale sulle atrocità dei crimini, incluso il genocidio. Finora, l’amministrazione ha ufficialmente imposto sanzioni Magnitsky a quattro funzionari cinesi e ad una “entità” responsabile del sistema di sorveglianza orwelliana e dell’espansione dei campi di internamento nello Xinjiang. Il governo degli Stati Uniti deve ora prendere una decisione ufficiale sul genocidio. Non dovrebbe essere difficile, dato che il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Morgan Ortagus, ha già affermato che “ciò che è accaduto al popolo uiguro.. è potenzialmente il peggior crimine che abbiamo visto dall’Olocausto”.

Una dichiarazione formale di genocidio non è soltanto simbolica. Incoraggerà altri Paesi ad unirsi in uno sforzo comune per porre fine al genocidio in corso nello Xinjiang. Spingerà i consumatori a rifiutare gli oltre 80 marchi internazionali che traggono profitto dal genocidio. E la determinazione darà forza ai rimedi legali per sanzionare le società che beneficiano della schiavitù moderna nelle loro catene di approvvigionamento provenienti dalla Cina e costringeranno le entità commerciali ad astenersi dal trarre profitto dal genocidio e impegnarsi in un comportamenti etici. In questo mondo interconnesso, se non riconosciamo il genocidio quando lo vediamo non siamo solo spettatori, siamo complici.

Traduzione: Asia Jane Leigh

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