Giudice Mazur: “In Polonia la sottomissione del giudiziario all’esecutivo è ormai realtà”

Nel 2015 il governo polacco, guidato dal partito Prawo i Sprawiedliwość (PiS – Legge e Giustizia), dall’ex Primo Ministro Jarosław Kaczyński, attualmente leader del partito PiS, ha presentato un disegno di legge per riformare il sistema giudiziario. L’obiettivo dichiarato, manco a dirlo, era una maggiore efficacia del sistema e la responsabilizzazione dei giudici, accusati di essere divenuti una casta di intoccabili che facevano politica.

Due delle riforme più contestate riguardavano da un lato, il ruolo del Procuratore Generale, dall’altro il Tribunale Costituzionale che, come avviene in molti Paesi, è l’organo preposto alla verifica della costituzionalità delle leggi e alla risoluzione di eventuali conflitti tra le competenze istituzionali. Fu chiaro da subito che l’obiettivo perseguito fosse politicizzare il Tribunale Costituzionale, in particolare accelerando il pensionamento di alcuni membri per sostituirli con giudici graditi al governo. Il Presidente di allora, il giudice Andrzej Rzeplinski, descrisse la riforma come un tentativo di depotenziare l’autonomia del Tribunale e di sminuirlo ad organo consultivo, etichettandola come una riforma in “stile Kazakstan”.

La funzione di Procuratore Generale è stata attribuita direttamente al Ministro della Giustizia cui sono stati assegnati poteri sconfinati che convogliano prerogative giudiziarie e governative insieme e che risultano sostanzialmente sottratti a ogni controllo dal momento che l’organo a cui dovrebbe teoricamente rispondere il Procuratore Generale, ovvero il Consiglio Nazionale della Magistratura, è nominato quasi interamente dal Parlamento a maggioranza semplice. Va da sé che un partito come PiS, che gode della maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ha vita facile.

La riforma complessiva è stata approvata definitivamente il 14 febbraio 2020, superando l’opposizione in parlamento e nelle piazze, nonché la debole pressione esercitata dall’Unione Europea con una procedura d’infrazione avviata tardivamente. Il progetto del governo però non è ancora concluso. Dopo aver politicizzato le corti, il prossimo obiettivo è, sempre in nome dell’efficacia, snellire il sistema rimuovendo uno dei tre livelli di giudizi ordinari che costituiscono il sistema giudiziario polacco.

Tale riforma – che comporta un’ ulteriore mortificazione dell’equilibrio tra i poteri e delle garanzie di libertà del potere giudiziario dall’esecutivo – non fa e probabilmente non farà notizia, nemmeno a Bruxelles. Per questo il 5 e il 6 settembre il Partito Radicale ha organizzato una missione a Cracovia, alla quale hanno preso parte il senatore Roberto Rampi e chi scrive, per dare voce a Dariusz Mazur, giudice del distretto della medesima città che da tempo si batte in prima linea, correndo rischi professionali non indifferenti, contro quella che definisce una “pseudo-riforma”. Durante l’incontro di alcune ore abbiamo preso contezza della portata e della gravità della situazione e ci siamo domandati perché un Paese dovrebbe passare da una forma di autoritarismo ad un’altra, meno violenta ma più subdola e non meno asfissiante, specialmente nel medio-lungo termine. La sottomissione del giudiziario all’esecutivo è ormai una realtà, inquietante e, temo, contagiosa nei Paesi dell’est europeo.

Segue il testo della conversazione tra Dariusz Mazur e Matteo Angioli realizzata a Cracovia il 6 settembre 2020 e trasmessa da Radio Radicale.

MA: Giudice Mazur lei è impegnato contro la riforma del sistema giudiziario voluta dal governo polacco a partire dal 2015. A cinque anni di distanza, in che modo è cambiato il quadro?

DM: Per essere strettamente corretti non dovremmo chiamarla riforma, ma pseudo-riforma perché il vero obiettivo di una riforma dovrebbe essere il miglioramento dell’efficienza del sistema giudiziario rendendolo più trasparente ed efficace. In Polonia non ci sono cambiamenti che vanno in quella direzione, ogni modifica nell’amministrazione della giustizia è progettata per rendere il sistema giudiziario politicamente dipendente. La “riforma” è avvenuta in primo luogo tramite alcune modifiche anti-costituzionali, che hanno reso politicamente subordinato il Tribunale Costituzionale. Si è trattato di una vera e propria acquisizione del Tribunale Costituzionale da parte del partito al potere per cui in Polonia, oggi, viene meno l’effettivo controllo costituzionale degli atti giuridici. In secondo luogo, anche l’Ufficio del Pubblico Ministero è stato reso politicamente subordinato attraverso la fusione dell’incarico di Ministro della Giustizia con quello di Procuratore Generale della Repubblica, e anche attraverso altri cambiamenti che hanno fatto del Pubblico Ministero una figura politicamente del tutto dipendente. Inoltre, il principale organo preposto dalla Costituzione a custode dell’indipendenza della magistratura in Polonia, cioè il Consiglio Nazionale della Magistratura (CNM), è stato anch’esso soggiogato politicamente, con l’assegnazione del potere di elezione di quasi tutti i membri del CNM al Parlamento, dove un solo partito detiene la maggioranza assoluta. Dopodiché, sono state create due nuove camere all’interno della Corte suprema, in cui tutti i membri sono eletti dal CNM. In altre parole, sono state smantellate tutte le garanzie istituzionali di indipendenza della magistratura. Essendo politicamente subordinati, è possibile fare pressione sui giudici istigando procedimenti penali infondati, con trasferimenti da un distretto all’altro, assegnando il giudice ad un’altra divisione del tribunale, perfino privandolo dell’assistenza dei cancellieri o cose simili. Sono molti gli elementi entrati in gioco negli ultimi cinque anni. Queste sono le condizioni in cui i giudici polacchi devono lavorare quotidianamente. Secondo alcune previsioni, il prossimo passo sarà quello di “appiattire la struttura dei tribunali”. Senza entrare nel dettaglio, basta dire che oggi in Polonia esistono tre livelli di giudizio ordinari e che il governo vuole ridurli a due. Noi supponiamo, anzi, siamo convinti che il prossimo passo della cosiddetta riforma sia rimpiazzare qualche presidente di distretto giudiziario con qualcuno di politicamente fedele. Un esempio è il trasferimento di alcuni giudici dalle loro città natale per privarli del loro background naturale. Tutto questo contribuisce a soggiogare ulteriormente la magistratura alla politica.

Quattro anni fa incontrai il giudice Rzeplinski, l’ultimo presidente indipendente del Tribunale Costituzionale polacco. Una delle cose che disse era che la “riforma” avrebbe trasformato il Tribunale Costituzionale in un tribunale in “stile kazaco”. Aveva ragione? La situazione si è evoluta come aveva previsto?

Purtroppo, in quel momento aveva assolutamente ragione. È vero, il Tribunale Costituzionale polacco è stato trasformato da effettivo guardiano della Costituzione a uno dei principali strumenti di subordinazione politica di altri organi di tutela giuridica, tra cui i tribunali comuni e la Corte Suprema. Il Tribunale Costituzionale in Polonia è solo la facciata della Corte Costituzionale indipendente che marcia di pari passo con la maggioranza politica in Parlamento per realizzare un sistema fondato sul mono-potere assoluto di un partito, o addirittura di un solo uomo.

Qual è il ruolo dell’Unione Europea (UE) rispetto a quanto accade ed è accaduto del potere giudiziario in Polonia?

L’UE ha un grande potenziale in questo senso, ma ho la percezione che fosse impreparata di fronte ad uno degli Stati membri determinato a passare da un sistema democratico ad uno autoritario. La risposta delle autorità europee è stata tardiva e troppo debole. L’UE può esercitare una certa influenza; per esempio, l’assassinio della Corte Suprema polacca che sarebbe risultato dalla riduzione dell’età pensionabile dei giudici della Corte stessa e che avrebbe portato alla riduzione di un terzo dei suoi membri, è stato ostacolato dal provvedimento provvisorio emesso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In effetti è stato, credo, l’unico momento in cui la cosiddetta riforma del sistema giudiziario in Polonia ha subito una battuta d’arresto, almeno per un certo tempo. Mi auguro che l’Unione Europea sia altrettanto efficace nel bilanciare in qualche modo questa deriva, attraverso le procedure d’infrazione relative ai procedimenti disciplinari aperti nei confronti dei giudici e quelle relative alla “legge bavaglio”, o “riforma”.

Cosa ne pensa dell’ambiente dell’informazione in Polonia?

Oggi non c’è niente che si possa definire come “media pubblico indipendente”. Abbiamo propaganda governativa e modalità di comunicazione molto insolite, come per esempio la campagna pubblicitaria condotta nel 2017. Quell’anno sono apparsi su tutto il territorio polacco migliaia di grandi cartelloni pubblicitari che accusavano i magistrati di un comportamento scorretto reale, presunto o immaginario che fosse. Venivano descritti come una casta privilegiata, da eliminare, da cambiare. Un mio collega ha colto nel segno dicendo che se uno dei rami del potere dello Stato avvia una azione pubblica contro un altro ramo, significa che la situazione è diventata così grave da superare l’immaginazione di Monty Python o George Orwell. Un commento azzeccato. È davvero incredibile come possa realizzarsi una situazione del genere in un Paese democratico, invece è ciò che sta accadendo in Polonia.

Lei era il coordinatore della divisione di Cracovia per diritto penale internazionale, ha insegnato alla Scuola Internazionale di Magistratura e Procura, è stato membro della Rete Giudiziaria Europea e ha tenuto conferenze su questioni di asilo e immigrazione. Non ricopre più nessuna di queste posizioni a causa delle sue attività contro la “riforma”. Come è successo e come vede il suo futuro, visto che, tra l’altro, è anche uno dei firmatari di una lettera indirizzata al governo che aveva lo scopo di proteggere lo stato di diritto?

Sono il portavoce dell’associazione Themis, la seconda più grande associazione di giudici in Polonia, quindi sono molto attivo nei media indipendenti dove critico apertamente questa pseudo-riforma. Quello con cui ho ache fare è un diverso tipo di repressione amministrativa e disciplinare. Quando sono stato privato della carica di coordinatore della cooperazione internazionale sulle questioni penali, quando sono stato rimosso come docente della Scuola Nazionale della Magistratura e quando mi è stato vietato di tenere lezioni nelle network europeo di formazione giudiziaria, il Presidente del mio tribunale non mi ha fornito nessuna spiegazione. Il punto è che questi è stato nominato all’inizio del 2018 dal nostro attuale Ministro della Giustizia, che sta perseguendo un disegno preciso. Sono assolutamente convinto che tutte queste azioni nei miei confronti, che mi privano di diverse posizioni, siano una sorta di molestia legale, una rappresaglia per la mia attività. Ultimo, ma non meno importante, ci sono alcuni procedimenti valutativi a mio carico per aver criticato nei media indipendenti le decisioni politiche del Ministero della Giustizia che a mio avviso favoriscono la corruzione nella magistratura, ed altri procedimenti disciplinari per aver affisso in un tribunale un manifesto con richieste di associazioni giudiziarie. Entrambe le azioni disciplinari sono condotte da commissari disciplinari centrali, politicamente motivati, nominati dal Ministro della Giustizia. Sono ben consapevole del fatto che entrambi i casi finiranno di fronte alla Camera Disciplinare della Corte suprema, che è un vero tribunale canguro con il potere di radiarmi dalla professione. Io comunque non ho intenzione di dismettere il mio impegno; penso che sia dovere di ogni giudice polacco fermare questa follia totale che interessa la magistratura polacca.

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