Incontro tra Papa Francesco e Erdogan in Vaticano

L’incontro del 5 febbraio in Vaticano tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e Papa Francesco ha rappresentato un evento propagandistico utile a migliorare l’immagine internazionale fortemente deteriorata del Capo di Stato turco.

Erdoğan ha colto l’elemento di sintonia col Vaticano sulla questione delicatissima dello status di Gerusalemme per affermare una immagine positiva di sé nella scena internazionale da utilizzare anche ai fini di politica interna, per accrescere la sua autorevolezza, il suo prestigio e quindi il suo potere. Immagine, la sua, che a livello internazionale si era molto deteriorata per la repressione che ha messo in atto nel suo paese e che si è impennata dopo il fallito golpe del 15 luglio del 2016.

L’avvio dell’operazione militare “Ramo d’Ulivo” in Afrin, nordovest Siria, contro le milizie curde delle Unità di protezione del popolo (Yekîneyên Parastina Gel – YPG), contribuiscono ad alimentare una percezione negativa nel mondo occidentale nei suoi confronti.

Quello di Roma, con le istituzioni italiane, è stato invece un incontro informale. Non si è trattato affatto di un vero e proprio bilaterale come è stato descritto da diversi media, ma di un incontro di scarsa rilevanza che è servito ad Erdoğan a concludere affari con il ghota dell’industria italiana.

Una visita, quella al Papa, molto evocativa che tocca corde sensibili nel mondo islamico: Erdoğan è stato presentato dai media turchi filogovernativi come un presidente musulmano che va a parlare di Gerusalemme in Vaticano, a sostenere la causa dei palestinesi, quasi a rappresentare l’Islam davanti al massimo rappresentante del Cristianesimo.

Inoltre, il capo assoluto della Turchia va dal Papa a farsi incoronare. “Missione storica”, titolava così il quotidiano conservatore Haber Türk. Erdoğan si è rivolto anche all’Italia per chiedere all’UE di non tenere bloccato il negoziato di adesione. “L’Europa ci faccia entrare”, ha detto.

Ma Bruxelles è rimasta indifferente soprattutto agli appelli dell’opposizione turca che attraverso il suo maggiore leader, Kemal Kılıçdaroğlu, ha chiesto in tutte le sedi, che vengano aperti i capitoli 23 e 24 sulla giustizia e le Libertà fondamentali del negoziato di adesione per ingaggiare con Ankara un dialogo serrato e franco sui diritti umani, sullo stato di diritto e sulla democrazia.

L’obiettivo dell’adesione all’Unione Europea (UE) nei primi anni duemila ha rappresentato uno dei rari momenti in cui si è generato un ampio consenso nella società turca oltre che uno straordinario motore per il processo di democratizzazione.

La responsabilità dello stato attuale del degrado dei legami tra Turchia e UE non può essere attribuita solo a una delle parti o solo semplicemente alla deriva autoritaria che sta caratterizzando la politica del governo turco a partire dal 2013. L’Unione europea fallì il suo primo test di affidabilità sul rispetto del negoziato di adesione della Turchia nel 2004, quando accolse nel proprio seno Cipro, che era divisa in due, ignorando le aspirazioni e i diritti della parte turca, e concesse il potere ai greco-ciprioti, come unici rappresentanti di tutta l’isola, di porre il veto ai capitoli di adesione di Ankara.

Ciò segnò l’inizio del risentimento turco verso l’Unione europea dalla quale la Turchia si sentì tradita. E poi la posizione di chiusura nel 2007 e 2008 della Francia di Sarkozy, e ancora prima quella della Germania della Merkel, suonò come uno schiaffo sul muso di Ankara che contribuì non poco all’allontanamento della Turchia da quel processo di adeguamento all’ordinamento UE che fino a quel momento stava rappresentando un attivismo riformatore senza precedenti.

Questo processo si bloccò e il governo AKP, con Erdoğan, scelse di percorrere altre strade. Adesso il partenariato privilegiato, finora tanto ostracizzato da Ankara, è visto da molti decisori turchi come la strada più conveniente per rimanere ancorati a un partner strategico fondamentale col qual vi è uno scambio commerciale del 45%.

“L’adesione della Turchia all’UE non può attendere dieci anni”, diceva il leader del Partito radicale Marco Pannella nel 2004. “Avere Ankara tra le capitali dell’Unione europea è un fatto strutturale e storico e noi riteniamo che sia un’urgenza dell’oggi perché non sappiamo cosa sarà la Turchia domani, non sappiamo cosa sarà domani l’Europa e il Mediterraneo. È l’urgenza di concepire il nuovo possibile contro un probabile presente senza speranza, affinché si salvino le prospettive migliori di evoluzione per l’Unione europea, per il Mediterraneo, certamente per l’Italia e anche per la Turchia”. Così ribadiva Pannella nel luglio del 2014 in occasione della fondazione dell’organizzazione transnazionale di cittadini e parlamentari “Turchia in Europa da Subito”, da lui fortemente promossa.

Mariano Giustino

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