Intervista con il Presidente Andrzej Rzeplinski

Andrzej Rzeplinski è un avvocato specializzato in diritto penale, giudice costituzionale e Presidente della Corte Costituzionale polacca dal 3 dicembre 2010. Mi riceve nel suo ufficio a Varsavia, ad una settimana appena dalla scadenza del suo mandato di sei anni, il 19 dicembre 2016.

Lo scorso 24 ottobre in un’intervista a Le Monde ha detto che la Polonia sta attraversando una fase molto difficile perché il partito al Governo, Legge e Giustizia (PiS – Prawo i Sprawiedliwość) è “determinato a mettere sotto tutela politica il Tribunale Costituzionale”. La crisi deriva anche dalla controversa nomina di alcuni membri del Tribunale?

Sì. La Costituzione prevede che siano 15 i giudici membri del Tribunale Costituzionale (TC) ma oggi ne abbiamo 18. Questo è un problema ed è la causa dell’inizio del conflitto. Il punto è che il partito di maggioranza non vuole soltanto controllare il TC, vuole una sorta di Consiglio Privato, un organo senza competenze, senza indipendenza, senza vera forza, ridotto ad organo consultivo per il “leader”.

Secondo lei quindi esiste il rischio che la separazione dei poteri sia compromessa e che la Polonia non sia più un Paese sub legem ma sub hominem?

Sì, assolutamente. Ma c’è di più: il leader di maggioranza, Jarosław Kaczyński, ha dichiarato proprio oggi di voler migliorare la qualità dell’opposizione parlamentare! La situazione è sempre più fuori controllo. Mi viene in mente il Kazakistan: non conosco gli standard di questo Paese, che è bellissimo, ma il sistema politico è piuttosto strano e mi pare che ci stiamo muovendo in quella direzione.

C’è un provvedimento che il Governo ha preso o è determinato a prendere prossimamente che la inquieta in particolare?

Il Governo vuole creare la nuova Corte Costituzionale il prima possibile, entro Dicembre o, al massimo, entro la fine di Gennaio 2017, per risolvere definitivamente il conflitto in corso con questa Corte. Per il resto vuole ciò che Vaclav Havel in Cecoslovacchia definì “silenzio mortale”. Ciò non significa la morte di nessuno, ma che tutto è corretto, l’opposizione migliorerà, tutti si ameranno e ci sarà un solo centro, una sola sede decisionale politica. Così prevede il programma del partito al Governo, cioè non avere separazione dei poteri, i pesi e contrappesi e queste stupide cose che rendono ogni decisione impossibile. Non a caso il leader usa ufficialmente questo termine “impossibilismo”. E quando dico “leader” intendo Kaczyński, che è stato Primo Ministro del 2007. Ma oggi non lo è, non è Presidente, non è Ministro, non è Procuratore generale, non è un giudice, non è membro del Governo. Lui opera da dietro le quinte, come Presidente del suo partito. Il nome ufficiale di questa istituzione è il Centro Decisionale Politico, una denominazione che ha tratto da Carl Schmitt, grande giurista che si è concentrato molto sul funzionamento e l’organizzazione dello Stato. Il Centro Decisionale Politico deve essere indipendente dal Governo, dal Presidente e dal sistema giudiziario. Potrebbe essere formato da un gruppo di persone, ma anche da una persona soltanto, perché conosce ciò che è utile alla popolazione e nessuno può opporsi alle sue decisioni, perché il centro è il centro e non sbaglia.

Lei ha criticato anche il Presidente Andrzej Duda?

No. E’ il Presidente eletto da più di 18 milioni di persone e rispetto i risultati delle elezioni parlamentari e presidenziali. Non solo perché sono un giudice costituzionale, ma perché rispetto la democrazia. Lavoro duramente perché la Polonia sia uno Stato democratico, uno Stato che osserva le leggi, il Rechtsstaat, uno Stato che non impone nulla ai suoi cittadini che sono liberi perché detentori di diritti e non perché lo Stato concede loro qualcosa in particolare.

Di recente ha assistito ad una seduta del parlamento dalle tribune ed è stato stato fischiato apertamente dai deputati del partito di maggioranza. Cosa è successo? Era stato invitato a seguire quella sessione?

Credo sia un problema di prassi costituzionale. Nelle tribune in parlamento c’è uno spazio riservato al Presidente del Tribunale Costituzionale che può andarci quando lo desidera. Sia il Governo che il partito di maggioranza non mi hanno mai invitato ad andarci. Quel giorno stavo seguendo dalle tribune e dopo venti minuti dall’inizio del dibattito l’ex Ministro della Giustizia [del Partito “Piattaforma Civica”, ora all’opposizione, ndr] l’On. Borys Budka, ha preso la parola per annunciare la mia presenza e stigmatizzare il fatto che il Presidente del Parlamento mi avesse ignorato.

Cosa ne pensa dell’azione della Commissione europea e delle raccomandazioni che Bruxelles ha inviato a Varsavia l’estate scorsa in merito al rispetto dello Stato di Diritto?

La Commissione europea si trova in una posizione molto difficile perché dal suo punto di vista la complicata situazione polacca non è la questione principale. Ci sono crisi più importanti in Nord Africa, in Medio Oriente, in Russia rispetto all’Ucraina, e infine nei Balcani. Per me ormai questa “Europa felice” è storia. Se fossi nei panni di Juncker o Timmermans farei attenzione, perché quel che la Commissione ha fatto per la Corte Costituzionale è stato davvero importante. Siamo parte del sistema europeo, ma la propaganda ufficiale nostrana dipinge l’Europa come lo straniero, l’alieno, come il nemico che non ha la minima idea di cosa succeda davvero in Polonia. Questo è un problema e una contraddizione perché anno dopo anno la Polonia contribuisce sempre più al budget europeo. Nel 1989-1990 eravamo in una posizione peggiore di quanto non fosse la Grecia due anni fa. Abbiamo ricevuto aiuti ma anche investimenti, expertise, banche sia dall’Europa che dagli Stati Uniti, e questo ha generato profitti che ci hanno permesso di crescere.

Lo scorso ottobre il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che prevede la creazione di un meccanismo di monitoraggio e revisione dello Stato di Diritto e dei diritti fondamentali nell’UE. Pensa che sia uno strumento utile?

Individualmente, gli Stati membri prevedono strumenti che verificano il rispetto dello Stato di diritto. Ma se vogliamo che tutti gli Stati aderiscano ai principi enunciati nell’articolo 2 del Trattato di Lisbona – ovvero stesse leggi e stessi diritti per tutti – è giusto che ci sia un organo indipendente composto dai migliori esperti degli Stati membri che operino su richiesta oppure ex officio.

Si sono svolte manifestazioni a sostegno suo e del Tribunale Costituzionale. Ha un messaggio per quei manifestati? E crede che i media stiano informando correttamente la popolazione?

Uso i mezzi di trasporto pubblici. Non ho la patente di guida e per me è normale prendere l’autobus. Per me la strada è un ambiente amichevole, e non cerco il sostegno del pubblico, perché non sono un politico. Faccio quello che faccio perché è ciò che devo fare. Non sono ingenuo però. So che ci sono persone che mi vogliono morto. Ci sono almeno due indagini in corso, nate da minacce dirette e reali che mi sono state indirizzate via Twitter. Se avessi paura dovrei dimettermi.
Per quanto riguarda i media, quelli pubblici sono un problema. Ma nessuno è obbligato a seguirli.

Lei si muove sotto scorta?

No. Credo di essere l’unico Presidente di Corte Costituzionale senza protezione in Europa orientale.

Nessuna protezione?Coraggioso.

No, è il mio stile. So che si può pagare un prezzo molto alto, come accadde a Olof Palme. Ma questo può accadere anche se si è circondati dai servizi segreti. Non mi voglio paragonare a Palme o Kennedy perché avevano funzioni diverse dalla mia, e comunque la polizia mi ha informato che ho una forma di protezione, non visibile.

Il suo mandato scade il prossimo 19 dicembre. Cosa pensa che accadrà una volta che avrà lasciato?

Come dicevo all’inizio, l’obiettivo di PiS è trasformare la Corte Costituzionale in una sorta di consiglio privato. Privato, ma sempre pagato coi soldi dei contribuenti. Un organo che risponda ad un uomo al comando e che potrebbe cambiarne il nome in “Consiglio Costituzionale Nazionale” o qualcosa del genere. De Gaulle, per esempio, volle il Consiglio Costituzionale e non la Corte Costituzionale perché il primo lo avrebbe assistito a monitorare innanzitutto il Senato, bloccando all’occorrenza la legislazione poco gradita. Col tempo però in Francia il Consiglio ha assunto sempre più i tratti di una tipica Corte costituzionale. In Kazakistan, Nazaerbayev ha riformato la Corte costituzionale trasformandola in Consiglio Costituzionale e ha rimosso i membri della Corte, ottenendo così una nuova istituzione tutta per sé. È accaduto lo stesso in Bielorussia con Lukashenko, che ha cambiato nome, composizione e funzione della corte, riducendola ad un organo meramente consultivo. Non penso che accadrà la stessa cosa in Polonia, perché questi che ho citato sono regimi autoritari, ma sono comunque molto preoccupato.

Lei cosa farà dal 20 dicembre?

Tornerò a insegnare diritto all’Università, ammesso che il Procuratore generale non si interessi di me appena non sarò più Presidente! Ho degli ottimi colleghi con cui tornerò a lavorare con piacere e ho appena finito una ricerca unica in Europa sull’istituto della carcerazione a vita. Tra l’altro, ricordo quando trascorsi un periodo in Italia a fine anni ’80 presso la Corte di Cassazione a Piazza Cavour, quando si tenne un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il risultato fu scontato: più dell’80% in favore.

In conclusione, pensa che vi sia un’erosione a livello mondiale dello Stato di Diritto?

Sì, siamo andati troppo avanti nella direzione sbagliata e ora è tempo di correggere qualcosa, altrimenti i regimi autoritari torneranno ad aumentare. Sono d’accordo con Churchill quando diceva che “ogni deficit democratico si supera con più democrazia”.

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