Joshua Wong a Radio Radicale: “Spero che i cittadini italiani sosterranno la lotta per la libertà di Hong Kong”

Il 20 novembre, dopo la decisione dell’alta Corte di Hong Kong di impedire il viaggio in Italia e altri paesi europei dove doveva tenere alcuni incontri e audizioni parlamentari, Joshua Wong è stato intervistato telefonicamente da Laura Harth per Radio Radicale.

Joshua, ieri, martedì 19 novembre, l’Alta Corta ha deciso di non concederti l’autorizzazione a viaggiare in Europa dove avevi programmato una serie di appuntamenti istituzionali. Ti avevamo anche invitato in Italia per testimoniare dinanzi il Parlamento italiano alla fine della prossima settimana. Come leggi questa decisione?

Sono totalmente deluso dalla decisione della Corte. Privandomi della mia libertà di movimento, la Corte mi ha imposto una pena in più ancor prima di essere giudicato colpevole. La Corte ha deciso che non è necessario che io sia presente di persona alle audizioni e alle riunioni parlamentari. Penso che sia davvero ridicolo. Allo stesso tempo, la Corte ritiene che io presenti il rischio di fuga e che chiederei asilo politico. E’ un’accusa orribile. Ho sempre spiegato alla stampa che Hong Kong è la mia casa, che non abbandonerò mai nonostante la sofferenza e le difficoltà.

Tra l’altro questa decisione giunge dopo il rifiuto da parte del Tribunale di decidere in merito alla tua richiesta di autorizzazione a viaggiare lo scorso venerdì 8 novembre. Perché il Tribunale è stato così riluttante a decidere? C’è un legame con quella presa dal giudice Laura Aron di non consentire (unico caso) la tua candidatura alle elezioni distrettuali di Hong Kong previste per il 24 novembre?

Ironia della sorte, è lo stesso giudice che mi aveva autorizzato a viaggiare a Taiwan, in Germania e negli Stati Uniti a settembre. Due mesi dopo però, lo stesso giudice rifiuta di concedermi tale autorizzazione, sostenendo che la mia testimonianza nelle audizioni in programma a Roma, Bruxelles, Londra, Berlino e Parigi non sono importanti, il che presenta un doppio standard. A seguito di questa decisione della Corte, è chiaro che sono privato del diritto di candidarmi alle elezioni, della libertà di movimento, della libertà di riunione e della libertà di espressione. Diritti che saranno sempre più erosi e censurati dal governo, come ci l’esperienza ci insegna. Insomma, la partecipazione politica a livello distrettuale è garantita dalla Costituzione, ma non è più applicabile a me. Comunque, indipendentemente da cosa accadrà, non voglio speculare sulla decisione politica della Corte di negare la mia domanda di viaggio. Ma è chiaro che dall’inizio della crisi politica la magistratura è sottoposta a forti pressioni da parte di Pechino.

Infatti, dopo la vittoria dei manifestanti presso l’Alta Corte in merito all’incostituzionalità del divieto di indossare le maschere per il volto, i legislatori di Pechino hanno rilasciato una dichiarazione ieri in cui affermano che l’Alta Corte non dispone dell’autorità per decidere sulla costituzionalità delle leggi di Hong Kong. E’ un’altra violazione del paradigma “un Paese, due sistemi”?

La Corte è sotto pressione a seguito delle critiche espresse dai comitati permanenti del Congresso nazionale del popolo sul parere di incostituzionalità del Face Mask Ban da parte della Corte. E’ chiarissimo che il principio ‘un Paese, due sistemi’ è sull’orlo del collasso. Sono necessari sforzi concertati per aiutare Hong Kong.

Le proteste a Hong Kong sono in corso da quasi sei mesi, con scontri sempre più violenti tra i manifestanti e la polizia di Hong Kong. Dove vedi andare il movimento nelle prossime settimane e quali saranno le azioni di Pechino nel prossimo futuro?

La Cina ha già interferito su molte questioni. Pechino afferma di avere la massima autorità per interpretare la legge, l’interferenza è in atto da molto tempo. L’attuale crisi politica è anche fortemente influenzata dalle truppe cinesi del PLA (People Liberation Army); non solo sono pronte per essere schierate, hanno effettivamente già schierato soldati con la scusa di liberare le strade dalle barricate. E’ importante far conoscere a livello globale qualsiasi tentativo di comportamento aggressivo della Cina ed esercitare la pressione internazionale. Sono deluso per l’indifferenza mostrata dal Ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio nel rispondere alla crisi umanitaria a Hong Kong. Mentre era in Cina, ha detto: “non vogliamo interferire nelle questioni altrui”. E’ la tipica mentalità del “not in my backyard”. Ma guardando l’aggressione socio-economica della Cina in molti Paesi della Belt and Road Initiative, credo che l’Italia dovrebbe assumere un ruolo più attivo per riconoscere ciò che sta avvenendo a Hong Kong e nello Xinjiang. Vorremmo davvero spiegare e continuare a spiegare la situazione grave ai membri del Parlamento italiano e chiedere di sostenere urgentemente Hong Kong. Spero che esprimeranno tutto il loro dissenso con la dichiarazione rilasciata dal Ministro degli Esteri Di Maio che a Shanghai ha parlato di una posizione di non-interferenza nei confronti di Hong Kong, così come ha fatto anche l’Ambasciatore cinese a Roma. I governi occidentali dovrebbero riconoscere che il popolo di Hong Kong sta semplicemente e umilmente esprimendo alcune richieste politiche. In particolare, chiediamo elezioni libere, che sono un diritto fondamentale di cui godono le persone in Italia dal secolo scorso.

Il Partito Radicale ha proposto proprio ieri una risoluzione urgente ai membri del Parlamento italiano a sostegno di Hong Kong. Quanto è importante il sostegno internazionale per il popolo di Hong Kong e cosa chiederesti ai legislatori in Italia di fare?

Il popolo di Hong Kong chiede elezioni libere e la fine della brutalità della polizia. Incolparli e dipingerli come coloro che chiedono l’indipendenza è pura tattica, poiché il governo di Pechino cerca di mettere a tacere la nostra voce. L’Italia dovrebbe stare attenta alla dipendenza dagli interessi economici della Cina. Al mondo non c’è nessun pasto gratis. Condannare la repressione dura a Hong Kong non è sufficiente. L’Europa e soprattutto l’Italia dovrebbero riconsiderare i loro legami economici con un regime così autoritario che non ha mai rispettato le regole. Pechino ha firmato la Dichiarazione Universale sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, ma da oltre 48 anni infrange ogni promessa. Anche l’Italia dovrebbe adottare provvedimenti legislativi simili al Hong Kong Human Rights and Democracy Act degli Stati Uniti o il Global Magnitsky Act per fermare ulteriori violazioni dei diritti umani. I veicoli della polizia di Hong Kong e altre armi usate contro il popolo di Hong Kong dovrebbero essere banditi dall’esportazione verso Hong Kong. Spero che i cittadini italiani sosterranno la lotta per la libertà del popolo di Hong Kong.

Ascolta l’intervista sul sito di Radio Radicale

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