La repressione in Cambogia si intensifica

Di fronte alla crescente pressione internazionale tesa a ristabilire la democrazia in Cambogia, il Primo Ministro Hun Sen non ha trovato risposta migliore che quella di adottare nuove misure per neutralizzare gli ultimi elementi dell’opposizione e rendere ancora più difficile il ripristino della democrazia.

E’ un vero e proprio insulto alla comunità internazionale, all’Unione Europea in particolare, che sta minacciando il regime di Phnom Penh con sanzioni commerciali nel caso in cui Hun Sen non annulli le misure repressive adottate dal 2017, specificamente lo scioglimento dell’unico partito di opposizione rappresentato in Assemblea Nazionale, il Cambodia National Rescue Party (CNRP).

Tra le nuove misure repressive, vi è un emendamento imposto il 13 dicembre da Hun Sen in Parlamento sulla legge sui partiti politici che punisce con pene detentive di due anni e mezzo i 118 ex dirigenti del CNRP se questi non presenterano, con un vero atto di sottomissione e obbedienza, la richiesta di vedersi ripristinare i loro diritti politici. Sono gli stessi diritti di cui sono stati privati quando il CNRP è stato sciolto dalla Corte Suprema il 16 novembre 2017. Ci troviamo di fronte ad un sistema stalinista con caratteristiche kafkiane*.

Hun Sen persegue due obiettivi per mezzo di questa riabilitazione selettiva, condizionata e controllata dei suoi avversari politici: ingannare la comunità internazionale e dividere o addirittura distruggere il CNRP, il cui presidente Kem Sokha, rimane agli arresti domiciliari, mentre gli altri dirigenti e membri di spicco sono costretti all’esilio.

Sam Rainsy

*Dal Phnom Penh Post del 13 dicembre 2018:
Hun Sen ha chiarito che i politici fuorilegge potranno finire in carcere oppure avere la possibilità di riacquistare i loro diritti quando l’emendamento proposto entrerà in vigore. Riferendosi ai diretti interessati, Huns Sen ha detto: “devono tenere a mente che chi si oppone al verdetto della Corte Suprema non otterrà i diritti politici e finirà in carcere poiché, con l’entrata in vigore della nuova legge, una violazione di un verdetto della Corte Suprema determina una condanna a due anni e mezzo di carcere”.

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