L’antidoto per le fake news? Informare rispettando le regole

L’alternativa al propagarsi di notizie costruite ad arte è quella di avere dibattiti giusti e accessibili e far sì che l’ONU incoraggi questa dinamica virtuosa riconoscendo formalmente il diritto di ogni cittadino alla conoscenza.

Il primo novembre, durante un’audizione in Senato in cui è stato ascoltato il vice presidente di Facebook Colin Stretch, il senatore statunitense Burr ha citato il caso di due gruppi Facebook, ‘Heart of Texas’ nato “per fermare l’islamizzazione del Texas” e ‘United Muslims of America’ nato “per salvare la cultura islamica”. Piccolo particolare: entrambi sono fittizi. Non lo sono però le decine di persone che il 21 maggio 2016 si sono ritrovate a Houston nel medesimo luogo e alla stessa ora, su fronti opposti. Le manifestazioni erano state organizzate in qualche ufficio a San Pietroburgo, in Russia, a colpi di spot su Facebook. Costo totale dell’operazione: 200 dollari.

L’8 dicembre l’ex vice presidente Joe Biden ha rivelato che la Russia ha interferito e interferisce anche in Italia. E’ interessante dunque ricordare che pochi giorni prima, il 4 dicembre, ai microfoni di Radio Radicale, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari aveva detto che ai colossi digitali si presenta la finestra di opportunità per “rivedere le regole con cui pubblicano le notizie”. Un’affermazione non del tutto dissimile dall’azione di hacking nell’interesse pubblico proposta dal professor Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’Università di Milano che, in occasione del convegno “SOS Stato di diritto: verso il diritto alla conoscenza” organizzato dal Partito Radicale ha sottolineato che il fenomeno delle fake news si può contrastare “facendo in modo che i dati veri diventino persistenti e virali”.

È sicuro che lo sviluppo delle tecnologie e l’avvento del social media abbiano favorito questa dinamica intrusiva e che la risposta dovrà anche essere di natura tecnica. Ma è sufficiente? Quello delle fake news sembra rimanere un epifenomeno rispetto a un problema centrale, ovvero il perdurante aggravarsi dello stato di degrado delle “democrazie reali” – secondo la definizione con cui Marco Pannella tirava un amaro parallelo con i paesi a “socialismo reale” – iniziato da anni e accelerato nella sua gravità dalle fake news.

Per decenni, il Partito Radicale e in particolare il leader Marco Pannella, hanno denunciato con rigore politico- scientifico le violazioni, gli abusi e le censure perpetrati dalle massime autorità dello Stato italiano, attentando ai diritti politici e civili dei cittadini italiani. A mo’ di esempio basta ricordare come Pannella definiva la Corte costituzionale: la “suprema cupola della mafiosità partitocratica”. A livello mondiale, il culmine di questo perdurante comportamento, il cui sedimento negli anni diventa una prassi politico-culturale, è stato la preparazione e l’esecuzione dell’attacco militare all’Iraq nel marzo 2003.

Cosa erano le motivazioni dell’invasione se non vere e proprie “fake news” fabbricate ai più alti livelli dello Stato? Un’operazione fondata interamente sulla manipolazione e la presentazione di informazioni prodotte appositamente per giustificare una linea politica decisa lontano dal Parlamento. Dunque, se le autorità preposte a preservare il bene comune sono le prime a ingannare, a diffondere menzogne sempre più gravi, come stupirsi dell’epidemia di falsità, ambiguità che inondano ogni canale possibile, soprattutto quello apparentemente libero del web? Stiamo pagando adesso il debito intellettuale e morale contratto con lo scellerato attacco militare in Iraq nel 2003 quando i leader del mondo liberal-democratico sacrificarono sull’altare della sicurezza e della democrazia la credibilità loro e della secolare tradizione democratica dei rispettivi paesi.

Se non è sufficiente prendere la dichiarazione di guerra come atto che coinvolge e segna il presente e il futuro di un paese, prendiamo le omissioni che hanno causato il crollo finanziario del settembre 2008 sul quale le istituzioni deputate al controllo hanno visibilmente mancato il loro obiettivo fornendo talvolta rassicurazioni truffaldine. Menzogne avvolte in menzogne, imperniate di segretezza.

Che dire poi dei grandi temi di attualità che scuotono l’Unione Europea nelle sue fondamenta valoriali, cioè Brexit e indipendenza della Catalogna? I cittadini hanno potuto esprimere una decisione scaturita da una riflessione politica costruita attraverso informazioni, studi e ricerche offerte al pubblico mediante un contraddittorio, un dialogo tra le parti in gioco? O è stata una dinamica in cui hanno prevalso esclusivamente istinto e emozioni? E’ accettabile che il destino di una comunità di milioni di persone venga lasciato all’improvvisazione?

Non è possibile sanzionare amministrativamente o penalmente la menzogna in politica – prendiamo come esempio la promessa, formulata nel Regno Unito in occasione del referendum sulla Brexit, di risparmiare 350 milioni di sterline alla settimana. L’alternativa al propagarsi di notizie costruite ad arte è quella di avere dibattiti giusti e accessibili e far sì che l’ONU incoraggi questa dinamica virtuosa riconoscendo formalmente il diritto di ogni cittadino alla conoscenza, alla possibilità cioè di ricevere informazioni da parte delle autorità preposte senza ostacoli di alcun genere fatto salvo per operazioni di chiara sensibilità nazionale. Il 7 dicembre, il ministro britannico per la Brexit, David Davis, ha ammesso in un’audizione a Westminster che non esiste nessun tipo di impact assessment in nessun settore.

Nessuna legge ad hoc, o “algoritmo verità”, potrà eliminare le cosiddette notizie false per il semplice motivo che sono sempre esistite e sempre esisteranno. Si tratta di un prodotto sul cui impatto esistono già leggi e norme sulla libertà di espressione, ma la mancanza di dibattito e di regole che lo regolino soffoca la democrazia e fa attecchire la gramigna delle falsità. Il Partito Radicale guarda con preoccupazione alle proposte che rischiano di soffocare ancora la libera espressione dei cittadini, pur di contrastare il fenomeno delle fake news. Chi stabilirà qual è una notizia vera o falsa? Conoscendo come le grande società telematiche agiscono e bloccano certe notizie per volere di regimi autocratici, quale sarà l’algoritmo affidabile?

Più che sull’offerta e sulla produzione di fake news, è sulla domanda che occorre concentrarsi, disincentivandola. Se i cittadini oggi non sono più in grado di distinguere una notizia vera da una falsa; se i cittadini in tutto il mondo democratico hanno perso la fiducia non solo nelle istituzioni governative – perdita che si esprime chiaramente nei voti anti- sistema o nell’astensionismo – ma anche nei servizi di informazione che sono già sottoposti a leggi, regolamenti e controlli, il problema non può essere risolto soltanto con la censura. Vanno piuttosto richiamate con urgenza e convinzione queste regole. Occorre sottolineare e rivelare la mancata applicazione delle medesime, proprio come faceva il Centro d’Ascolto Radiotelevisivo che Marco Pannella ha sostenuto per anni. In altre parole è ora di richiamare le regole basilari della democrazia e di affermare il diritto alla conoscenza.

In questo senso è utile richiamare le parole del senatore francese André Gattolin, eletto con LREM ed iscritto al Partito Radicale, impegnato sulla riforma degli aiuti alla stampa in Francia, che ci ricorda che “informare e animare il dibattito fa parte della missione del servizio pubblico”. Soltanto la conoscenza dei nostri sistemi e il rispetto pieno delle regole democratiche può fungere da antidoto alla disinformazione di regime, siano i regimi stranieri o quelli interni.

Negli ultimi anni delle loro vite, il prof. Bassiouni e Marco Pannella concordavano su un’inquietante circostanza: il mondo sta sostanzialmente andando nella direzione opposta a quella del 1948, quella cioè che perseguiva i diritti umani universali. Dobbiamo principiare dai principi, che sono le fondamenta dello stato di diritto di cui il diritto alla conoscenza è uno dei pilastri imprescindibili. Questo è ciò che ci vede impegnati e che stiamo perseguendo sotto la guida dei due saggi.

Matteo Angioli

Leggi l’articolo originale sul sito de Il Dubbio

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