L’autogol di Xi Jinping su Taiwan

A fronte delle operazioni di “propaganda” nel mondo occidentale su una Cina pacifica, multilaterale e desiderosa di sostenere i liberi commerci, nel quadrante est-asiatico il regime comunista di Pechino continua a mostrare il suo vero volto autoritario, prepotente e deciso ad imporre le proprie finaltà ipernazionaliste con la minaccia della forza. Al termine di un anno, il 2018, segnato da una crescente aggressività nei confronti dei Paesi vicini, per il controllo del Mar Cinese Meridionale, e da una stretta sempre più oppressiva su Hong Kong, il compagno presidente “a vita” Xi Jinping è tornato sull’obiettivo dell’annessione (ipocritamente definita “riunificazione”) di Taiwan anche con l’aggressione militare che avrebbe, ovviamente, devastanti conseguenze nel Pacifico e nel mondo.

Lanciando un paradossale appello alla popolazione taiwanese ad accettare passivamente lo stesso destino degli abitanti di Hong Kong, intrappolati nell’inganno del principio “un Paese due sistemi”, il primo gennaio Xi ha apertamente affermato: “Non facciamo alcuna promessa di rinunciare all’impiego della forza, manteniamo l’opzione di ricorrere a ogni misura necessaria”.

La grossolana e stereotipata retorica contro la libera democrazia di Taiwan – esempio di successo del “Rule of Law” contrapposto alle catene del “Rule by Law” cinocomunista – è quella di sempre. Le minacce si inquadrano nell’incessante opera di Pechino per cercare di isolare Taiwan dal resto del mondo: dalle roboanti promesse di sostegno economico ai Paesi che riconoscono ufficialmente il governo taiwanese perché abbandonino Taipei (come avvenuto con Burkina Faso ed El Salvador nell’anno appena finito), presto svanite in qualche regalia ai protagonisti del mercimonio, alle pretese nelle organizzazioni internazionali per impedire la partecipazione degli osservatori taiwanesi (come avvenuto nello scorso maggio all’Assemblea Mondiale della Sanità di Ginevra e nelle passate settimane alla Conferenza internazionale sul clima di Katowice).

A prima vista, il discorso di Xi potrebbe essere letto come l’ennesima, scontata minaccia da parte del gigante politico e militare neoimperialista e neocolonialista (vedasi l’Africa) che, oltre alla piccola ma orgogliosa Taiwan, progetta e sogna una egemonia mondiale già prefigurata sulle carte geografiche appese nelle scuole cinesi, come ha ricordato nel suo impeccabile programma TV il giornalista Federico Rampini. Nel considerare però tutti i vari fattori in campo, sembra essere un’altra l’interpretazione più aderente alla realtà.

Di particolare interesse, per esempio, quanto scritto sul Corriere della Sera da Guido Santevecchi in relazione ai toni utilizzati da Xi: “In questa durezza si può leggere il nervosismo e la preoccupazione del Partito comunista di fronte al successo consolidato della democrazia a Taiwan”. E forse non solo di fronte a questo, perché nelle ultime ore del 2018 il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato e fatto entrare in vigore una nuova legge in precedenza approvata dal Senato, con larga maggioranza bipartisan come sempre avviene a favore di Taiwan nei due rami del Congresso USA, volta a rafforzare la presenza strategica americana nella regione dell’”Indo-Pacifico” nel cui ambito Taiwan gioca un ruolo essenziale in chiave di contenimento e deterrenza delle mire e minacce cinocomuniste.

Queste considerazioni non possono far certo dimenticare come la Cina abbia dalla sua una imponente forza militare – prevalentemente terrestre e dunque inutile nel caso sciagurato di un tentativo di sbarco – pur a fronte di rilevanti capacità di reazione, anzitutto antiaerea e antimissile, da parte taiwanese come il Governo di Taipei ha voluto chiarire poche ore dopo il discorso di Xi. Eppure la sortita di Xi appare come un clamoroso errore politico. La pretesa di trattare Taiwan, e il suo popolo di 23 milioni di liberi cittadini, come un’entità di cui poter disporre a piacimento, nel silenzio della comunità internazionale, appare non solo fuori luogo nelle finalità e nei toni ma anche priva di basi concrete alla luce del sostegno militare americano a Taiwan e della enorme delicatezza degli equilibri geopolitici nell’area che coinvolgono Giappone, Corea, Australia, Indonesia e, non secondariamente, l’India.

E’ utile ricordare come nello scorso novembre, dopo i risultati delle scorse elezioni amministrative comunali a Taiwan che hanno decretato la sconfitta per il DPP, il partito della Presidente Tsai Ing-wen nettamente posizionato a difesa della sovranità dell’Isola e della non accettazione del cosiddetto “1992 Consensus”, un comunicato del regime di Pechino abbia affermato: “I risultati riflettono la forte volontà popolare di continuare a condividere i benefici dello sviluppo pacifico nelle relazioni attraverso lo Stretto”. Anche quella, a ben vedere, fu una implicita prova del nervosismo della nomenklatura comunista cinese, costretta ad esultare per i risultati di libere elezioni in alcune città taiwanesi – elezioni peraltro prioritariamente influenzate, come riconosciuto dai commentatori più attendibili, da questioni economiche e non dal tema dei rapporti con il Continente – che sono state l’ennesima manifestazione di maturità e dinamismo democratico dell’Isola definita dal regime comunista “provincia ribelle”, a fronte, nella Cina continentale, della sempre più dura repressione di ogni diritto civile, politico, religioso, sindacale, di stampa, di sindacato, di associazione, di riunione.

Il leader cinese – come dimostrato da numerose prese di posizione a difesa di Taiwan e richieste di reazione rivolte alla Casa Bianca da parte di senatori e deputati americani neoinsediati nel nuovo Congresso inaugurato il tre gennaio – ha paradossalmente ottenuto risultati inattesi o clamorosamente sottovalutati: riaccendere i riflettori della comunità internazionale sulle gravissime minacce comuniste verso un intero popolo e il suo governo liberamente eletto; creare preoccupazioni nelle maggiori economie del mondo delle quali Taiwan è un importante partner e principale fornitore di tecnologie; riaprire un nuovo fronte di tensione mentre sono in corso le trattative con gli USA sulle politiche commerciali. Ma, soprattutto, regalare un forse inatteso “palcoscenico” alla democrazia di Taiwan per raccontare al mondo la robustezza e la serietà delle sue istituzioni e la volontà di difenderle dalle minacce dei comunisti cinesi.

Raffaele Cazzola Hofmann
Analista di Geopolitica.info

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