Le Monde: In Italia, politici e giornalisti si mobilitano per salvare la Radio Radicale

Il funerale laico del giornalista Massimo Bordin ha avuto luogo nella mattinata di venerdì 19 aprile, nei locali della Facoltà Valdese di Teologia di Roma, e la camera era troppo piccola per accogliere le centinaia di persone che sono venute a salutare per l’ultima volta questa voce iconica Radio Radicale. Per oltre due ore, politici, accademici e giornalisti si sono alternati al microfono per testimoniare l’impronta lasciata dall’ex direttore (1991-2010) di questa emittente inclassificabile, morto mercoledì 17 aprile, che ha continuato a tenere dal lunedì al venerdì la rassegna stampa.

Oltre all’emozione per la perdita di un collega e amico, causata a 67 anni da una malattia che da tempo aveva tenuto segreta, un altro pensiero s’intrecciava con le parole di elogio: la radio a cui aveva dedicato la sua carriera è in pericolo di morte e manca solo un mese per cercare di salvarla. Il 21 maggio si concluderà infatti la convenzione che lega la radio al governo italiano, che elargisce 8 milioni di euro all’anno in cambio della diffusione dei lavori parlamentari.

Lanciata nel 1976 e rapidamente riconosciuta dallo Stato come un media di interesse pubblico, Radio Radicale è nata sulla scia di un partito politico inclassificabile, il Partito Radicale. Incarnato per decenni di Marco Pannella (1930-2016), questo movimento ha svolto un ruolo di primo piano nell’evoluzione delle mentalità rispetto a molte questioni sociali come il diritto all’aborto, la situazione nelle carceri e la lotta per il diritto all’eutanasia, senza che la sua influenza si sia tradotta in grandi successi elettorali. Radio Radicale trasmette molti eventi, come i grandi processi di importanza storica. Negli ultimi anni, ad esempio, la radio è diventata un archivio digitale senza eguali, un vero e proprio “luogo di memoria” per la democrazia italiana.

Un servizio di interesse pubblico ampiamente riconosciuto. Un’azienda commerciale che opera senza abbonamento o pubblicità, con la sovvenzione come risorsa principale e garantendo un servizio d’interesse pubblico ampiamente riconosciuto, Radio Radicale è già stata messa in discussione in precedenza, in particolare alla fine degli anni ’90 con il primo governo di Romano Prodi (1996-1998). Ma questa volta, la minaccia è ancora più seria. Una delle due componenti del governo italiano, il Movimento 5 Stelle (antisistema) di Luigi Di Maio, sembra aver deciso di porre fine a questa esperienza. “La nostra intenzione non è quella di rinnovare l’accordo”, ha ammesso lunedì 15 aprile il Sottosegretario all’editoria, Vito Crimi, affermando che Radio Radicale svolge questo servizio “da venticinque anni senza alcuna valutazione” e che il servizio potrebbe essere soddisfatto dal servizio pubblico.

La volontà del Movimento 5 Stelle di chiudere Radio Radicale è stata duramente criticata dalla sinistra e anche dalla Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia, destra). All’interno del governo, lo stesso Matteo Salvini (Lega, destra) ha preso le distanze, dicendo che preferirebbe risparmiare “tagliando i super stipendi in Rai” piuttosto che chiudere Radio Radicale. Ma il settore dell’editoria è di dominio esclusivo del Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio, che non sembra condividere la riluttanza del suo partner di coalizione.

Oltre alla sfera politica, la mobilitazione ha assunto proporzioni più importanti nel mondo della stampa. Per sostituire Massimo Bordin, morto in queste tragiche ore per la radio, la rassegna stampa di Radio Radicale è stata condotta nei giorni scorsi da un giornalista di La Repubblica, Francesco Merlo. Alla fine del mese, Paolo Mieli, ex direttore de La Stampa (1990-1992) e del Corriere della Sera (1992-1997), prenderà il testimone. Come per dimostrare che la sopravvivenza di Radio Radicale è affare di tutti. 

Jerome Gautheret
Corrispondente di Le Monde da Roma

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