Le Monde: Radio Radicale, pilastro della Repubblica italiana, rischia la chiusura

Il 31 maggio il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato un articolo sull’imminente chiusura di Radio Radicale, definendo l’emittente fondata nel 1976 un “pilastro della Repubblica italiana” e offrendo una sintesi che illustra lo stato dell’arte, il “servizio pubblico” garantito da oltre 40 anni, il rapporto con il Partito Radicale, passando per il co-fondatore Marco Pannella e l’ex direttore Massimo Bordin.

È uno di quei processi tentacolari di cui la giustizia italiana ha il segreto, con l’importanza storica inversamente proporzionale alla curiosità mediatica che suscita. Dall’autunno del 2017, la corte di assise di Reggio Calabria studia attentamente i mezzi con cui diverse famiglie della pianura di Gioia Tauro affiliate alla Ndrangheta (la mafia calabrese) hanno concordato nel 1993-1994 di unirsi nella guerra contro lo stato centrale condotta in Sicilia da Cosa Nostra, per mano dei “corleonesi” del terribile Totò Riina.

I dibattiti, circondati da uno spettacolare apparato di sicurezza – la maggior parte dei testimoni sono pentiti – procedono lentamente, e non suscitano molto interesse al di fuori della stampa locale. Ma martedì 28 maggio, alla fine del dibattito, è successo qualcosa di insolito. Al termine della seduta, il presidente ha pronunciato alcune parole, di fronte a un pubblico scarno: “Questa potrebbe essere l’ultima udienza registrata da Radio Radicale, speriamo che non sia così, che possano continuare a fare questo servizio, come fanno a quarant’anni. Perché è importante per tutti.”

Nelle ultime settimane sono giunti da tutto il paese e dall’estero centinaia di discreti messaggi di supporto di questo tipo. Ma il destino di questa radio unica al mondo è attaccato a un filo. Per decisione del governo, la convenzione che lega Radio Radicale allo Stato, assicurandole dieci milioni di euro all’anno in cambio della registrazione e della diffusione dei lavori del Parlamento, non è stata rinnovata. Scaduta il 21 maggio, in cassa rimane a malapena quanto basta per pagare gli stipendi del mese. A giugno, non potranno essere pagati.

Il caso coinvolge molto più dei cento impiegati da questa piccola stazione. Si tratta infatti di niente meno che uno dei pilastri della Repubblica italiana, che potrebbe benissimo crollare nei prossimi giorni. Radio Radicale è, bisogna ammetterlo, una strana istituzione. Ed è questa stranezza che impedisce di percepire, oltre i confini dell’Italia, l’importanza della posta in gioco.

La sua storia è inseparabile dalla figura di Marco Pannella (1930-2016), uno dei politici italiani più singolari del dopoguerra. Anima del Partito Radicale, di cui è stato co-fondatore a metà degli anni ’50, deputato al Parlamento europeo dal 1979 fino al suo pensionamento nel 2009, ha svolto un ruolo fondamentale nella storia della democrazia italiana, senza aver mai vinto davvero un’elezione.

Ma non era questo il suo primo obiettivo. Pannella eccelleva nello “spostare i confini”, come si direbbe oggi, e gli interessava poco vincere le elezioni. D’altronde, la sua influenza era la diretta conseguenza di questo disinteresse. Fulcro della lotta per la legalizzazione del divorzio, uno dei primi sostenitori del diritto all’aborto, è stato in grado, a 82 anni, di fare uno sciopero della fame per oltre otto giorni per sollevare il problema della situazione nelle carceri. Marco Pannella non è mai stato Ministro. Ma l’impronta che ha lasciato nella società italiana è più profonda di quella di molti ex presidenti del Consiglio.

È questo uomo che ha portato alla fonte battesimale Radio Radicale, nel 1976. Con quale linea politica? Nessuno l’ha descritta meglio dell’ex direttore Massimo Bordin, morto il 17 aprile: “Radio Radicale non è la radio del Partito Radicale, ma piuttosto un tentativo di mostrare concretamente come i Radicali concepiscono le informazioni. Si tratta di creare un esempio, concreto e non astratto, di ciò che dovrebbe essere il servizio pubblico.”

In pratica, oltre ai lavori parlamentari, che vengono trasmessi con assoluta neutralità, Radio Radicale registra e ritrasmette anche i lavori di alcune commissioni, le assemblee dei partiti politici, i processi di rilevanza storica. Il tutto è archiviato sul il sito web della radio, che costituisce una fonte inestimabile di prima mano, accessibile a tutti.

In aggiunta a questi appuntamenti, che costituiscono quasi il 90% del palinsesto e rispetto ai quali l’emittente rimane perfettamente neutrale, Radio Radicale offre diverse rubriche emblematiche, come la rassegna stampa del mattino “Stampa e Regime”, che Massimo Bordin ha curato con la sua voce roca ogni mattina, fino a poco prima della sua morte, oppure “Radio Carcere”, che dà voce ai detenuti, proseguendo una delle principali battaglie di Pannella.

Impegnata – per l’Europa, le libertà individuali e i diritti delle minoranze – Radio Radicale, ascoltando le sue trasmissioni, difficilmente può essere descritta come partigiana. Soprattutto perché è l’emanazione di un partito che non è più un tutt’uno: da diversi anni non si presenta nemmeno alle elezioni nazionali. Dunque, in questo contesto, è chi è inviso Radio Radicale? Nella coalizione di governo, è il Movimento a 5 Stelle (M5S) che ha deciso di chiuderla. Il Sottosegretario di Stato all’editoria, Vito Crimi, sembra il più accanito a voler porre fine a questa pericolosa eccezione all’appiattimento.

In una dichiarazione inequivocabile, alla fine di aprile, ha assicurato che la convenzione tra lo Stato italiano e Radio Radicale doveva cessare perché era stata conclusa “senza gara d’appalto” e “senza valutazione del lavoro svolto”. Il suo ragionamento è condiviso dal suo Ministro di riferimento, Luigi Di Maio. Per ora, nonostante gli appelli provenienti da ogni parte, niente ha piegato la loro volontà di far scomparire questo media atipico, probabilmente giudicato obsoleto nell’era della democrazia online e delle dirette su Facebook.

Martedì 28 maggio, è stata organizzata una manifestazione davanti alla Camera dei Deputati, su iniziativa dell’ordine dei giornalisti, dove sono venuti parlamentari di tutti i gruppi per portare un sostegno a coloro che stanno ancora tentando di trovare una soluzione. Il 5 giugno è prevista l’ultima opportunità con una seduta in Senato e, all’interno del M5S, alcuni sembrano dubbiosi. Il direttore della radio, Alessio Falconio, crede che sia ancora possibile far cambiare idea al governo. Ma sono rimasti solo pochi giorni per evitare il peggio.

Jerome Gautheret
Corrispondente da Roma

Traduzione: Matteo Angioli

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