Lettera al Corriere della Sera sulla scelta di nominare Xi Jinping “Personaggio dell’anno”

Egregio Direttore Fontana,

Le scriviamo a seguito della sorprendente decisione del 23 dicembre da parte del Corriere della Sera, suffragata da editorialisti e giornalisti economici, di nominare il Presidente cinese Xi Jinping “Il Personaggio dell’Anno”. Secondo il quotidiano da lei diretto infatti, Xi Jinping è “l’uomo che ha maggiormente influenzato l’assetto economico mondiale. Solo Xi Jinping (…) è stato in effetti «leader».” E ancora: “Non c’è nessuno al governo in Occidente che si sia battuto bene come lui per rafforzare il proprio Paese senza confondere l’interesse nazionale con il proprio di breve respiro e che abbia al tempo stesso cercato di presentare la propria nazione come portatrice di valori”.

Purtroppo, è doloroso ed inquietante dover notare come al quotidiano di Milano da lei diretto, che vanta un’autorevole tradizione ispirata ai valori della Democrazia Liberale, sembri – con questa decisione – sfuggire la differenza tra una democrazia liberale e un’autocrazia o dittatura. In democrazia esistono equilibri politico-istituzionali incarnati da pesi e contrappesi, dalla separazione dei poteri, in altre parole lo stato di diritto, l’affermazione delle libertà fondamentali dell’individuo, della dignità umana, dell’universalità dei Diritti Umani.

Tutto ciò ha naturalmente un’influenza determinante in campo economico-finanziario. Soprattutto per tali ragioni la Cina non ha mai potuto ottenere il riconoscimento di un suo “market economy status”. Un regime autoritario, come quello cinese, si è invece voluto sempre sottrarre alle responsabilità che avrebbe dovuto assumersi a livello globale. Invece di cogliere le opportunità offerte dalla crescita economica per introdurre riforme costituzionali, politiche e sociali, che tutti si attendevano in occidente quando Pechino venne accolta nell’OMC, il Partito comunista cinese e la sua leadership hanno proseguito, in particolare con Xi Jinping, a consolidare la preminenza del Partito comunista su tutto l’impianto istituzionale del Paese, accentrando il potere in capo a un direttorio sempre più ristretto e, ora, interamente nelle mani del Presidente cinese. La pianificazione economica è stata a lungo termine facilitata, è vero, dall’assenza di un’inclusione popolare che si esprime anche, ma non solo, con elezioni libere e eque, con un’informazione libera e un effettivo pluralismo politico. Ma qual è il prezzo immenso, ci si dovrebbe onestamente chiedere, di questa presunta maggior capacità del “modello cinese” (e di Xi Jinping) di sostenere la crescita economica? La soppressione di qualsiasi forma di libertà politica e di attuazione anche solo embrionale dello Stato di Diritto proprio delle Democrazie Liberali.

Non occorre ricordare le parole di Churchill a proposito delle imperfezioni della democrazia liberale. Tuttavia, rimaniamo convinti che non esista un modello di governo migliore di quello democratico. Che anzi proprio in questa congiuntura storica, esso debba essere rafforzato a livello globale con il riconoscimento, a cominciare dalle Nazioni Unite, di un “diritto umano alla conoscenza”, anziché cedere all’illusoria efficacia e presunta superiorità di modelli autoritari come quello cinese. Per questo troviamo sbagliata e superficiale un’analisi in cui valgano soltanto considerazioni economiche, peraltro parziali in cui è totalmente assente ogni riferimento alla realtà politica e di diritto della Cina di oggi.

Così facendo, ignorando le basi politico-sociali su cui si fonda la crescita cinese, viene data la “patente” di leader a chi azzera libertà, perseguita milioni di persone, in particolare la minoranza Uigura nella regione dello Xinjiang e la popolazione del Tibet, occupa territori e mari territoriali altrui, strangola Paesi affamati, sottrae tecnologie e Meta-Dati, sovverte la legalità internazionale e propone un sistema dei diritti umani in sede ONU che non sia più “universale”, ma parcellizzato secondo presunte “tradizioni storiche” – e soprattutto egoistiche convenienze – che deriverebbero dalle “caratteristiche” della storia cinese.

Non pensiamo che possano essere sottovalutate – o peggio ancora ignorate – le conseguenze sulla popolazione cinese del “social-credit system”: un vero e proprio sistema di sorveglianza e schedatura, avviato inizialmente in Xinjiang per reprimere e controllare l’intera popolazione mussulmana di quella regione, ma che si sta già ampliando a tutto il paese. Il controllo sui comportamenti, abitudini, pensiero politico o religioso di centinaia di milioni di cinesi si sommerà al ruolo già estremamente intrusivo di un capillare sistema di sicurezza, dei tribunali, della dirigenza politica, spesso con la facile ma pretestuosa spiegazione della lotta alla corruzione, da cui la Cina non si è certo liberata con le misure adottate dal Presidente Xi Jinping contro ogni suo oppositore politico, reale o potenziale.

Il 19 dicembre il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato una legge bipartisan sul Tibet per negare visti ai funzionari cinesi che impediscano a cittadini americani, funzionari governativi e giornalisti l’accesso al Tibet. La legge prevede che il Segretario di Stato valuti quali effettive condizioni di accesso siano riservate ai cittadini americani in Tibet entro 90 giorni dalla promulgazione delle nuove norme. Si tratta di modalità analoghe a quelle introdotte, sempre negli Stati Uniti, dal Global Magnitsky Act .

Marco Pannella ripeteva che “dove c’è strage di diritto, c’è strage di popoli”. Riteniamo sia un pericoloso errore santificare il Presidente cinese quale grande “leader” economico globale. Nonostante gli errori che l’Occidente ha commesso nel promuovere e difendere i propri interessi, la politica espansionistica cinese rimane di stampo autoritario e anti-Stato di Diritto. Abbracciando la visione di Xi Jinping rischiamo di avallare un assetto istituzionale in cui, venendo meno i principi fondanti della Costituzione italiana e dellla Carta dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, qualche dittatore riterrà di poter sempre governare impunemente al di sopra della legge.

Matteo Angioli, Segretario Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella” (GCRL)
Rita Bernardini, Coordinatrice Presidenza Partito Radicale
Marco Beltrandi, Presidenza Partito Radicale
Maurizio Bolognetti, Presidenza Partito Radicale
Sergio D’Elia, Coordinatore Presidenza Partito Radicale
Marco Di Maio, Deputato
Maria Antonietta Farina Coscioni, Presidenza Partito Radicale
Gennaro Grimolizzi, Giornalista
Laura Harth, Rappresentante all’ONU del Partito Radicale
Domenico Letizia, Analista
Adriano Paroli, Senatore
Luca Poma, Docente universitario
Roberto Rampi, Senatore
Giuseppe Rossodivita, Presidenza Partito Radicale
Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambsasciatore, Presidente GCRL
Maurizio Turco, Coordinatore Presidenza Partito Radicale
Adolfo Urso, Senatore
Elisabetta Zamparutti, Presidenza Partito Radicale
Camillo Zuccoli, Ambasciatore

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