L’invasione cinese della Cambogia

Si è temuto a lungo che la crescente dipendenza della Cambogia dalla Cina – il suo maggiore donatore, investitore e creditore di aiuti – avrebbe portato a una presenza militare cinese nel paese. Secondo un recente rapporto del Wall Street Journal, quelle paure si stanno avverando.
Come un giocatore che si affida a uno strozzino, la Cambogia ha accumulato negli ultimi anni enormi debiti verso la Cina. Debiti che non può ripagare. Ciò ha dato alla Cina un considerevole potere, consentendole, ad esempio, di eludere le tariffe commerciali del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, reindirizzando le esportazioni verso gli Stati Uniti attraverso la zona economica speciale della Cambogia di proprietà cinese: la città di Sihanoukville.

In base alla tecnica cinese della “diplomazia della trappola del debito”, era solo questione di tempo prima che i cinesi la impiegassero rispetto alla Cambogia per rafforzare la loro posizione militare regionale. Secondo il Wall Street Journal, la scorsa primavera Cina e Cambogia hanno siglato segretamente un accordo che conferisce alla Cina i diritti esclusivi su una parte della base navale della Cambogia nel Golfo della Tailandia.

Sia il governo cinese che quello cambogiano negano. Il Primo ministro cambogiano Hun Sen ha definito “inventato” e “senza fondamento” il rapporto menzionato dal Wall Street Journal. Ma ciò non dovrebbe sorprendere: come ha osservato Hun Sen, ospitare basi militari straniere in Cambogia è illegale secondo gli Accordi di Pace di Parigi del 1991 che posero fine alla lunga guerra civile. Inoltre, come ha sottolineato il Dipartimento di Stato americano, la Cambogia ha un impegno costituzionale nei confronti del suo popolo di mantenere una politica estera neutrale.

Per Hun Sen, tuttavia, ci sono buone ragioni per ignorare questo impegno, cioè la sua stessa sopravvivenza politica. Il popolo cambogiano, compresi i militari, è stufo della leadership autoritaria e corrotta di uno dei primi ministri al potere più longevi del mondo. Finora il regime ha contrastato questa resistenza reprimendo il dissenso. Nelle elezioni farsa dell’anno scorso, il Partito Popolare Cambogiano di Hun Sen ha vinto tutti i seggi in parlamento, dopo aver sciolto il principale partito di opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (di cui sono cofondatore e leader ad interim). Hun Sen sa che, come comodo alleato della Cina, può contare sulla poderosa protezione contro le forze domestiche ostili. Un sostegno che vale più di quello del popolo cambogiano, che risente negativamente della crescente presenza commerciale cinese, poiché avvantaggia solo un’élite corrotta.

Il costo di mantenere in vita il regime di Hun Sen avrà un costo elevato, e non solo per i cambogiani. La base navale di Ream fornirà un comodo trampolino di lancio per la Cina per opprimere o addirittura attaccare i paesi vicini, perfezionando così la sua capacità di far valere le rivendicazioni territoriali e gli interessi economici nel Mar Cinese Meridionale. Il controllo sempre più stretto della Cina sulle rotte attraverso le quali passa un terzo delle spedizioni mondiali comporta evidenti rischi per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Il dominio nel Mar Cinese Meridionale consoliderà la Cina come superpotenza navale globale, uno status che ha perseguito ostinatamente negli ultimi anni con investimenti in porti lontani in Grecia, Israele, Italia e nel Corno d’Africa. La Cina ha usato la sua prima base militare d’oltremare, a Gibuti, per raccogliere informazioni sulle forze statunitensi nella regione e, secondo il Pentagono USA, per accecare temporaneamente i piloti militari statunitensi con laser a terra di alta qualità.

La base cambogiana desta particolare preoccupazione perché completerà un perimetro militare cinese attorno al continente sud-est asiatico, sollevando lo spettro di una nuova “cortina di ferro” che lascia l’intera regione sotto il controllo della Cina. Durante la guerra fredda, la “teoria del domino” voleva che se un paese fosse caduto sotto l’influenza del comunismo, presto sarebbero seguiti i paesi circostanti. La Cina – molto più ricca, più accorta e più sofisticata di quanto non sia mai stata l’Unione Sovietica – è pericolosamente ben equipaggiata per render tutto ciò realtà.

L’analista militare Charles Edel sostiene che Pakistan, Sri Lanka e Vanuatu hanno il potenziale per realizzare porti di acque profonde che potrebbero servire ulteriormente all’espansione navale cinese e limitare l’accesso occidentale ad aree cruciali nell’Oceano Indiano e nel Pacifico. La Cina sta già corteggiando tutti e tre i paesi offrendo pacchetti di aiuti finanziari a lungo termine.

Ma il pericoloso espansionismo cinese non è né inevitabile né inarrestabile: dipende dai regimi locali compiacenti e dall’inazione della comunità internazionale. Nel caso della Cambogia, la comunità internazionale dovrebbe chiedere nuove elezioni generali che non escludano veri sfidanti. Attraverso un processo democratico credibile, il popolo cambogiano potrebbe sostituire il regime anacronistico di Hun Sen con uno che rispetti lo stato di diritto e difenda i propri interessi – cominciando con il rifiuto di qualsiasi accordo che consenta alla Cina di consolidare la sua presenza militare in Cambogia.

Sam Rainsy

Leggi l’articolo originale in inglese sul sito di Project Syndicate

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