Lo stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi

Quando, lo scorso 18 ottobre, si sono aperti a Pechino i lavori del 19° Congresso del Partito Comunista, il termine rule of law – stato di diritto – è stato pronunciato 19 volte nella relazione del presidente cinese Xi Jinping. L’obiettivo di «promuovere un governo basato sulla legge» compariva anche tra i 14 punti con cui il leader della Repubblica popolare ha voluto declinare il significato del «socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era»: il contributo ideologico di Xi Jinping che è stato inserito nella Costituzione del Partito comunista.

È dalla metà degli anni ’90 che nelle stanze del potere di Pechino riecheggia il concetto di yifa zhiguo: letteralmente «guidare il paese attraverso la legge», che nei documenti ufficiali viene tradotto malamente con il termine rule of law. L’idea alla base di questo tipo di retorica è che un’economia dinamica e una società vibrante come quella cinese abbiano bisogno di un sistema legale affidabile e trasparente. Allo stesso tempo, però, le autorità cinesi non sono disposte a rinunciare al controllo politico su tribunali, apparati della sicurezza e amministrazione della giustizia. Insomma, lo stato di diritto «con caratteristiche cinesi» non significa – come vuole la tradizione liberale – andare a creare uno strumento indipendente, con cui si limita e controlla il potere della politica. «La rule of law dovrebbe avanzare solo attraverso la rule of party», chiariva il Global Times lo scorso 17 ottobre. In Cina, insomma, il Partito comunista rimane al di sopra della legge.

Nell’autunno del 2014, per la prima volta nella storia della Repubblica popolare, un plenum del Comitato centrale del Partito comunista è stato dedicato ai temi della rule of law e dell’applicazione della legge. È stata quella l’occasione per Pechino per meglio descrivere quello che si intende con yifa zhiguo. Dai documenti usciti dal plenum, l’obiettivo delle autorità centrali cinesi è stato enfatizzare la necessità di applicare norme e regolamenti in modo omogeneo sull’intero territorio della Repubblica popolare. In quegli stessi mesi la stampa cinese aveva dedicato ampio spazio nel raccontare casi di clamorosi errori giudiziari: cittadini cinesi condannati a decine di anni di carcere – a volte persino alla pena di morte – al termine di processi dove la legge era stata applicata in modo arbitrario.

Quando si preparavano a scrivere le linee guida della riforma legale, le autorità cinesi avevano chiari due obiettivi: innanzitutto formare una classe di operatori della giustizia – giudici, procuratori, avvocati – più preparati e competenti, ma anche sottrarre i tribunali al controllo delle autorità locali. Si spiegano così i progetti pilota per l’istituzione di tribunali circondariali: la cui giurisdizione supera i confini delle province e limita quindi il potere d’intervento dei governi locali nelle decisioni delle corti. Una mossa che da un lato limita gli abusi di potere compiuti nelle province e che in passato sono stati al centro di più di un malcontento tra la popolazione, ma che allo stesso tempo aiuta Pechino ad accentrare nelle sue mani il controllo dell’amministrazione della giustizia.

Esistono anche ragioni per un cauto ottimismo. Negli ultimi anni, i numeri di sentenze capitali in Cina sono dimezzati, anche se il numero complessivo delle condanne a morte rimane un segreto di Stato. Pechino ha poi approvato regolamenti interni per limitare le «pratiche illegali» – soprattutto l’uso della tortura – nel corso degli interrogatori di polizia e ha abolito l’odioso sistema della rieducazione attraverso il lavoro, con cui una persona poteva essere privata della libertà senza passare un tribunale. Tuttavia, nel dizionario di Pechino la rule of law è innanzitutto fonte di legittimazione del potere per il Partito comunista e strumento di controllo e di «stabilità sociale».

Francesco Radicioni
@fradicioni

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