N 29 – 10/6/2019

PRIMO PIANO

Giulio Terzi: ammirevole la difesa dei cittadini di Hong Kong dello Stato di Diritto
Dopo la mobilitazione di pochi giorni fa lanciata da circa 3000 avvocati di Hong Kong, ieri oltre un milione di cittadini hanno deciso di scendere in piazza nella città asiatica per dire basta alla progressiva, ma chiarissima, strategia di soppressione dello Stato di Diritto, in violazione di ogni impegno preso dalla Cina continentale comunista sia rispetto a Hong Kong, sia rispetto alla comunità internazionale.

Il capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, assai gradita, perché asservita, al Partito Comunista Cinese (PCC) e al Presidente Xi Jinping, insiste per l’approvazione di una legge sull’estradizione che finirebbe di fatto per colpire chiunque sia accusato da Pechino di reati, ovviamente in primis politici, di opinione o comunque di rifiuto del giogo comunista. Con questa legge sull’estradizione, la leader del Consiglio Legislativo di Hong Kong, azzera la libertà politica, l’informazione ed estende i poteri di Pechino in violazione di fondamentali impegni sottoscritti dalla Cina con il Regno Unito e con Hong Kong. Eppure Carrie Lam nel marzo 2017 aveva detto: “Se l’opinione pubblica non mi consentirà più di continuare il lavoro da capo dell’esecutivo, mi dimetterò.”

Sono ammirevoli le immense, pacifiche, determinate manifestazioni dell’intero popolo di Hong Kong alle quali si sono uniti anche molti operatori del settore commerciale e i tanti professioni rimasti sinora tolleranti di fronte all’arroganza di Xi Jinping e del PCC. E mentre la Cina è impegnata a distruggere lo Stato di Diritto polverizzando la barriera legale che separa Hong Kong dalla Cina continentale, in Italia c’è ancora ancora chi si illude, come nel caso del Sottosegretario allo Sviluppo, Michele Geraci, nella promozione del memorandum d’intesa tra Italia e Cina.

L’intera società di Hong Kong si mobilita contro l’estradizione verso la Cina
Il 6 giugno circa 3000 avvocati in abito nero hanno manifestato silenziosamente e senza cartelli a Hong Kong contro un disegno di legge che consentirebbe l’estradizione in Cina. L’emendamento legislativo dell’amministrazione di HK, che il Partito Comunista Cinese vuole implementare “urgentemente”, ha suscitato il diffuso timore che la città perda lo status di giurisdizione legale separata e che i presunti criminali ad esser presi di mira saranno soprattutto gli attivisti per i diritti umani e dissidenti. Domenica 9 giugno, oltre un milione di persone sono scese nelle strade di Hong Kong per chiedere il ritiro del disegno di legge.

“La demolizione della barriera [legale] tra Hong Kong e la Cina continentale è assolutamente irragionevole, senza alcuna giustificazione e contro gli interessi del popolo di Hong Kong”, ha detto ai giornalisti durante la manifestazione Ronny Wong, ex presidente dell’Ordine degli Avvocati di Hong Kong.

Un altro organizzatore, Dennis Kwok, ha detto: “Gli avvocati si mobilitano nella speranza che il popolo di Hong Kong li ascolti e si opponga a questo emendamento (…) questo emendamento distruggerà lo stato di diritto”.

La battaglia per Radio Radicale prosegue
Continua lo sciopero della fame di Roberto Giachetti, deputato del PD, che il 21 maggio aveva interrotto lo sciopero della sete per salvare il servizio pubblico garantito da Radio Radicale, che aveva avviato giovedì 16 maggio.

Al suo fianco, Maurizio Bolognetti, membro della Presidenza del Partito Radicale, che ha ripreso lo sciopero della fame iniziato lo scorso 28 febbraio dopo una sospensione dal 16 al 23 maggio. Ad oggi sono 308 i cittadini che stanno partecipando all’iniziativa nonviolenta aderendo per alcuni giorni allo sciopero della fame a sostegno di Radio Radicale al quale è possibile unirsi cliccando qui.

Anche la raccolta firme per la petizione online rivolta al governo Conte per Radio Radicale prosegue, avendo quasi raggiunto 170.000 sottoscrizioni.

La commemorazione del massacro di Piazza Tiananmen
Nel giorno del 30° anniversario della strage di Piazza Tienanmen a Pechino, il Partito Radicale ha tenuto un sit-in per ricordare la strage che si abbatté su migliaia di manifestanti, quasi tutti studenti, che chiedevano più diritti e democrazia in Cina. Tra i sopravvissuti di quel tragico evento vi è Jianli Yang, instancabile attivista per i diritti umani oggi esiliato negli Stati Uniti, membro onorario del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” e iscritto al Partito Radicale. Partecipando alla commemorazione a Washington, Jianli Yang ha detto:

“Ci riuniamo ancora una volta per ricordare i nostri fratelli e sorelle caduti in piazza Tiananmen e celebriamo il loro coraggio che ha mostrato al mondo che il popolo cinese desidera la libertà e la giustizia sopra tutti i beni terreni. Siamo qui per ribadire che non importa quanti giorni o decenni sono passati: non dimenticheremo mai il loro sacrificio. E’ impossibile ripagare il debito che dobbiamo contratto con questi eroi e con le loro famiglie, in particolare le madri di Tiananmen. Le candele che accendiamo questa sera ci ricordano che ognuno di noi deve essere custode della fiamma che trasportavano i giovani caduti. La parola veglia significa letteralmente “un periodo di importante insonnia”. Questo è, in un certo senso, il motivo che ci conduce qui stasera: rifiutarci di dormire per rifiutare di dimenticare gli eroi che abbiamo perso o la loro missione incompiuta. Spetta a tutti noi rendere testimonianza reale del coraggio e del sacrificio fatti da questi eroi che onoriamo oggi, ricordando che tutti noi abbiamo un ruolo personale da svolgere nel mantenere la fiamma accesa. Dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo, con tutto ciò che abbiamo, per creare un’alleanza mondiale che realizzi il nostro sogno condiviso: una Cina libera. Portiamo questa luce nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre strade e alle nostre case. Stasera, vegliamo, ma di giorno, ogni giorno, dobbiamo essere vigili.”

IRAN E MEDIO ORIENTE

Nuove sanzioni sui prodotti petrolchimici iraniani
Il Senatore Joseph I. Lieberman e l’Ambasciatore Mark M. Wallace, rispettivamente Presidente e Capo esecutivo di UANI, hanno rilasciato una dichiarazione sulla decisione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di sanzionare il più grande gruppo petrolifero dell’Iran, la Persian Gulf Petrochemical Industries Company (PGPIC) e le sue 39 società controllate.

UANI applaude l’amministrazione Trump per aver dimostrato ancora una volta l’impegno volto ad applicare la massima pressione contro il regime iraniano. I prodotti petrolchimici costituiscono la seconda fonte di esportazione dell’Iran. Sono presenti in migliaia di prodotti, che vanno dalla plastica alla gomma, dai fertilizzanti ai cosmetici. Le vendite di tali prodotti generano 13 miliardi di dollari all’anno per il regime, che vengono poi deviati verso organizzazioni terroristiche straniere come il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamiche (IRGC) e i proxy del terrore iraniano: colpire la PGPIC significa limitare le ambizioni egemoniche del regime e ridimensionare la capacità dell’IRGC di alimentare il caos nella Regione.

L’Iran condanna le nuove sanzioni statunitensi sui prodotti petrolchimici
Le autorità iraniane hanno condannato le nuove sanzioni statunitensi che prendono di mira l’industria petrolchimica, affermando che queste sono la dimostrazione che il presidente Trump non è seriamente intenzionato a proseguire i negoziati. Il portavoce del Ministero degli Esteri Abbas Mousavi ha ribadito in TV l’8 giugno che è una mossa da “terrorismo economico” in linea con altre decisioni ostili da parte dell’America. Venerdì 7 giugno, l’amministrazione Trump ha infatti imposto sanzioni alla più grande compagnia petrolchimica iraniana, accusata di aver fatto affari con il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, che la Casa Bianca ha ufficialmente designato come organizzazione terroristica.

Generale statunitense cauto sulla situazione nel Golfo Persico
Il 6 giugno, intervistato dai giornalisti che lo seguono nel Golfo Persico, il Generale statunitense Frank McKenzie ha detto che l’Iran, dopo aver annunciato i preparativi per un possibile attacco contro le forze degli Stati Uniti presenti nella regione, ha scelto di “fare un passo indietro e riflettere”. Il massimo comandante delle forze americane nel Medio Oriente resta preoccupato per il potenziale di aggressione dell’Iran, tale da non poter escludere la richiesta di inviare ulteriori forze statunitensi nella regione per rinforzare le difese contro i missili e altri armamenti iraniani.

Di recente, inoltre, gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver attaccato alcune petroliere in un porto degli Emirati Arabi Uniti il 12 maggio scorso. Senza citare direttamente l’Iran, il 6 giugno, gli Ambasciatori presso le Nazioni Unite di Emirati Arabi, Arabia Saudita e Norvegia hanno riferito ai membri del Consiglio di Sicurezza che le indagini mostrano che gli attacchi siano stati coordinati e perpetrati da uno stato straniero attraverso subacquei che hanno minato carena delle navi.

La Turchia importerà petrolio dall’Iraq
Dal prossimo mese, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian (SOCAR) acquisterà petrolio greggio dall’Iraq e lo lavorerà presso la raffineria SOCAR Turkey Aegean Refinery (STAR), a Izmir in Turchia. L’amministratore delegato della SOCAR Turchia, Zaur Gahramanov, ha affermato che le raffinerie che lavorano il greggio iraniano avranno difficoltà dovute alle sanzioni statunitensi e ha aggiunto di voler rispettare le sanzioni non importando petrolio di Teheran.

La raffineria ad Izmir è stata inaugurata di recente, ad ottobre 2018, da Recep Tayyip Erdogan e l’omologo azero Ilham Aliyev, ed avrà una capacità di trasformazione di dieci milioni di tonnellate di greggio all’anno e 214.000 barili al giorno. Inizialmente, il governo turco aveva dichiarato che non avrebbe considerato le sanzioni statunitensi.

SOCAR Turkey fornirà 700.000 tonnellate di carburante per aerei all’aeroporto di Istanbul su base annuale, ha detto Gahramanov, aggiungendo la distribuzione di derivati ​​del petrolio su tutto il mercato turco a partire da luglio.

Iran e Russia sempre più influenti in Siria
Vi sono crescenti segnali che l’Iran si è infiltrato nella società siriana nel sud e nel nordest del paese, mentre la Russia si fa sempre più influente a livello istituzionale. Secondo alcuni oppositori siriani in Turchia i recenti cambiamenti nell’apparato di sicurezza e nell’esercito siriani sono il risultato dei tentativi di Mosca di aumentare la sua presenza all’interno delle due istituzioni.

La Russia è coinvolta nella guerra in Siria da quattro anni, aiutando il regime a recuperare le aree che aveva perso all’opposizione e ai ribelli combattenti militanti che erano passati da 15 al 60% del territorio del paese, ovvero 186.000 km quadrati. Mosca ha stabilito due basi militari in Siria, a Latakia e Tartus, e ha vinto un contratto per gestire il porto di Tartus.

L’Iran ha invece preso in gestione proprio la struttura di Latakia. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha affermato che Teheran sta espandendo il controllo a Deir Ezzor e in altre zone in prossimità di Damasco, continuando ad arruolare risorse umane attraverso una rete di agenzie per rafforzare la sua posizione nel quadro di una “guerra fredda” tra Iran e Russia in cui è in palio il controllo politico ed economico della Siria.

Iraq fulcro di un negoziato tra Stati Uniti e Iran
Secondo Arab News, funzionari iraniani e statunitensi hanno avviato un negoziato per raggiungere un accordo che consenta a Teheran di vendere quantità limitate di petrolio in cambio di merci per alleviare le sofferenze di gran parte della popolazione iraniana. Il piano, confermato solo da funzionari di Baghdad che hanno familiarità con i colloqui, prevede che l’Iraq sia il punto di transito per le esportazioni di petrolio e l’importazione di merci.

“L’accordo consentirà agli americani di monitorare e controllare tutto: la quantità di greggio iraniano esportato, i tipi di merci importate e la certezza che non ci saranno rimborsi. Questo paralizzerà gli iraniani e li costringerà ad interrompere il sostegno al gruppi armati in tutta la regione”, ha detto un funzionario iracheno.

L’accordo in questione si ispira al programma “oil for food” (petrolio in cambio di cibo) attuato in Iraq nel 1995 con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per ammortizzare l’impatto dell’embargo economico imposto a seguito dell’invasione del Kuwait nel 1990. Il programma permise all’Iraq di esportare una quantità prestabilita di petrolio in cambio di derrate alimentari commisurati al fabbisogno della popolazione irachena, sotto la supervisione delle Nazioni Unite. In questo caso, sarà l’Iraq e non l’ONU ad agire come supervisore degli appalti e della ricezione e dell’erogazione dei fondi ricevuti.

L’Iran considera la richiesta di rilascio di un prigioniero libanese
Un portavoce della giustizia iraniana ha detto che le autorità iraniane hanno ricevuto una richiesta di amnistia da Beirut per un cittadino libanese, residente negli Stati Uniti, arrestato nel 2015 per “collaborazionismo contro lo Stato” e che il caso è sotto osservazione del governo. La scorsa settimana, secondo l’agenzia di stampa filogovernativa NNA il Ministero degli Esteri avrebbe concordato l’amnistia per Nizar Zakka, il cittadino libanese esperto di tecnologia dell’informazione che è stato condannato a 10 anni di carcere nel 2016 e multato 4,2 milioni di dollari.

La polizia della moralità recluta nuove leve
Secondo quanto riferito, l’Iran ha rafforzato la polizia della moralità introducendo nuove unità per monitorare il corretto utilizzo del velo da parte delle donne, che negli ultimi anni hanno sfidato sempre più l’obbligo di portarlo. Secondo un rapporto pubblicato dal Telegraph, le autorità hanno arruolato 2.000 nuove unità tra cui alcune donne. Il programma pilota è stato lanciato nella provincia iraniana settentrionale di Gilan. Le unità sono chiamate “gruppi di resistenza per la risposta verbale e pratica alle donne anti-hijabi”, ha riferito il Telegraph.

CAMBOGIA

L’UE deve attenersi al piano per aiutare il ripristino della democrazia in Cambogia
La seguente dichiarazione è resa mentre una delegazione dell’Unione europea si è recata in visita per la seconda volta quest’anno in Cambogia, nell’ambito del processo di revoca dell’accesso senza dazi ai mercati dell’UE come previsto dall’accordo “Everything But Arms” (EBA, Tutto Tranne Armi). A nome dei cittadini cambogiani di tutti i ceti sociali a cui il CNRP continua a parlare, vorrei confermare all’Unione europea che la risposta che sta prendendo in considerazione al fine di affrontare la deriva totalitaria in Cambogia, ovvero la sospensione del programma EBA, a nostro avviso è accettabile e appropriata.

In primo luogo, condanniamo il fatto che Hun Sen usi il popolo cambogiano come ostaggio per poter ricattare l’Unione europea affinché chiuda un occhio sulla sempre più dura repressione politica perpetrata con violazioni sempre più gravi dei diritti umani.

In secondo luogo, vogliamo che tutti gli amici della Cambogia conoscano le sofferenze che il popolo cambogiano ha sofferto per decenni sotto il regime autoritario di Hun Sen fatto di corruzione sistemica e di politiche distruttive come evidenziato dalla sofferenza causata dall’accaparramento della terra e dalla deforestazione.

FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 4 giugno 2019: sit-in del Partito Radicale a Piazza Venezia nel trentesimo anniversario del massacro di Piazza Tiananmen a Pechino

Print Friendly, PDF & Email

Add Comment