N 30 – 17/6/2019

PRIMO PIANO

La guerra (non solo) diplomatica e la pressione cinese per la Presidenza della FAO
Il 23 giugno la FAO, con sede a Roma, è chiamata ad eleggere il nuovo Direttore generale. Una scelta che, come spiega Le Monde in un articolo dell’8 giugno scorso, ha scatenato una guerra diplomatica caratterizzata da forti preoccupazioni per “l’intensa pressione cinese”. Non mancano infatti le aggressioni diplomatiche da parte di Pechino, che si spinge oltre minacciando addirittura di bloccare le esportazioni alimentari di paesi come Brasile e Uruguay. Non proprio incoraggiante, dato che l’istituzione in questione dovrebbe “garantire la sicurezza alimentare mondiale e lo sviluppo sostenibile promuovendone la conservazione e l’uso sostenibile.”

In proposito, giova anche ricordare che, intervistato di recente da CCTV, l’ex Vice-Segretario Generale dell’ONU e già Capo del potentissimo Dipartimento ONU per gli Affari Economici e Sociali, Wu Hongbo, ha tranquillamente dichiarato: “La Carta delle Nazioni Unite ha regole chiare. Anche se hai la tua nazionalità, non puoi accettare istruzioni dall’esterno dell’organizzazione e da altri paesi. Tutti i diplomatici hanno una nazionalità. Ciò significa che ti devi preoccupare dell’interesse del tuo paese. […] Penso che essere un diplomatico cinese significa che non si può essere negligenti quando si tratta di proteggere l’interesse e la sicurezza nazionale della Cina. Dobbiamo difendere con forza gli interessi della madrepatria.”

Come scrive Le Monde, la Cina sta attivamente lavorando per eleggere il suo candidato, Qu Dongyu, attuale Vice Ministro all’agricoltura e agli affari rurali. Perciò, secondo alcuni osservatori, Pechino non esita a prendere il libretto degli assegni e ad impiegare la sua influenza per assicurarsi il voto dei paesi africani. “La maggior parte di questi Stati aderisce già al mega-progetto delle nuove vie della seta”, spiega una fonte diplomatica. “I cinesi si trovano su un terreno amico, non possiamo competere.” Pechino ha ottenuto una prima vittoria con il ritiro, a marzo, del candidato camerunese, Medi Moungui. Secondo un diplomatico, Pechino avrebbe cancellato un debito di circa 70 milioni di dollari in cambio. “La pressione cinese è intensa”, afferma la stessa fonte. “Hanno anche minacciato il Brasile e l’Uruguay di vietare le loro esportazioni agricole se questi due paesi non voteranno a favore del candidato cinese.”

La tensione che circonda queste elezioni – fortemente politicizzata dal fatto che la presidenza della FAO è tradizionalmente data a un paese in via di sviluppo – è ulteriormente rafforzata dal contesto della guerra commerciale tra Washington e Pechino. In questi giochi d’influenza, la lotta contro l’insicurezza alimentare “prende chiaramente il secondo posto”, si rammarica un alto funzionario occidentale, ma “il mondo deve rendersi conto che la Cina può assumere il controllo di un’importante organizzazione che influenzerà sugli standard agricoli e alimentari.”

Trentasei anni fa l’arresto di Enzo Tortora
All’alba del 17 giugno 1983, veniva arrestato a Roma Enzo Tortora. Ebbe inizio così una delle pagine più buie e vergognose della storia di’Italia. Il Partito Radicale e il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” lo ricordano proponendo questa intervista realizzata per l’occasione da Radio Radicale a Francesca Scopelliti, moglie del popolare conduttore televisivo, deceduto poi il 18 maggio 1988. Francesca Scopelliti è la presidente della Fondazione Internazionale per la Giustizia “Enzo Tortora”.

Giulio Terzi a Radio24 sulla missione del Ministro Salvini negli Stati Uniti
Invitato questa mattina a Radio24 da Maria Latella per commentare il viaggio a Washington del Ministro degli Interni Matteo Salvini dove incontrerà il Vice Presidente Pence e il Segretario di Stato Pompeo, l’Amb. Giulio Terzi ha spiegato le ragioni per cui si tratta di una visita molto importane che cade in un momento straordinariamente critico per il Medio Oriente, soprattutto per le tensioni nel Golfo inasprite dall’attacco alle petroliere che gli Stati Uniti attribuiscono al regime iraniano. Il rapporto tra Italia ed Iran e quello tra l’Unione europea e Iran è uno dei rapporti più difficili perché rispetto a Teheran Washington e Bruxelles hanno posizioni ben distanti. A tal proposito Giulio Terzi ha ricordato che Salvini è stato chiaro alcuni mesi fa quando, dopo aver visitato i tunnel tra Libano e Israele, ha preso una netta posizione di condanna del terrorismo alimentato dall’Iran e dai suoi proxy nella regione.

“Immagino che Salvini riceverà richieste molto ferme per il governo italiano e per l’Unione europea, sulla politica estera e di sicurezza rispetto all’Iran, perché questo è il punto di contrasto tra l’Italia e l’Ue. In questo è aiutato dal fatto di avere con sé un team di uomini giusti perché è andato a Washington con un navigato diplomatico come l’Amb. Stefano Beltrame che è stato molti anni sia a Teheran che Washington, e con il Sottosegretario Picchi. Sarà un momento di chiarimento di grande importanza”, ha affermato l’Amb. Terzi.

Approvato un contributo di 3 milioni di euro per Radio Radicale
Il 12 giugno le Commissioni Bilancio e Finanza della Camera dei Deputati hanno approvato un emendamento presentato dagli On. Filippo Sensi e Roberto Giachetti del PD per assegnare a Radio Radicale un contributo di 3 milioni di euro in vista della gara d’appalto i cui tempi e contenuti sono da stabilire. Gli esponenti del M5S sono stati gli unici a votare contro. Tuttavia, come spiega Maurizio Turco a Il Foglio, il contributo riguarda la digitalizzazione degli archivi, non la prosecuzione delle trasmissioni.

Il giorno stesso, una delegazione formata da deputati e senatori di Lega, Partito Democratico, Forza Italia, Fratelli d’Italia e del gruppo misto, si è recata a Palazzo Chigi con il direttore e l’amministratore delegato di Radio Radicale, Alessio Falconio e Paolo Chiarelli e i membri della Presidenza del Partito Radicale, per consegnare al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte le firme di 170.000 cittadini che hanno sottoscritto la petizione a sostegno di Radio Radicale, lanciata dal Partito Radicale assieme a Rocco Papaleo, Alessandro Haber, Luca Barbarossa, Jimmy Ghione e Alessandro Gassmann. Dopo la consegna si è tenuta una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati.

L’Italia deve rivedere la legge che regola il carcere a vita
Con una sentenza del 13 giugno, a Corte Europea dei Diritti Umani con sede a Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano deve rivedere la legge che regola il carcere a vita, perché viola il diritto del condannato a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. In assenza di ricorsi la sentenza sarà definitiva tra tre mesi. La decisione riguarda il caso di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti. La decisione sull’Italia della Corte di Strasburgo si basa sul fatto che chi è condannato al carcere a vita (ergastolo ostativo) non può ottenere, come gli altri carcerati, alcun beneficio – come per esempio i permessi d’uscita, o la riduzione della pena – a meno che non collabori con la giustizia.

La sentenza della Corte europea dei diritti umani riguarda il caso di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, in prigione da inizio anni Novanta. Per l’associazione Nessuno tocchi Caino si tratta di un pronunciamento storico descritto dalle parole del Segretario Sergio d’Elia: “Secondo la Corte, l’ergastolo ostativo è una forma di punizione perpetua incomprimibile. Il successo alla Corte EDU è il preludio di quel che deve succedere alla Corte Costituzionale italiana che il 22 ottobre discuterà l’ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi Caino è stato ammesso come parte interveniente. Il pensiero non può non andare che a Marco Pannella, al suo Spes contra Spem che ci ha animati e nutriti in questi anni, e ai detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi ‘Spes contra Spem'”.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Giulio Terzi: l’attacco alle petroliere conferma la criminalità del regime iraniano
Il 14 giugno Washington ha accusato senza esitazioni l’Iran per l’attacco a due petroliere che si trovavano nelle acque del Golfo di Oman. L’aggressione, avvenuta il giorno precedente, fa seguito ad altri attacchi perpetrati pochi giorni fa per i quali erano già forti i sospetti verso il regime di Teheran che aveva minacciato più volte di compiere. Teheran smentisce ovviamente la paternità, nonostante continue e specifiche minacce del regime proprio in questa direzione da circa due mesi. Gli Americani e i loro alleati nel Golfo condividono certezza e preoccupazione crescente rispetto alla minaccia iraniana.

Gli attacchi hanno avuto luogo proprio durante la missione di “mediazione” del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe che ha incontrato, tra gli altri, il leader supremo l’Ayatollah Khamenei. Un tempismo furbescamente inteso a sostenere l’estraneità del regime rispetto ad un atto criminale di guerra contro navi mercantili. Intanto, il “megafono del regime”, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, si premura di twittare quanto sia “sospetto” l’attacco durante la visita di Shinzo Abe. Tradotto: non può averlo fatto l’Ayatollah Khamenei perché è amante della pace. Gli autori sono quindi gli Americani. Che logica!

Purtroppo per i tanti Pinocchi di Teheran, esiste un filmato notturno che mostra un’imbarcazione militare iraniana con l’equipaggio intento ad estrarre una mina inesplosa dalla fiancata della petroliera colpita. Il regime e suoi amici diranno che si tratta di un gesto umanitario per salvare l’equipaggio. Certo, in segreto, senza rivendicare alcun merito. Una “operazione umanitaria” del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) e dei Pasdaran che nottetempo, in silenzio, recuperano una mina inesplosa dalla petroliera attaccata. I filo-iraniani in Italia proporranno una medaglia. Le inquadrature dell'”operazione umanitaria” a conduzione IRGC/Pasdaran mostrano le “virtù” del regime, o non sono piuttosto l’ennesima prova dei metodi di uno Stato terrorista che opera da quarant’anni?

UANI aveva avvertito i proprietari delle petroliere prima degli attacchi
United Against Nuclear Iran (UANI) aveva ammonito i proprietari di entrambe le navi cisterna commerciali attaccate il 13 giugno del rischio di fare affari con l’Iran. Le due petroliere, la Kokuka Courageous e la MT Front Altair, sono state attaccate nel Golfo di Oman, a 25 miglia dalla costa meridionale dell’Iran. Il governo degli Stati Uniti addossa all’Iran la responsabilità degli attacchi.

“Gli attacchi dell’Iran alle petroliere che attraversano il Golfo di Oman sono una provocazione senza precedenti”, ha dichiarato l’amministratore delegato di UANI, Mark D. Wallace. “L’isolamento economico dell’Iran è uno strumento di azione non militare che funziona. Tuttavia, anziché cambiare linea e sedere al tavolo delle trattative, l’Iran agisce da stato sponsor del terrore quale è. Per responsabilità, i paesi e le imprese non dovrebbero commerciare con l’Iran”.

UANI aveva scritto ai proprietari/operatori di entrambe le navi alla fine del 2018 poiché facevano scalo nei porti iraniani avvertendoli del rischio di essere strumentalizzati per alimentare l’agenda illecita del regime. UANI si era detta “turbata dalla possibilità concreta che navi internazionali possano essere sfruttate dal regime nelle sue attività di proliferazione e contrabbando. La Repubblica islamica si è impegnata in sequestri politicamente motivati di navi commerciali, per accrescere l’influenza a casa e all’estero.

La barca nel video dell’attacco alle petroliere è iraniana?
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha pubblicato un video che mostra una barca iraniana a fianco di una delle petroliere colpite nel Golfo di Oman mercoledì 13 giugno. Quali sono gli elementi chiave che dimostrano che sia davvero una barca iraniana?

Il tipo di imbarcazione nel video ha caratteristiche simili a quelle di una barca esposta durante una cerimonia del marzo 2016 in Iran alla quale era presente il contrammiraglio Ali Fadavi, comandante della Marina dell’IRGC. L’articolo di Press TV di quell’evento del 2016 parla dell’obiettivo dell’Iran di costruire navi da battaglia veloci in grado di raggiungere gli 80 nodi.

Le forme della barca esposta nel 2016 e quelle della barca nel video sono molto simili. Sulla prua si nota un motivo a zig-zig ben distinto, la gabbietta sul ponte presenta la stessa forma ed entrambe mostrano una forma simile nella parte anteriore dello scafo a gradino.

La Gran Bretagna crede agli Stati Uniti sull’attacco iraniano alle petroliere
Il 14 giugno il Ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt ha dichiarato che non c’è motivo di non credere alla valutazione degli Stati Uniti secondo vi sarebbe l’Iran dietro agli attacchi contro due petroliere nel Golfo di Oman.

“Faremo la nostra valutazione indipendente, attraverso i nostri meccanismi, (ma) non abbiamo motivo di non credere all’analisi degli Americani. Tendiamo a crederci perché sono il nostro più stretto alleato”, ha detto Hunt a BBC radio.

Khamenei respinge l’offerta di dialogo di Trump
A seguito delle tensioni nel Golfo Persico, il leader supremo dell’Iran ha affermato giovedì 13 giugno di aver respinto un’offerta di dialogo del presidente Donald Trump, etichettando gli Stati Uniti come inaffidabili. “Non considero Trump una persona con cui valga la pena scambiare messaggi”, ha riferito l’Ayatollah Khamenei. Poche ore dopo, Trump ha twittato che evidentemente era presto per parlare e che era “troppo presto per pensare di fare un accordo”.

Giovedì Khamenei ha incontrato il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe a Teheran e ha reso noto che il Primo Ministro si era fatto latore di un messaggio da parte di Trump che “i negoziati con gli Stati Uniti porteranno ai progressi dell’Iran”. La Casa Bianca non ha risposto alle domande sul messaggio affidato a Shinzo Abe, ma lo stesso Presidente ha ringraziato Abe per “essersi recato in Iran ad incontrare l’ayatollah Ali Khamenei”.

La Cina vuole intensificare i rapporti con l’Iran
Il 14 giugno il Presidente cinese Xi Jinping ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rouhani in un vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, a Bishkek in Kirghizistan, e ha ribadito la volontà di Pechino di stringere i legami tra i due paesi. Il leader cinese ha promesso di impegnarsi nello sviluppo della relazione, indipendentemente da come evolverà la situazione relativa all’attacco alle petroliere nel Golfo di Oman.

Un’azienda irachena sanzionata per il contrabbando di armi per l’Iran
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni a una società irachena che ha dichiarato di aver trafficato armi per il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica dell’Iran (IRGC) per centinaia di milioni di dollari.

La lista nera del Tesoro della South Wealth Resources Company, o Manabea Tharwat al-Janoob General Trading Company, fa parte della più ampia campagna di pressione dell’amministrazione Trump contro Teheran. L’obiettivo della Casa Bianca è costringere il governo a lavorare ad un patto di sicurezza nucleare e regionale. Le ultime sanzioni colpiscono anche due iracheni accusati dagli Stati Uniti di aiutare le importazioni di armi dell’IRGC.

Twitter cancella migliaia di account falsi legati all’Iran
Il 13 giugno Twitter ha annunciato di aver rimosso migliaia di account collegati ad attività coordinate dal governo iraniano, procedendo all’archiviazione in un database pubblico lanciato lo scorso anno. L’azienda ha affermato di ritenere che 4.779 account siano stati associati a o sostenuti dall’Iran. Inoltre, sono stati rimossi e archiviati 130 account legati al movimento indipendentista catalano e 33 account impegnati in comportamenti manipolativi relativi al Venezuela.

Twitter ha reso noto per la prima volta l’archivio dei dati associati alle operazioni informative note dallo Stato, lo scorso ottobre. L’obiettivo è assicurare maggiore trasparenza delle informazioni e arginare ogni manipolazione della piattaforma.

“Grazie al nostro archivio, migliaia di ricercatori di tutto il mondo hanno scaricato set di dati, che contengono oltre 30 milioni di tweet e oltre 1 terabyte di media, per condurre le proprie indagini e condividere le loro intuizioni e analisi indipendenti con il mondo”, ha scritto Yoel Roth.

Germania ed Emirati Arabi Uniti chiedono una distensione nel Golfo
Gli Emirati Arabi Uniti e la Germania hanno espresso preoccupazione per le crescenti tensioni nella regione del Golfo, invitando l’Iran non creare ulteriori tensioni. La dichiarazione è giunta il 12 giugno dopo la visita ufficiale in Germania del principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, dove ha incontrato la Cancelliera Angela Merkel a Berlino. Anche il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, durante una conferenza stampa con il suo omologo degli Emirati, lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan ad Abu Dhabi, ha sottolineato l’importanza di mantenere la stabilità nella regione del Golfo viste le crescenti tensioni con l’Iran.

Continua la campagna per la liberazione di Nasrin Sotoudeh
Mentre Amnesty International riferisce che oltre un milione di persone in 200 paesi hanno firmato una petizione che condanna i 38 anni di reclusione e le 148 frustate a cui è stata condannata l’avvocato iraniano Nasrin Sotoudeh per aver difenso alcune donne che avevano protestato contro l’obbligo di indossare l’hijab. Anche Nessuno Tocchi Caino ha lanciato una petizione, sostenuta dal Partito Radicale e dal Global Committee, che è possibile sottoscrivere a questa pagina.

Sequestrate ingenti quantità di esplosivo nella zona nord-occidentale di Londra
Il 9 giugno il Daily Telegraph ha rivelato che i servizi segreti britannici hanno scoperto che nel 2015 Hezbollah stava accumulando tonnellate di materiali esplosivi nel nord-ovest di Londra. I dettagli del caso sono stati custoditi per tutti questi anni. L’attacco è stato sventato nell’autunno del 2015, pochi mesi dopo la firma del Regno Unito dell’accordo sul nucleare iraniano.

E’ stato il Mossad ad allertare il Regno Unito della presenza degli esplosivi di Hezbollah che, dopo la sua scoperta, assieme all’Iran ha molto probabilmente trasferito la sua attività terroristica in altri paesi che il Mossad tiene sotto controllo.

Incontro a Damasco tra il Ministro dell’Intelligence iraniana ed esponenti palestinesi
Il 14 giugno il Ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi ha incontrato una delegazione delle fazioni palestinesi presso l’ambasciata iraniana a Damasco per discutere degli ultimi sviluppi nella regione, la situazione palestinese e il piano di pace israelo-palestinese proposto dal Presidente Trump al quale gli esponenti palestinesi rimangono contrari.

Nella sua dichiarazione, Alavi ha lodato “il ruolo della resistenza e la capacità deterrente dimostrata nell’ultima guerra nella Striscia di Gaza”, mentre i Palestinesi hanno sottolineato l’importanza del “ruolo di resistenza giocato dalle forze dell’asse e dei paesi della regione nell’affrontare le minacce che colpiscono Iran, Siria, Palestina e Libano”.

I ribelli Houthi dello Yemen attaccano nuovamente l’aeroporto saudita di Abha
Secondo quanto riferito da Al Masirah TV, i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato oggi un nuovo attacco impiegando alcuni droni contro l’aeroporto di Abha nel sud dell’Arabia Saudita in risposta ad attacchi aerei contro i ribelli nella capitale dello Yemen, Sanaa, avvenuti sabato 15 giugno. Negli ultimi mesi gli Houthi hanno intensificato gli attacchi con droni e missili contro le città dell’Arabia Saudita.

Lieberman prudente sulla posizione di Biden rispetto alla Cina
Mercoledì 12 giugno l’ex senatore Joe Lieberman ha elogiato la strategia del presidente Trump rispetto alla Cina, giudicando una dichiarazione del candidato alle presidenziali 2020 Joe Biden. Lieberman ha affermato che l’America non può correre il rischio di una nuova guerra fredda con la Cina e che deve rimanere ferma riguardo ai diritti sulla proprietà intellettuale.

“Nel suo ultimo commento, [Biden] suonava molto Mr. Pro America. Ha detto che [la Cina] è un problema ma non una minaccia. Quindi in un certo senso ha solo chiarito quello che voleva dire in precedenza, cioè che non dobbiamo preoccuparci più di tanto della Cina. Ma la Cina è una potenza crescente. Dobbiamo preoccuparci non soltanto di quel che rappresenta per noi, ma di evitare di entrare in una specie di guerra fredda con i cinesi perché questo potrebbe ferire sia noi che loro”, ha detto Lieberman.

VENEZUELA

USA, allarme Venezuela: “Patto Maduro-Huawei per censurare i social”
Gli investimenti come una colossale scusa, la tecnologia come una fedele alleata, la censura come il vero inquietante obiettivo. Nicolás Maduro firma un patto con Huawei e si prepara a blindare il silenzio di un Venezuela già dimenticato da una Comunità Internazionale muta, distratta e comunque divisa.

“Grazie alla Cina miglioreremo le connessioni 4G e più in generale il quadro delle nostre telecomunicazioni”. Questa la versione ufficiale fornita dal delfino di Hugo Chávez.

“La Cina non aiuta il popolo venezuelano, ma soltanto se stessa e chi quel popolo lo vuole strangolare”. Questa la risposta via Twitter tracciata senza troppi giri di parole dalla sottosegretario di Stato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale degli Stati Uniti d’America.

Kimberly Breier, questo il suo nome, accusa il dragone di esportare i suoi “prodotti” più tipici: tirannia, oppressione, costrizioni e divieti. Tutto il contrario, cioè, di quella libertà di cui la patria di Bolívar avrebbe un bisogno disperato. Smartphone sempre più controllati in grado di oscurare i contenuti legati ai volti e ai progetti di un’opposizione oramai anche formalmente al bando. Dai discorsi di Juan Guaidó, in parte già rimossi dal web, ai richiami delle piazze e delle manifestazioni che hanno osato la spallata a Maduro.

Perimetri invisibili che diventano muri invalicabili per il dibattito di un Paese che dovrebbe parlarsi, confrontarsi con se stesso, e che invece muore soffocato in un silenzio imposto e adesso addirittura costruito a tavolino. Tra accuse e tensioni, con il demone americano sfruttato come capro espiatorio ad oltranza, nel lanciare l’allarme c’è chi va persino oltre.

Si tratta di Marco Rubio, senatore a stelle e strisce nonché candidato alla presidenza nel 2016, secondo cui Maduro e i suoi sarebbero a un passo dal sospendere definitivamente l’accesso ai social network, così da disperdere le fila dei venezuelani non allineati rispetto ai dettami del regime. Un’inversione di tendenza che fa paura. Che marcia fiera nella direzione opposta a quella della democrazia. Verso il baratro di alleanze con amici finti, ma nemici veri. Di un bene prezioso chiamato libertà.

CAMBOGIA

In Cambogia il summit asiatico sull’informazione
Dal 10 al 14 giugno si è tenuto a Siem Reap, in Cambogia, il 16° Summit Asia Media. Dal luglio 2018, con le ultime elezioni legislative, la Cambogia è tornato ad essere ufficialmente uno Stato tornato a partito unico, guidato da 34 anni dall’ex Khmer Rosso Hun Sen, e dove nell’ultimo anno sono state chiuse oltre trenta tra stazioni radio e quotidiani. L’evento, che si è tenuto sotto gli auspici dell’UNESCO, si è concluso con la richiesta di approvare una nuova legislazione per combattere le notizie false e i crimini informatici.

Come spiegato dal Ministro dell’Informazione cambogiano Khieu Kanharith: “I partecipanti al vertice hanno affrontato i problemi causati dai media digitali, chiedendo alle autorità competenti di regolamentare i reati contro la criminalità informatica, le notizie false e di lavorare alla sensibilizzazione e miglioramento della professione dei media”. Per questo è stata lanciata la “Angkor Fake News Initiative”, un progetto di ricerca di un anno per trovare misure appropriate per contrastare le notizie false.

FOTO DELLA SETTIMANA
Honk Kong, 14 giugno 2019: “Basta sparare agli studenti” recita uno dei cartelli dei manifestanti contro la legge sull’estradizione verso la Cina

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