N 57 – 9/12/2019

PRIMO PIANO

La riforma sulla prescrizione mostra l’incapacità dello Stato italiano di garantire giustizia in tempi ragionevoli
Il 5 dicembre Deborah Cianfanelli, membro del Consiglio Generale del Partito Radiale, ha ringraziato il Presidente dell’Unione Camere Penali, Avv. Giandomenico Caiazza, per aver fortemente voluto incardinare la lotta degli avvocati penalisti contro la riforma della prescrizione, e ancor di più per aver voluto dare a questa lotta la forma della maratona oratoria, tenutasi a Roma dal 2 al 7 dicembre, dando così presenza nella forma e nella sostanza agli insegnamenti di Marco Pannella, e tutti gli avvocati penalisti che vi hanno preso parte per spiegare le importanti ragioni del fermo no al blocco della prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di primo grado.

La riforma Bonafede è una riforma criminale in quanto attenta ai diritti fondamentali di difesa dei cittadini ponendoli, a tempo indeterminato, in balìa dei tempi irragionevoli della giustizia penale italiana, sommando così allo scandalo del “fine pena mai” quello del “fine processo mai”. Questa riforma rappresenta un grave attacco alle garanzie del cittadino riportando il nostro sistema penale a sistema inquisitorio.

L’interruzione del decorso dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sommata all’incapacità del nostro Stato di garantire giustizia nei tempi ragionevoli imposti dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, porterà ad un ulteriore aggravarsi del comportamento del nostro Stato, che già Marco Pannella definiva “criminale” e che, ancora una volta, invece che tutelare i diritti fondamentali del cittadino e risolvere i problemi che causano la durata dei processi nelle nostre aule giudiziarie, con questa riforma della prescrizione andrà ad aggravare tali già intollerabili tempi processuali, con tutto ciò che questo comporta sulla vita delle persone coinvolte nei processi.

La Banca Mondiale approva un pacchetto di aiuti per la Cina
Il 5 dicembre la Banca Mondiale ha reso noto di aver adottato, nonostante le obiezioni del Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin e di diversi legislatori statunitensi, un nuovo piano di aiuti alla Cina con prestiti da 1 a 1,5 miliardi di dollari in prestiti a basso interesse ogni anno fino al giugno 2025. Il piano strategico quinquennale è stato pubblicato dopo che il Consiglio di Amministrazione della Banca Mondiale “ha espresso ampio sostegno” al programma di sviluppo multilaterale delle riforme strutturali e ambientali in Cina.

La Banca mondiale ha dichiarato che i prestiti diminuiranno rispetto al piano “quadro di partenariato per paese”, in linea con la riforma concordata nell’ambito di un aumento di capitale di 13 miliardi di dollari concordato nel 2018. La Banca Mondiale ha prestato alla Cina 1,3 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019 conclusosi il 30 giugno, in calo rispetto ai 2,4 miliardi di dollari erogati nell’anno fiscale 2017. Il nuovo piano prevede che i prestiti “diminuiscano gradualmente” rispetto alla media quinquennale precedente di 1,8 miliardi di dollari. “I livelli di prestito possono oscillare di anno in anno a causa della normale gestione del flusso di denaro, che si basa sulla realizzazione del progetto”, ha dichiarato un portavoce della Banca Mondiale, aggiungendo che Pechino aveva richiesto i finanziamenti per “il potenziamento delle istituzioni e il trasferimento delle conoscenze”.

Roberto Rampi e Sergio Rovasio al 30° anniversario della consegna del Premio Nobel al Dalai Lama
Sabato 7 dicembre si è svolta a Milano una cerimonia in occasione del 30° anniversario della consegna del Premio Nobel per la Pace al Dalai Lama. L’ evento è stato promosso dalle donne tibetane ed erano presenti il Senatore Roberto Rampi, la Presidente dell’Unione Buddisti Italiani e Stefano Dallari della Casa del Tibet di Reggio Emilia. La cerimonia è stata molto suggestiva con anche la presenza di monaci e di alcuni membri del Parlamento tibetano in esilio rappresentanti dell’Europa e del Sudafrica, tra cui Jampa Sambdho.

Sergio Rovasio, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale, ha ricordato della stretta amicizia tra il Dalai Lama e Marco Pannella, il lavoro svolto nel corso degli anni a Ginevra alla Commissione Diritti Umani dell’Onu e dei contatti recenti avuti da Laura Harth a Washington e con altre personalità tibetane. E’ stata ricordata anche l’impostazione politica su cui Marco e il Dalai Lama si sono sempre trovati d’accordo nel tentare, nonostante tutto, un dialogo ispirato alla nonviolenza con le autorità cinesi mantenendo ferma la proposta della richiesta di autonomia per la regione del Tibet.

Il parlamentare tibetano Jampa Sambdho ha aggiornato sulla gravi violenze che le autorità cinesi continuano a manifestare contro il popolo tibetano e sul fatto che in questi ultimi mesi quasi ogni famiglia si ritrovi una spia cinese dentro casa per vigilare sui comportamenti dei loro membri. Il Senatore Roberto Rampi ha ricordato lo storico impegno del Partito Radicale sottolineando la conferenza promossa il 28 novembre scorso al Senato con la partecipazione di parlamentari di diversi gruppi politici e con il collegamento video con il leader delle proteste di Hong Kong, Joshua Wong, a cui sono seguite le gravissime dichiarazioni dell’Ambasciata cinese di Roma che hanno creato pesanti reazioni nelle istituzioni italiane.

Arrestato un giornalista vietnamita dopo un intervento al Parlamento europeo
In una conferenza su “Diritti umani e accordo di libero scambio UE-Vietnam (EVFTA)”, ospitata dall’eurodeputata Julie Ward (gruppo S&D) e organizzata dal Vietnam Committee for Human Rights (VCHR) e Christian Solidarity Worldwide (CSW), le hanno organizzato la società civile hanno esortato gli eurodeputati non ratificando l’EVFTA fino a quando il Vietnam non avremmo adottato concreti per migliorare i diritti umani. Alla conferenza, VCHR ha mostrato un video messaggio preparato appositamente per l’evento da Ph Chm Chí Dũng, giornalista indipendente e prominente dissidente in Vietnam. Il 21 novembre, appena due giorni dopo aver inviato il video al VCHR, le autorità vietnamite hanno arrestato Phạm Chí Dũng.

La conferenza si è tenuta mentre il Parlamento europeo ha gestito una fase cruciale dei negoziati sull’EVFTA, uno degli accordi commerciali più ambiziosi mai conclusi tra l’UE e un paese in via di sviluppo, e l’Accordo sulla Protezione degli Investimenti (IPA ). Firmati a giugno 2019 ad Hanoi, EVFTA e IPA devono essere ratificati dal PE prima dell’entrata in vigore, votazione prevista per inizio 2020.

Il vicepresidente del VCHR Penelope Faulkner ha affermato che l’EVFTA aveva “un’aria distinta di déjà vu”. Nel corso di oltre due decenni di relazioni commerciali UE-Vietnam – con un primo accordo nel 1995 e un accordo quadro di cooperazione e partenariato firmato nel 2012 – la Commissione europea ha sistematicamente minimizzato il terribili record sui diritti umani del Vietnam, insistendo sul fatto che gli accordi richiesti dato all’UE più leva per sollecitare delle riforme. “Per il primo accordo, eravamo fiduciosi. Per il secondo, eravamo dubbiosi. Per EVFTA, semplicemente non siamo convinti”, ha detto ai deputati.

“Dove c’è strage di diritto, c’è strage di popoli”: 6,8 milioni di persone soffrono di malnutrizione in Venezuela
Secondo un rapporto presentato dalla FAO a Santiago del Chile, è il Venezuela il paese in cui si è registrato il più grande incremento di malnutrizione. Inoltre, il rapporto rileva come c’è stato un aumento delle persone affamate nella regione. Come riportato dai giornali El Pitazo e El Universal, il 12 novembre scorso è stato presentato a Santiago del Chile il rapporto Panorama sulla sicurezza alimentare e nutrizionale in America Latina e Caraibi 2019, preparato da PAHO, UNICEF e WFP. Il rapporto rileva come nel 2018, la fame in America Latina è aumentata e ha colpito 42,5 milioni di persone, ovvero il 6,5% della popolazione regionale. Al contempo è aumentata l’insicurezza alimentare e anche il tasso di obesità rimane una sfida prioritaria, con il 24% della popolazione in America Latina – circa 105 milioni di persone – che soffre di obesità, quasi il doppio della media mondiale del 13,2%.

I 42,5 milioni di latinoamericani che hanno patito la fame nel 2018 rappresentano un aumento di 4,5 milioni rispetto al minimo di 38 milioni riportati nel 2014. Tale aumento è attribuibile quasi interamente ai paesi sudamericani, dove il numero di persone denutrite è cresciuto di 4,7 milioni nel corso di quattro anni. Un’analisi delle cifre per paese rivela una grande eterogeneità nella lotta contro la fame: tra i paesi che l’hanno ridotta, spicca la Colombia – dove negli ultimi due anni le persone che soffrono di fame sono passate da 3,6 a 2,4 milioni – oltre al Messico, Bolivia e la Repubblica Dominicana. I paesi con la più bassa percentuale di malnutriti, al di sotto del 2,5% della popolazione, sono Brasile, Cuba e Uruguay. Segue il Cile, con una percentuale del 2,7%.

Invece, mentre Haiti è il paese più affamato della regione, con quasi la metà della sua popolazione (49,3%) che ne soffre, il Venezuela è il paese in cui la malnutrizione ha colpito in modo più forte, con 6,8 milioni di persone colpite: una situazione definita “critica” per quanto riguarda la malnutrizione. Sempre secondo il rapporto Panorama, tra il 2016 e il 2018, il numero di persone che patiscono la fame in Venezuela è più che duplicato, passando da 2,9 milioni nel 2013-2015 a 6,8 milioni nel 2016-2018″, e si è verificato un “aumento significativo” del tasso di mortalità dei neonati.

Impeachment, gran finale alla Camera: “Trump colpevole in tre minuti”
È la settimana decisiva, scrive Luca Marfé su Il Mattino. La commissione Giustizia della Camera contro Donald Trump. La legge degli Stati Uniti contro il presidente degli Stati Uniti. I democratici si sono imposti tempi brevi e precisi: chiudere l’impeachment entro Natale. I repubblicani non hanno scelta e compattano le loro fila attorno all’unica alternativa che hanno per tenersi la Casa Bianca.

È scontro frontale e oramai, perlomeno nella prima delle due metà del Congresso, la scena è quella del gran finale. A renderla ancor più incandescente, le parole del presidente della commissione Giustizia della Camera: “Il caso è quasi chiuso e solido come una roccia”, ha dichiarato il dem Jerry Nadler ai microfoni della CNN. “Un caso che”, ha proseguito, “se fosse presentato a un giudice così com’è, si tradurrebbe in un verdetto di colpevolezza nel giro di tre minuti”.

La vicenda è nota e riguarda l’Ucraina: aiuti militari che Trump avrebbe trattenuto in cambio di eventuali prove politiche anti-Biden. Questo al fine di inguaiarlo in ottica elezioni 2020. La soluzione, però, è tutt’altro che a portata di mano. Perché se è vero che la maggioranza democratica è a un passo dal condannare all’impeachment il terzo presidente della storia degli Stati Uniti, è altrettanto vero che per un’effettiva condanna servono addirittura i due terzi di un Senato la cui maggioranza è viceversa in solide mani repubblicane. Difficile o meglio impossibile, dunque, che si arrivi fino in fondo.

Ma lo show va avanti e non resta che capire chi possa trarne maggiore beneficio. Se l’opposizione che si dà un tono battagliero mentre non si mette d’accordo su un candidato. O se Trump che sguazza nei panni della vittima, del resistente, della sola speranza contro un sistema che, a suo dire, lontano dal potere, proprio no, non sa stare. E che, sempre a suo dire, sta facendo di tutto per riprenderselo quel potere. Persino aggirare la democrazia.

Daphne Caruana Galizia: la morte di una giornalista e un’isola in subbuglio
Il 5 dicembre, Rachel Donadio parla su The Atlantic dell’inchiesta sull’omicidio della giornalista più famosa di Malta e spiega come l’omicidio non abbia solo fatto precipitare il Paese in una crisi, ma abbia anche rivelato i limiti e i fallimenti dell’Europa. Su una piccola isola nel Mar Mediterraneo, ai margini dell’Unione europea, sta accadendo qualcosa di incredibile. Una crisi politica e una rivolta sociale, stimolate dal giornalismo investigativo, stanno rivelando i fallimenti dell’Europa. Il caso è complesso: la giornalista più famosa di Malta, Daphne Caruana Galizia, è stata assassinata con un’autobomba nell’ottobre 2017 e il caso rimane ancora irrisolto. Un uomo d’affari accusato lo scorso fine settimana di complicità per la sua morte avrebbe riferito alla polizia che il Capo-gabinetto del Primo Ministro era coinvolto nell’assassinio.

La questione è semplice: se il governo maltese non si fa da parte per consentire la conduzione di indagini indipendenti, l’Europa – come insieme di istituzioni, valori e protezioni – avrà fallito. Ovunque guardiamo l’Europa si sta indebolendo: Brexit, indebolimento della magistratura da parte del governo polacco, incursioni del governo ungherese nella libertà di stampa, crisi innescata dalle migliaia di richiedenti asilo bloccati in Grecia. Ma ciò che sta accadendo a Malta è l’esempio più lampante dei fallimenti dello stato di diritto e della separazione dei poteri nell’Europa occidentale.

IRAN E MEDIO ORIENTE

L’Europa accusa l’Iran di violare gli impegni sul nucleare
Dopo un anno circa di tentativi regolari volti a superare le divisioni tra Washington e Teheran, il 5 dicembre Francia, Germania e Regno Unito hanno accusato l’Iran di testare missili balistici il cui obiettivo è evitare le difese missilistiche in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite che esortano l’Iran a non sviluppare “sistemi con capacità nucleari”. Gli europei hanno rilasciato una dichiarazione poco prima che Brian H. Hook, Rappresentante speciale del Dipartimento di Stato per l’Iran, accusasse ufficialmente le forze di sicurezza iraniane di aver ucciso circa 1.000 persone durante le proteste, dovute all’aumento del prezzo della benzina, che hanno interessato più di 160 città iraniane a partire da metà novembre.

L’Iran sposta i suoi missili in Iraq
Secondo i servizi segreti e militari americani, l’Iran sta sfruttando il continuo caos nel vicino Iraq per trasferire e costruire un arsenale di missili balistici a corto raggio clandestino. L’operazione fa parte di un disegno per mantenere la pressione sull’intera regione del Medio Oriente, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti sono tornati ad incrementare la loro presenza militare in Medio Oriente per contrastare le minacce alle petroliere e alle strutture di estrazione e lavorazione del petrolio. Naturalmente, i missili rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione.

Gli iracheni “non vogliono stare al guinzaglio degli iraniani ma, purtroppo a causa del caos e della confusione nel governo centrale iracheno, l’Iran si trova nella posizione migliore per sfruttare i disordini in corso”, ha dichiarato in un’intervista la Elissa Slotkin, Rappresentante democratica del Michigan al Congresso degli Stati Uniti e membro della Commissione Forze Armate.

Esercitazione navale congiunta di Russia, Cina e Iran
Il 3 dicembre l’agenzia di stampa russa TASS ha reso noto che il 27 dicembre la Russia, l’Iran e la Cina terranno esercitazioni congiunte di guerra navale, senza specificare dove. L’annuncio è giunto lo stesso giorno in cui il presidente russo Vladimir Putin ha criticato la continua espansione della NATO, un’organizzazione che ha definito “inutile” visto che dopo il crollo dell’URSS da Mosca non arriva nessuna minaccia. Parlando ai massimi responsabili militari russi a Sochi, Putin ha affermato che l’espansione della NATO rappresenta un pericolo per la Russia e ha aggiunto di sperare che l’interesse per la sicurezza comune comunque prevalga.

UANI critica gli Stati europei che eludono le sanzioni statunitensi
Il 3 dicembre il Senatore Joseph I. Lieberman, presidente di United Against Nuclear Iran (UANI) e l’Ambasciatore Mark D. Wallace, hanno criticato l’annuncio di Belgio, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia di aderire a Germania, Francia e Regno Unito nell’impiego del meccanismo creato a sostegno degli scambi commerciali con l’Iran, denominato INSTEX, eludendo le sanzioni economiche statunitensi contro il commercio con l’Iran.

A pochi giorni dalla repressione più massiccia e brutale della storia di 40 anni del regime iraniano, in cui almeno 208 iraniani sono stati uccisi e in cui gli arresti superano i 7000, sei delle democrazie più forti d’Europa hanno scelto di far finta di nulla e di sostenere i macellai di Teheran contro gli Stati Uniti. Questa risposta europea alle atrocità commesse dal regime iraniano è difficilmente comprensibile. L’attuale piano d’azione dell’Unione europea ribadisce l’impegno “a proteggere i diritti umani e a sostenere la democrazia in tutto il mondo”. Eppure, anziché rispondere fermamente alle gravi violazioni dei diritti umani del regime iraniano, i leader di questi sei Paesi hanno scelto di premiare i mullah diventando azionisti di un meccanismo approntato per evitare le sanzioni, annunciando il tutto senza vergona. L’incoerenza tra il piano d’azione dell’Unione europea e l’azione dei sei Paesi europei è di una ipocrisia impressionante.

I leader europei dovrebbero fermarsi e riflettere sui valori comuni che hanno definito l’alleanza transatlantica. Sostenere un regime iraniano brutale, corrotto e in bancarotta non è uno di questi. Le azioni anti-democratiche di Teheran non possono essere ignorate o giustificate: è ora che l’Europa riconosca che l’accordo nucleare iraniano ha superato il punto di non ritorno e che la smetta di umiliarsi continuando a sostenere il regime dittatoriale iraniano, piuttosto che il popolo iraniano.

E ora cosa succederà in Iran?
La leadership iraniana è sopravvissuta ad un’altra ondata di proteste da parte di una popolazione sempre più irrequieta. Le manifestazioni di novembre contro l’aumento del costo del carburante sono state le più grandi dal 2009. Secondo il governo, che tende a minimizzare i disordini, sono state 200.000 le persone scese in piazza, 7000 gli arresti e almeno 140 i morti. Ma le cifre reali sono sicuramente più alte. Non c’è mai stato un momento in cui il regime è stato davvero in pericolo, ma la portata e l’intensità del malcontento sociale indicano che la rabbia è ancora presente.

Secondo Norman Roule, analista presso United Against Nuclear Iran e veterano della CIA, la prossima fase sarà cruciale. La risposta della comunità internazionale sarà ben osservata dai revisionisti di Mosca, Pechino, Pyongyang e altrove. Fino a quando i leader iraniani riterranno di dover moderare, sarà difficile sostenere che i rapporti economici con il regime non rafforzeranno ulteriormente le forze che rappresentano i principi che l’Occidente ha combattuto tradizionalmente. Anche se, sfortunatamente, nessuno degli attori presenti sembra in grado di portare avanti un serio processo diplomatico, gli elementi di un possibile approccio diplomatico potrebbero essere i seguenti:

– Washington ed l’Europa dovrebbero concordare sulla necessità di affrontare l’avventurismo nucleare e regionale dell’Iran, anche se l’Europa inquadra la sua politica quasi esclusivamente in azioni progettate per ripristinare l’accordo nucleare. L’Europa deve riconoscere la priorità delle questioni regionali per convincere Washington dell’utilità del partenariato;

– Washington e i principali alleati europei dovrebbero collaborare allo sviluppo di soluzioni tecniche per garantire l’accesso a internet alla popolazione iraniana, nonché a come fornire assistenza umanitaria all’Iran senza che siano i Guardiani della Rivoluzione a beneficiarne;

– a meno che non vi siano prove certe che l’Iran prenderà sul serio nuovi negoziati, sono da evitare eventuali sanzioni per portare l’Iran al tavolo delle discussioni. Tuttavia, l’impegno con l’Iran deve essere sufficientemente solido per convincere Teheran che un cambiamento nel suo comportamento produrrà benefici economici a sostegno del regime.

L’Iran prosegue lo sviluppo missilistico e ignora la lettera dell’UE
Il 5 dicembre il governo dell’Iran ha respinto al mittente una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nella quale alcuni Stati europei accusavano Teheran di sviluppare missili con capacità nucleari. Gli ambasciatori britannico, tedesco e francese presso il Consiglio di Sicurezza hanno invitato il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres a chiarire che il programma iraniano sui missili è “incoerente” con una risoluzione delle Nazioni Unite alla base dell’accordo nucleare del 2015, l’accordo noto come JCPOA e siglato tra l’Iran e sei potenze mondiali.

L’Iran ha risposto ribadendo la propria determinazione a procedere con il programma missilistico, ripetutamente descritto come programma a scopo difensivo che non ha nulla a che fare con attività nucleari. “L’Iran è determinato a continuare risolutamente le attività relative ai missili balistici e ai veicoli per l’esplorazione spaziale”, ha scritto l’inviato iraniano presso le Nazioni Unite Majid Takhte Ravanchi in una lettera a Guterres. Il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha denunciato l’intervento delle potenze europee dichiarando in un tweet che la lettera degli europei sui missili “è una menzogna disperata per coprire la loro incompetenza nel rispettare, anche solo minimamente, gli obblighi sottoscritti con il JCPOA” e ha invitato il Regno Unito, la Francia e la Germania a non piegarsi di fronte al “bullismo degli Stati Uniti”.

La famiglia di un manifestante ucciso rifiuta i soldi del governo come riparazione
La madre di un ragazzo di 27 anni, Pooya Bakhtiari, ucciso il 17 novembre con un colpo di fucile alla testa mentre protestava pacificamente contro il rincaro della benzina insieme alla madre e alla sorella nella città di Karaj, ha rifiutato i soldi che il governo aveva offerto alla famiglia come riparazione per la perdita subita. Il 5 dicembre il Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale iraniano ha ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ayatollah Khamenei a versare una certa somma di denaro alle famiglie di manifestanti nonviolenti uccisi dalle forze di sicurezza nelle recenti proteste. Coloro che non sono stati coinvolti nelle proteste e hanno perso la vita nel fuoco incrociato saranno infatti considerati “martiri” e i loro familiari riceveranno una compenso.

Il pagamento del sangue versato da parte dai responsabili dell’omicidio è una tradizione islamica. La madre di Pooya però dice che tutto l’oro del mondo riporteranno in vita suo figlio. “Ogni goccia del sangue di mio figlio valeva milioni”, ha detto a Radio Farda. Nonostante le minacce e le intimidazioni del regime di mettere a tacere le famiglie delle vittime delle recenti proteste, i genitori di Pooya e le famiglie di altri giovani uccisi dalle forze di sicurezza iraniane nel corso degli anni non si sono arrese. La madre di Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa nelle proteste del 2009, raggiunta da Radio Farda ha detto di aver ricevuto in dono un vaso firmato da Khamenei con la promessa che i responsabili sarebbero stati identificati e puniti. “Non volevo riparazioni in denaro, volevo che trovassero l’assassino di mia figlia. Sono passati dieci anni e sto ancora aspettando“, ha detto la donna.

La Russia sospende un progetto con l’Iran a causa dell’arricchimento dell’uranio
Una società pubblica russa ha sospeso un progetto di ricerca con l’Iran dopo la decisione di riprendere l’arricchimento dell’uranio. Il governo russo ha fatto sapere che la sospensione era necessaria visto l’annullamento da parte degli Stati Uniti di un’esenzione dalle sanzioni contro l’Iran che avrebbe consentito il progetto comune. La società TVEL ha dichiarato che la decisione dell’Iran di riprendere l’arricchimento dell’uranio rende impossibile la conversione della struttura che produce isotopi radioattivi in una struttura per scopi medici.

La Commissione americana per la libertà di religione condanna gli arresti di baha’i in Iran
Il 6 dicembre la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF) ha condannato gli arresti di massa di praticanti della religione Baha’i in Iran. Le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato almeno 11 fedeli a Isfahan e Khuzestan dal 27 novembre, quando le proteste contro il razionamento e il rincaro della benzina si sono fatte più intenseo. “È spaventoso che il governo iraniano continui a prendere di mira la comunità bahaita piuttosto che soddisfare le richieste della sua gente”, ha dichiarato il Presidente di USCIRF Gary Bauer.

USCIRF è una commissione indipendente e bipartisan del governo federale degli Stati Uniti, la prima nel suo genere al mondo, dedicata alla difesa del diritto universale alla libertà di religione o di credo. Secondo l’Agenzia per i diritti umani HRANA inoltre, il 16 novembre le forze di sicurezza hanno arrestato dieci baha’i a Baharestan e due a Omidieh. Tutti i detenuti sono stati trasferiti in luoghi sconosciuti, le loro case sono state perquisite e i loro beni confiscati.

Sostenitori filo-iraniani pugnalano manifestanti iracheni a Baghdad
Il 5 dicembre almeno 15 persone sono state pugnalate a Piazza Tahrir a Baghdad, la piazza diventata un punto focale per le proteste anti-governative e anti-iraniane dopo che i sostenitori di una milizia appoggiata dall’Iran hanno preso di mira l’area. Centinaia di uomini muniti di bastoni, bandiere irachene e cartelli riconducibili al gruppo armato Hashd al-Shaabi, provenienti da più zone della capitale, hanno dato l’assalto ai manifestanti. Finora le manifestazioni hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro iracheno Adel Mahdi, un fatto non gradito al vicino Iran.

Condannato un membro di Hezbollah negli Stati Uniti
Il 3 dicembre, Ali Kourani, un cittadino libanese-americano, è stato condannato a 40 anni di carcere negli Stati Uniti per aver procurato armi e per aver cospirato un attacco per conto di Hezbollah. Kourani è stato dichiarato colpevole di aver raccolto informazioni per il gruppo libanese su potenziali obiettivi di attacco, tra cui l’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York e l’edificio federale nella Lower Manhattan, che ospita 7000 impiegati federali e un asilo nido. Nato in Libano ma naturalizzato statunitense nel 2009, Kourani ha frequentato diversi campi di addestramento di Hezbollah nel suo paese di nascita e ha mantenuto i contatti con l’organizzazione dopo il suo arrivo negli Stati Uniti nel 2003.

Rifugiati ed emigrati in Libano lasciano il Paese
Le Nazioni Unite hanno affermato che da quando sono iniziate le proteste in Libano il 17 ottobre, centinaia di rifugiati siriani hanno fatto ritorno in Siria. Da una settimana circa decine di siriani sono saliti a bordo di autobus in diverse località del Libano per rientrare nelle loro città. Il Libano ospita circa un milione di rifugiati di guerra siriani. Anche 1000 lavoratori filippini, per lo più donne che lavorano in case libanesi, sono accorsi nella loro Ambasciata in Libano per chiedere di essere rimpatriati per sfuggire al peggioramento delle condizioni economiche del Libano. Si stima che 250.000 lavoratori domestici – provenienti soprattutto dalle Filippine, dall’Etiopia, dallo Sri Lanka e dal Bangladesh – vivano in Libano in condizioni denunciate dai vari gruppi per la difesa dei diritti umani. La maggior parte sono gravemente sottopagati, guadagnando appena 150 dollari al mese. Il deterioramento delle condizioni economiche ha spinto molti datori di lavoro a pagare i lavoratori nella valuta locale anziché in dollari statunitensi, oppure o a licenziarli.

Gli Houthi in Yemen minacciano di attaccare Israele
I ribelli Houthiin Yemen, appoggiati dall’Iran, hanno minacciato di attaccare Israele, sostenendo di aver preparato un elenco di obiettivi che possono colpire in qualsiasi momento. In un’intervista pubblicata domenica 8 dicembre, il responsabile della difesa degli Houthi, il Maggiore Generale Mohammed Al-Atefi, ha affermato al quotidiano Al-Masira, in linea con i ribelli, che Israele è presente nel conflitto in Yemen fin da quando ebbe inizio nel 2015 e che “non c’è dubbio la vendetta stia arrivando”. Il Maggiore Generale detto che gli Houthi hanno “una serie di obiettivi militari e marittimi del nemico sionista” e che “non esiteremo ad attaccarli se la leadership decide di farlo”. Le sue forze, che controllano la capitale yemenita Sanaa, “hanno completato tutte le operazioni per la preparazione militare per lanciare un attacco strategico con cui paralizzare la possibilità di risposta dei nemici”, ha detto Atefi.

Una coalizione di Paesi guidata dall’Arabia Saudita sostiene le forze che rispondono al presidente yemenita Abdrabbuh Mansur Hadi, in esilio, ma riconosciuto dalla comunità internazionale, che si batte contro i ribelli Houthi. L’esistenza di relazioni clandestine tra Gerusalemme e Riyadh, incentrate principalmente su questioni di sicurezza legate alla comune inimicizia nei confronti dell’Iran, sono ben note, anche se formalmente i due Paesi non hanno relazioni diplomatiche.

FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 8 dicembre 2019: un momento della maratona oratoria organizzata davanti al Palazzo di Giustizia a Roma dall’Unione Camere Penali

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