N 58 – 16/12/2019

PRIMO PIANO

Chi ha diffuso i documenti riservati sulla repressione degli uiguri
Una donna olandese uigura ha dichiarato di aver contribuito alla pubblicazione e diffusione di documenti riservati che delineano il modo in cui il governo cinese raduna, detiene e controlla la minoranza musulmana nella regione occidentale dello Xinjiang. Il 7 dicembre Asiye Abdulaheb, 46 anni, ha rilasciato la sua prima intervista a De Volkskrant, e successivamente al New York Times. Abdulaheb aveva ricevuto i documenti elettronicamente a giugno e ha twittato lo screenshot di una delle pagine poco dopo. Tutti i documenti contenevano timbri e carta intestata di varie autorità cinesi.

Botta e risposta tra Giulio Terzi e Michele Geraci su Twitter
Domenica 15 dicembre Michele Geraci, ex Sottosegretario all’Economia, ha risposto ad un tweet di Giulio Terzi, Presidente del Global Committee for the Rule of Law, in cui quest’ultimo criticava il “#MadeInItaly propdotto in Cina”, difendendo il suo operato per bocca del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nel marzo scorso, aveva espresso apprezzamento per il progetto di collaborazione tra Italia e Cina.

Giornata mondiale dei Diritti Umani: intervento di Matteo Angioli su Il Dubbio
Nel 2015 Marco Pannella disse: “lottiamo contro forme di legalità nelle quali la libertà di pensiero viene sempre temuta piuttosto che coltivata”. La Giornata Mondiale dei Diritti Umani fu istituita nel 1950 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per celebrare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il 5 dicembre 1955 era un lunedì. Quella settimana di 64 anni fa, nella città statunitense di Montgomery in Alabama, non ebbe l’abituale inizio spossato e segregato. Quattro giorni prima, la spossatezza si era trasformata in saturazione e l’insopportabile segregazione in inarrestabile azione nonviolenta. Il 1° dicembre, una signora, Rosa Parks, non cedette il suo posto in autobus ad un uomo bianco. Fu arrestata per aver infranto una legge locale sulla segregazione razziale.

Quel 5 dicembre, il 90% degli abitanti della comunità afro-americana di Montgomery uscì di casa prima del solito. Anziché recarsi alla fermata dell’autobus, si incamminarono verso i luoghi di lavoro. Al ritorno, si recarono alla Chiesa battista di Holt Street dove un giovane reverendo ventiseienne, Martin Luther King jr, li incoraggiò. Li esortò, incluso sé stesso, a non mollare. Li convinse. Antepose il ruolo della democrazia all’obiettivo stesso del boicottaggio: “Siamo qui per il nostro amore per la democrazia, per la nostra profonda convinzione che la democrazia che si trasforma da un sottile foglio ad una densa azione è la migliore forma di governo sulla terra (…) Una dei cittadini migliori di Montgomery – non uno dei migliori cittadini negri, ma uno dei migliori cittadini – è stata arrestata perché si è rifiutata di cedere il suo posto sull’autobus ad un bianco”.

Ebbe così inizio il boicottaggio degli autobus. Originariamente nata come una protesta di un giorno, divenne uno sciopero di un anno che terminò il 20 dicembre 1956, con la decisione della Corte Suprema sull’incostituzionalità della segregazione razziale sugli autobus. Storiella vecchia e sdolcinata? No, attuale e profonda.

La giustizia cinese concede l’immunità a oltre 5000 imprenditori per “salvare” il settore privato
I pubblici ministeri cinesi stanno archiviando molti procedimenti penali contro imprenditori nel disperato tentativo di salvare il settore privato dalla crisi economica che lo affligge. Scrive il Financial Times il 15 dicembre che “la decisione di concedere l’immunità ai dirigenti del settore privato per le loro attività criminali, incluso l’assalto, è indicativa di quanto Pechino sia disposta ad andare a fondo per sostenere le aziende alle prese con una delle peggiori crisi del debito del Paese”. Nell’ultimo decennio, vi è stato un numero record di inadempienze obbligazionarie e alla fine del terzo trimestre di quest’anno la crescita economica ha fatto registrare il peggior calo degli ultimi 30 anni.

Finora sono 8.565 i procedimenti archiviati, e 10.973 gli imprenditori che hanno evitato il carcere grazie al provvedimento di immunità deciso dal secondo il Procuratore Supremo. Numerosi procedimenti, che vanno dalle lesioni personali alla frode, sono stati chiusi nonostante il reato fosse comprovato. “Dovremmo astenerci dal fare arresti o azioni penali o dare condanne severe quando possibile, perché arrestare o perseguire gli imprenditori significa la fine delle loro aziende e la perdita del lavoro per centinaia di lavoratori”, ha detto il mese scorso in un discorso televisivo il Procuratore generale Zhang Jun.

Stretta del governo cinese dopo la fuga di notizie nello Xinjiang
Il governo regionale dello Xinjiang nell’estremo ovest della Cina sta cancellando dati, distruggendo documenti, rafforzando i controlli sulle informazioni e ha tenuto riunioni di alto livello per decidere come rispondere alla fuga di documenti riservati sui campi di detenzione di massa per uiguri e altre minoranze prevalentemente musulmane. Alcuni membri del governo si sono incontrati presso la sede regionale del Partito Comunista Cinese (PCC) a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, per stabilire quale linea tenere in risposta alla fuga di notizie. Le riunioni hanno avuto inizio pochi giorni dopo la pubblicazione da parte del New York Times di una serie di interventi interni al PCC sullo Xinjiang dei principali leader tra cui il Presidente Xi Jinping. Lo hanno riferito alla Associated Press alcuni dei partecipanti alle riunioni a condizione di anonimato per il timore di punizione contro di loro o contro i familiari degli impiegati del governo.

Johnson, Brexit e Usa: ecco perché Trump celebra il “Trump britannico”
Su Il Mattino, Luca Marfé scrive delle elezioni nel Regno Unito e dell’asse che si viene a creare tra le due bionde coste dell’Atlantico. Boris Johnson stravince le elezioni e tira dritto verso Brexit. Le ragioni sono note e sono state sbandierate ai quattro vènti da chi non crede più in un’Unione Europea prigioniera di burocrati e vincoli, e al tempo stesso carceriera di economie e Paesi. Accanto alle posizioni personali e di partito, emerge però un altro elemento enorme: gli Stati Uniti. Johnson e Trump sono simili. Nell’aspetto, con i loro parrucchieri che pare quasi si siano messi d’accordo. Ma soprattutto nelle idee, contrarie a un mucchio di cose che qualcuno vorrebbe far passare come necessarie, addirittura prestabilite.

Il politically correct, rifiutato da entrambi con un bel calcione, talvolta assai più che metaforico. I sondaggi e la cosiddetta informazione mainstream che sembrano remare in una direzione mentre la democrazia va nella direzione opposta. Il globalismo soltanto apparentemente irreversibile che i due sognano di far rientrare nel perimetro dei confini nazionali. Quanto ha inciso Trump sulla Brexit e quanto può incidere all’indomani dell’uscita del Regno Unito dalla UE? Tanto. Secondo alcuni analisti locali, nelle ultime settimane Johnson avrebbe persino giocato a prendere le distanze da un presidente americano la cui popolarità in Inghilterra è ai minimi storici. Particolarmente visibile, in effetti, la vicinanza del premier britannico ai rivali Trudeau e Macron in occasione del recente vertice Nato di Londra. Con il tycoon quasi lontano, almeno in ottica telecamere. Ammesso e non concesso che tale sensazione oltre che diffusa fosse anche fondata, ora le carte possono però tornare scoperte.

La sicurezza ostentata da Johnson, premiata da una percentuale di elettori che vanta pochi precedenti, si fonda sulla mano tesa di Trump. Che lo sostiene idealmente da qui a gennaio e che promette scenari vasti, addirittura storici. Su tutti, un colossale accordo commerciale che via Twitter non esita a definire “di gran lunga più grande e più conveniente di qualsiasi accordo che possa essere sottoscritto con l’UE”. “Festeggiate Boris!”, strilla ancora The Donald nel suo cinguettio digitale. “Festeggiate il nuovo asse anglo-americano”, verrebbe da aggiungere. In casa Europa, invece, c’è ben poco da festeggiare. Con uno dei pezzi più importanti che se ne va. Pure sbattendo la porta, a colpi di democrazia.

La Cambogia afferma di aver risposto alle preoccupazioni dell’UE per i diritti umani
Giovedì 12 dicembre il governo della Cambogia ha dichiarato di aver risposto alle preoccupazioni espresse dall’Unione europea per i diritti umani e per la situazione politica e esortando l’unione a considerare che circa un milione di lavoratrici verranno colpite in caso di sospensione dei benefici commerciali. L’UE ha infatti minacciato di sospendere il programma commerciale “Tutto Tranne le Armi” (EBA) con la Cambogia dopo che un rapporto prodotto dalla Commissione europea aveva documentato la repressione contro l’opposizione, le associazioni di cittadini e i media da parte del governo del Primo ministro Hun Sen. Bruxelles aveva fissato il 12 dicembre come scadenza entro cui la Cambogia avrebbe potuto rispondere alle accuse in vista della decisione finale che la Commissione è chiamata a fare, sull’opportunità o meno di sospendere il programma, nel febbraio del prossimo anno. Il Ministero degli Esteri cambogiano ha dichiarato che il governo ha dato la sua risposta e che questa è “una relazione complessiva sulle azioni e le misure adottate dal governo per rispondere a tutte le preoccupazioni sollevate” dall’UE, in particolare per quanto riguarda il diritto alla partecipazione politica, il diritto alla terra, la libertà di espressione e la libertà di associazione.

“Il governo cambogiano ha fiducia che la Commissione europea terrà presente l’impegno sincero profuso per applicare tutte le convenzioni internazionali rilevanti ai sensi dei regolamenti EBA, il potenziale impatto sociale (su) quasi un milione di lavoratrici e sull’effetto indiretto che la sospensione avrebbe sulle famiglie e i parenti che si sostengono grazie al salario di questi lavoratori, oltre a rispettare i principi di sovranità e non interferenza negli affari interni della Cambogia”, ha affermato il Ministero. Quasi tutti gli operai in Cambogia sono donne. Il giorno precedente, mercoledì 11 dicembre, Hun Sen aveva respinto la minaccia dell’UE di ritirare i privilegi commerciali, affermando che l’uscita della Gran Bretagna dall’unione allevierà il dolore delle sanzioni. L’Unione europea rappresenta quasi la metà delle esportazioni della Cambogia. Secondo dati ufficiali, la Germania è il primo mercato in Europa per le importazioni dalla Cambogia, con l’11% circa dei prodotti, seguita dalla Gran Bretagna con l’8%. Il vestiario è il settore principale. I paesi occidentali hanno condannato l’arresto del leader dell’opposizione Kem Sokha, arrestato nel 2017 poco prima che il suo partito, il Cambodia National Rescue Party (CNRP), fosse bandito in vista delle elezioni del luglio 2018. Dal mese scorso, il suo presidente, Kem Sokha, non si trova più agli arresti domiciliari, ma gli è ancora vietato condurre qualsiasi attività politica. Il suo processo inizierà il 15 gennaio.

Un altro attacco al potere giudiziario in Polonia
Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre è apparso sul sito del Parlamento polacco un disegno di legge che subordina ogni giudice e procuratore del Paese al Ministro della Giustizia e al Presidente del Tribunale Costituzionale, entrambi espressione del partito al potere Legge e Giustizia (PiS). Una serie di obblighi e sanzioni rendono il progetto di legge in palese contrasto con la Costituzione e della legge europea. Paura di PiS – invece della dignità giudiziaria.

La proposta giunge alla vigilia del 38° anniversario dell’introduzione della legge marziale in epoca comunista ed è la risposta del partito al governo alla recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, che ha dato il via libera ai giudici polacchi di valutare la legalità del nuovo Consiglio Nazionale della Magistratura nominato incostituzionalmente (NCJ) e alla sezione disciplinare della Corte Suprema. Entrambi gli organi sono oggetto di attenzione per la maniera anti-costituzionale con cui sono stati eletti i componenti.

I giudici avevano iniziato a esaminare la legalità del nuovo NCJ prima della decisione della Corte di Giustizia europea, avendone denunciato la composizione in cui figurano in stragrande maggioranza giudici che avevano precedentemente lavorato con l’attuale Ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro. I giudici che avevano presentato il ricorso alla Corte europea hanno già subito misure disciplinari.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Negoziati tra Arabia Saudita e Iran
Il rischio che il conflitto con l’Iran colpisca la sua economia dipendente dal petrolio, l’Arabia Saudita sta lavorando dietro le quinte per allentare le tensioni con l’Iran e altri nemici regionali. Il nuovo approccio di Riyad per migliorare le relazioni con i rivali regionali va di pari passo con un dialogo con gli Stati Uniti e con altri alleati per stabilire su quali e quanti sostegni possa contare. La mossa è il risultato dei danni provocati da un missile lanciato da un drone – presumibilmente di Teheran – che ha temporaneamente disabilitato gran parte della lavorazione del greggio nel paese. Washington non ha reagito all’Iran dopo l’attacco, ma ha inviato truppe per rafforzare le difese saudite. I rappresentanti dell’Arabia Saudita e dell’Iran si sono scambiati diversi messaggi negli ultimi mesi. Hanno comunicato anche attraverso intermediari in Oman, Kuwait e Pakistan. L’obiettivo principale di tali contatti, secondo l’ambasciatore iraniano a Parigi, Bahram Ghasemi, è quello di proporre un piano di pace che include un impegno reciproco di non aggressione e cooperazione, volto a garantire le esportazioni di petrolio a seguito di una serie di attacchi di navi cisterna.

Deputati e Senatori italiani per un Iran libero
In occasione della Giornata mondiale dei diritti umani si è svolto, presso la Camera dei deputati, un incontro con i deputati e senatori che sostengono la svolta democratica dell’Iran, denunciando la violazione dei diritti umani perpetrata attraverso la sanguinaria repressione dei manifestanti e il massacro dei prigionieri politici. Nel corso della presidenza di Hassan Rouhani sono state impiccate oltre 4000 persone, tra cui 94 donne e diversi minorenni. Durante le cinque giornate di repressione del novembre di quest’anno sono state uccise più di 600 persone, 4000 risultano essere i feriti e oltre 12000 gli arrestati. “È giunta l’ora che la Comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, si schieri dalla parte del popolo iraniano. I governi europei devono condannare gli arresti e il massacro dei prigionieri senza alcun indugio”, è l’appello lanciato dai deputati e senatori che chiedono diritti e democrazia per il paese sciita.

Ad introdurre i lavori è stato il deputato Antonio Tasso che ha letto un comunicato della leader del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana Maryam Rajavi. Successivamente è intervenuto l’ambasciatore Giulio Terzi, presidente del Comitato globale per lo Stato di diritto dedicato a Marco Pannella che ha dichiarato: “In occasione della giornata dei diritti umani siamo qui in sostegno della società civile dell’Iran che si esprime nella resistenza iraniana. Il nostro vuole essere un sostegno nei confronti del popolo iraniano contro il regime fondamentalista dell’Iran, una repressione attuata anche per l’arricchimento di una casta nel paese che distrugge la libertà di tutti. Contiamo 30.000 morti in un Paese ove le istituzioni che lo dominano non vogliono cessare tale massacro”.

Ai lavori è intervenuto anche il senatore Roberto Rampi che ha ricordato l’importanza per i cittadini italiani e per i rappresentanti delle istituzioni di attivarsi maggiormente per i diritti fondamentali del popolo iraniano, per “ricordare sempre le migliaia di morti del passato e del presente”. Antonio Stango, presidente della Federazione italiana diritti umani, ha poi ricordato l’impegno della FIDU e il sostegno alle vittime iraniane. A chiudere i lavori Elisabetta Zamparutti, già deputata e tesoriere di Nessuno Tocchi Caino. Ricordando l’importanza della giornata del 10 dicembre e il contrasto alla pena capitale in tutto il globo, Elisabetta Zamparutti ha dichiarato: “Nessuno Tocchi Caino ha come missione il contrasto alla pena capitale e la diffusione dei diritti umani in tutto il mondo”.

L’Ambasciatore Nikki Haley entra nel team di UANI
Il 13 dicembre l’ex Ambasciatore presso le Nazioni Unite degli Stati Uniti, Nikki Haley, ha aderito a United Against Nuclear Iran (UANI) come consulente senior. Durante il suo incarico come Ambasciatrice presso le Nazioni Unite, Nikki Haley è stata una forte sostenitrice degli interessi americani in tutto il mondo, incluso l’isolamento diplomatico del regime iraniano al fine di costringere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare, il sostegno al terrorismo e le violazioni dei diritti umani. Prima del suo incarico nell’Amministrazione Trump, Haley è stata Governatore della Carolina del Sud dal 2011 al 2017 e tre mandati come rappresentante nel Parlamento dello Stato.

“La politica destabilizzante del regime iraniano, la sponsorizzazione del terrorismo e le violazioni di molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite continuano a minacciare non solo il Medio Oriente, ma il mondo intero. Alle Nazioni Unite ho potuto constatare la minaccia che l’Iran rappresenta in prima persona. È vitale lavorare insieme per garantire che l’Iran non abbia mai armi nucleari”, ha detto Haley.

L’Iran vuole che il cessate il fuoco di Gaza fallisca
Il governo iraniano sembra preoccupato che i suoi alleati palestinesi nella Striscia di Gaza possano raggiungere un cessate il fuoco a lungo termine con Israele. E’ questo, probabilmente, il motivo per cui i leader della Jihad islamica palestinese (PIJ) sono stati convocati a Teheran dopo che i media arabi hanno riferito che gli egiziani hanno fatto progressi significativi nel mediare la tregua tra le fazioni palestinesi con base a Gaza, tra cui Hamas e PIJ. I leader di Hamas e PIJ avrebbero concordato un cessate il fuoco al Cairo con Israele. Entrambi i gruppi hanno detto agli egiziani di essere pronti ad impegnarsi a mantenere l’accordo se Israele fermerà le uccisioni mirate di agenti di Hamas e PIJ.

Secondo altre fonti invece, i membri PIJ avrebbero negato il tentativo di “consolidare” le intese sul cessate il fuoco raggiunte con Israele all’inizio di quest’anno sotto l’egida di Egitto, Qatar e Nazioni Unite. Secondo quanto riferito, i leader del PIJ avrebbero detto agli egiziani di essere disposti ad onorare la formula secondo la quale “la calma chiama calma”. Ciò che PIJ sta dicendo, in altre parole, è che Israele verrà attaccato solo in risposta alle “aggressioni” israeliane sulla Striscia di Gaza. Hamas ha negato bruscamente ogni voce su un imminente cessate il fuoco con Israele mediato dall’Egitto con Israele.

Aumentano gli attacchi iraniani in Iraq
Mentre l’Iraq cerca di contenere le proteste antigovernative che hanno scosso il governo nazionale, il 12 dicembre diversi missili hanno colpito il complesso aeroportuale internazionale di Baghdad. Secondo gli Stati Uniti è l’ennesimo attacco orchestrato e perpetrato da milizie riconducibili all’Iran che vuole approfittare della debolezza e della crisi del governo iracheno per consolidare e approfondire sempre di più il suo potere e la sua presenza in tutto il Paese. Ormai, forze paramilitari sostenute dall’Iran fanno parte delle forze di sicurezza ufficiali dell’Iraq. Dal 1° ottobre, quando sono scoppiate le proteste, sono più di 450 i manifestanti uccisi, molti dei quali attribuiti alle milizie appoggiate dall’Iran. Sebbene le manifestazioni siano state in gran parte pacifiche, nelle città sante di Najaf e Karbala, i manifestanti hanno dato alle fiamme i consolati iraniani e un santuario legato a una figura politica sostenuta dall’Iran.

Neutralizzato un attacco cyber in Iran
Il 15 dicembre il Ministro delle Telecomunicazioni iraniano ha detto che il Paese ha sventato un secondo attacco informatico in meno di una settimana. Mohammad Javad Azari-Jahromi ha affermato che l’attacco aveva preso di mira alcune banche dati ma non ha fornito dettagli.
Nel giugno di quest’anno, erano stati attaccati i sistemi di armamenti ma le difese sono riuscite a contrastare l’attacco che aveva usato il codice “APT27” che gli esperti hanno collegato ad hacker di lingua cinese. Il 14 dicembre il Ministro aveva respinto le voci secondo cui milioni di conti bancari iraniani erano stati violati.

Due attivisti iraniani condannati a cinque anni di carcere ciascuno
Una corte rivoluzionaria di Teheran ha condannato un attivista civico e un pensionato che difende i diritti dei lavoratori a cinque anni di reclusione ciascuno. I tribunali rivoluzionari non rispettano il codice civile iraniano e spesso emettono decisioni arbitrarie. La corte è guidata da un giudice notoriamente conservatore e intransigente, Mohammad Maghiseh, che si occupa spesso di casi relativi al dissenso. Il primo condannato è Rezvaneh Mohammadi, un attivista che difende i membri della comunità LGBTQ, ma l’accusa che lo ha incastrato è di “assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale con l’obiettivo di rovesciare il regime”. Il secondo è Ali Nejati, un membro della fabbrica di zucchero Haft-Tapeh. L’accusa è la medesima. Gli operai della fabbrica hanno fatto lunghi scioperi e settimane di proteste tra ottobre e dicembre 2018, reclamando salari regolari ma decine di loro sono stati arrestati e torturati in carcere.

Condannato a sei anni per una parola
L’uso di una sola parola ritenuta offensiva da leader religiosi iraniani è valsa una condanna a sei anni di carcere per il giornalista Pouyan Khoshhal che aveva scritto un articolo pubblicato nell’ottobre 2018 sul quotidiano Ebtekar, Khoshhal e in cui aveva usato la parola “morte” anziché “martirio” riferendosi all’Imam Husayn, nipote del profeta Muhammad. Per questo Khoshhal ha deciso di lasciare il Paese. L’“errore involontario”, come lo descrive Khoshhal, ha provocato un’ondata di attacchi sui social media in cui viene accusato di insultare santità religiose. “Hanno creato un caso per una parola”, ha detto Khoshhal a RFL l’11 dicembre.

L’Iran prepara un’esercitazione navale su larga scala
“Abbiamo il diritto di controllare tutte le navi che entrano nello stretto di Hormuz e nelle acque territoriali iraniane”, ha detto il 15 dicembre il comandante navale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, ammiraglio Alireza Tangsiri. Dopo aver affermato che il Golfo Persico appartiene all’Iran ha parlato con un tono minaccioso rivolgendosi ai paesi vicini. Le autorità iraniane hanno annunciato che terranno una “esercitazione navale su larga scala” nel Golfo in cui verranno mostrati gli ultimi armamenti acquisiti da Teheran. La marina iraniana non è molto grande e non può competere con le principali marine occidentali. Tuttavia, il suo uso di barche veloci IRGC ha avuto successo nel creare non pochi problemi alle imbarcazioni di varie potenze straniere.

Scontri nella notte alle manifestazioni a Beirut
Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre è scoppiata la violenza a Beirut quando i manifestanti che da ottobre stanno protestando contro l’inefficienza del governo, sono stati attaccati durante un sit-in da altri manifestanti mascherati. Quando gli aggrediti hanno cercato di trasferirsi in una piazza vicino al parlamento la polizia ha iniziato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma, ricevendo in cambio pietre. Almeno 20 poliziotti e 54 manifestanti sono rimasti feriti. Gli scontri sono tra i peggiori da quando sono iniziate le proteste in gran parte pacifiche. “Era una protesta molto pacifica. Cantavamo un canto che dice che siamo un solo popolo, che siamo tutti pacifici. Poi alcuni giovani hanno forzato uno dei recinti e abbiamo visto un’enorme quantità di polizia venire contro di noi e disperderci. Hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni. Non c’era davvero alcun motivo per tutta questa dimostrazione di forza” ha detto una manifestante alla BBC.

Il deficit libanese è molto più grave del previsto
L’11 dicembre il Ministro delle Finanze libanese Ali Hassan Khalil ha detto che il deficit di bilancio del Libano per il 2019 sarà molto più grave del previsto. Il Paese sta attraversando la peggior crisi finanziaria dalla guerra civile del 1975-90. Secondo il Ministro Khalil, le entrate potrebbero essere inferiori del 40% nell’ultimo trimestre dell’anno rispetto a quanto previsto. Parlando all’emittente MTV, il Ministro ha affermato che, a causa della paralisi politica, il Libano perde circa 80 milioni di dollari al giorno, circa la metà del suo reddito normale.

Un piano economico urgente per il Libano
Il 12 dicembre il Primo ministro ad interim libanese Saad Hariri ha annunciato di la preparazione di un piano di salvataggio urgente per fare fronte al deterioramento della situazione economica del Libano. Lo ha annunciato dopo aver avuto una conversazione telefonica con il presidente della Banca mondiale David Malpass e con l’Amministratore delegato del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva. La Banca Mondiale potrebbe aumentare i contributi al finanziamento del commercio internazionale per il Libano al fine di evitare di interruzione dell’importazione di beni di prima necessità a causa della crisi.

Guardiani della Rivoluzione minacciano Israele via Libano
Il 9 dicembre il Generale Morteza Qorbani, consigliere del Comandante del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC), ha minacciato di “appiattire” Israele con missili lanciati dal Libano “se commetterà il minimo errore contro l’Iran”. Il commento ha suscitato il dispiacere di alcuni membri del governo libanese, tra cui il Ministro della Difesa, pro-Hezbollah, Elias Bou Saab. Bou Saab ha definito i commenti “infelici e inaccettabili e un affronto alla sovranità del Libano”. Anche un portavoce dell’IRGC, il Generale di brigata Ramezan Sharif, ha respinto i commenti di Qorbani il giorno successivo, dicendo che erano stati “interpretati e citati male dai media”. Enfatizzando che Qorbani non era in realtà un consulente di alto livello dell’IRGC, Sharif ha insistito a precisare che Qorbani intendeva dire che l’Iran “avrebbe usato ogni mezzo a sua disposizione” per affrontare gli israeliani.

FOTO DELLA SETTIMANA
Olanda, 7 dicembre 2019: Asiye Abdulaheb, la donna olandese di origini uigure che ha diffuso i documenti riservati del governo cinese sui campi di detenzione nello Xinjiang

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