N 60 – 14/1/2020

PRIMO PIANO

In Cina la prima corte cyber
Giudici, corti cyber e verdetti emessi con sistemi di intelligenza artificiale attraverso apposite app e chat: è questo il nuovo mondo della giustizia cinese. La Cina sta puntando sulla digitalizzazione per semplificare la gestione del suo vasto sistema giudiziario, utilizzando il cyberspazio e tecnologie come blockchain e cloud computing. Secondo un nuovo documento politico della Corte Suprema cinese il progetto prevede un “tribunale mobile” da realizzarsi sulla popolare piattaforma di social media WeChat che ha già gestito oltre 3 milioni di procedimenti legali e altre procedure giudiziarie sin dal suo lancio a marzo. Il documento è stato pubblicato la scorsa settimana quando le autorità giudiziarie hanno dato una dimostrazione ai giornalisti del funzionamento di una “cyber-court” istituita nella città orientale di Hangzhou dedicata in particolare alle controversie legali che hanno un aspetto digitale. Nella dimostrazione, le autorità hanno mostrato come funziona la Hangzhou Internet Court, con un’interfaccia online in cui i litiganti compaiono tramite chat video mentre un giudice AI – munito di avatar sullo schermo – li invita a presentare i casi.

Negato l’accesso a Hong Kong al capo di Human Rights Watch
Il 12 gennaio Kenneth Roth, capo dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (HRW), si è visto negare l’accesso a Hong Kong dove aveva in programma la presentazione di un rapporto incentrato sulla Cina e i diritti umani. HRW ha affermato che la decisione di bloccare Kenneth Roth in aeroporto, assieme ad altre pressioni da parte di Pechino, evidenzia che la “libertà è in via di estinzione”. Da tempo il governo cinese aveva minacciato sanzioni contro HRW e altre ONG americane, perché accusate di sostenere forze “anti-Cina”. In un video girato all’aeroporto internazionale di Hong Kong e condiviso su Twitter, Roth ha affermato che l’unica spiegazione fornita in merito al divieto è stata “motivi di immigrazione”.

Iran, Giulio Terzi: “Di Maio attivismo senza strategia”
Il 9 gennaio Luca Marfé ha intervistato per Il Mattino Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già Ministro degli Esteri e Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”. Nella prima domanda, il giornalista de Il Mattino chiede: Da ex ministro a ministro, come valuta Giulio Terzi il lavoro di Luigi Di Maio?

C’è adesso questa sorta di iperattività del ministro degli Esteri. Vorrei dire finalmente perché purtroppo, fino a tre giorni fa, l’Italia è rimasta alla finestra riguardo alla Libia. Basti dire che a inizio dicembre a Roma c’è stata la conferenza sul Mediterraneo, con la partecipazione turca, di Al Serraj e degli inviati di Tripoli, ma nelle stesse ore proprio Erdogan e Al Serraj stavano concludendo il famoso memorandum per la spartizione delle zone di sfruttamento economico del Mediterraneo e nessuno, né da parte turca né da parte del governo di Tripoli, si è degnato di informare funzionari e autorità del governo di Roma che era in corso, alle nostre spalle, questa iniziativa. Una cosa veramente strana. O meglio: inaccettabile. Specie se si pensa che ci sono in gioco risorse petrolifere, nonché possibilità di trasferimento di petrolio e di gas, molto rilevanti. Anche in chiave prevenzione di eventuali crisi, il fatto che l’Italia non venisse messa al corrente di un fatto di questo tipo era davvero curioso. Poi ancora la recente delusione attorno al ministro Di Maio che non ha potuto effettuare la sua visita a Tripoli con gli altri ministri europei e adesso lo smacco del vertice a Palazzo Chigi con la defezione dell’ultima ora di Al Serraj.

La Polonia presto senza indipendenza del giudiziario
Sabato 11 gennaio centinaia di giudici polacchi sono scesi nelle strade di Varsavia in difesa dello stato di diritto e contro un disegno di legge governativo, introdotto in Parlamento il 12 dicembre, che, in caso di approvazione, annullerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario. Quest’ultimo finirebbe sotto il giogo dell’esecutivo. I giudici hanno ricevuto la solidarietà di associazioni e colleghi stranieri, tra cui la American Bar Association, la International Association of Judges e la Neue Richtervereinigung. Anche il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” condivide in pieno le ragioni che hanno portato magistrati, avvocati, professori, politici e cittadini comuni a manifestare nella capitale polacca per esprimere un fermo dissenso sulla riforma proposta dal governo guidato dal partito Legge e Giustizia.

Gli indipendentisti catalani entrano al Parlamento Europeo
A seguito della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 19 dicembre 2019, lunedì 13 gennaio, Carles Puigdemont e Toni Comin sono stati autorizzati a partecipare, come deputati, alla prima seduta del Parlamento europeo per il 2020. In una dichiarazione all’esterno del Parlamento di Strasburgo, l’ex Presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, ha dichiarato che uno Stato membro, la Spagna, non rispetta lo stato di diritto europeo e riferendosi all’assenza di un altro eletto, Oriol Junqueras, incarcerato in Spagna e impossibilitato a recarsi a Strasburgo per una decisione della Autorità Elettorale Spagnola che ha decretato la fine del mandato di Junqueras il 3 gennaio scorso, ha affermato che “dovrebbe essere con noi”.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Dichiarazione di Giulio Terzi al TG2 sull’Iran
“Gli iraniani hanno sempre avuto in testa la vendetta. Sono 40 anni che si vendicano contro il grande Satana. La novità di oggi è che c’è una grande componente della popolazione iraniana e della popolazione irachena che non ne vogliono più sapere del regime degli Ayatollah, della teocrazia fascista come è stata chiamata da molti, di questo regime violento, assolutista ed espansionista in tutta la regione che minaccia chiunque non accetti che l’Iran debba essere la potenza dominante e che debba avere l’armamento nucleare”, così Giulio Terzi in una dichiarazione al TG2 il 5 gennaio.

Giulio Terzi parla a Euronews di Iran e Libia
Il prepotente ingresso di Russia e Turchia sullo scenario libico ha reso ancora più evidenti le difficoltà della diplomazia italiana in un Paese da sempre strategico. Relegato a un ruolo di secondo piano, il governo italiano sta provando a recupare, pur tra mille difficoltà, il terreno perso negli ultimi anni. Ne abbiamo parlato con Giulio Terzi, ministro degli Esteri del governo Monti dal novembre del 2011 al marzo del 2013.

L’Italia ha un interesse nazionale alla stabilizzazione della Libia ha un interesse a collaborare con il popolo libico e a costruire delle istituzione credibili. È un percorso che si è sviluppato con grande fatica negli ultimi sette anni, cioè da quando all’inizio del 2012 si era avviato un procedimento di consolidamento costituzionale. Quel processo si è fermato per motivi che hanno a che fare con l’islam politico, all’impatto dei Fratelli Musulmani in Egitto e in Libia, specialmente nel gruppo di Tripoli che poi è rimasto come fondamento. E adesso siamo in una situazione in cui si lamenta da molte parti, a mio avviso giustamente, l’inattività del governo italiano.

Per almeno 3-4 anni il governo italiano è rimasto schierato dietro al paravento dell’Onu, credendo che potesse risolvere tutto e che il primo ministro nominato dalle Nazione Unite, Fayez al Sarraj, potesse essere riconosciuto anche dalla Cirenaica. Questo non è avvenuto e sono entrati in scena, in assenza di una Europa credibile, due protagonisti potenti come Russia e Turchia, che usano senza timori lo strumento militare a supporto di qualsiasi azione diplomatica. Putin è riuscito a ritagliarsi un ruolo di supremo arbitro di quello che sta avvenendo in Libia. Ha finanziato pesantemente Haftar inviando soldati del Gruppo Wagner e aiuti militari di ogni tipo.

Monta la rabbia in Iran e fuori per l’abbattimento dell’aereo ucraino
La sorprendente ammissione da parte delle iraniane secondo cui proprio l’esercito di Teheran ha abbattuto erroneamente un aereo di linea ucraino – dopo tre giorni di diniego – non è servita a calmare la crescente rabbia all’interno del Paese. Sabato 11 gennaio, la tragedia mortale si è trasformata in una instabile crisi politica per i leader di Teheran che ha oscurato la lotta con gli Stati Uniti. Il governo ucraino ha accusato l’Iran di aver riconosciuto la responsabilità solo perché gli investigatori ucraini sono stati in grado di trovare le prove schiaccianti dell’autore che ha perpetrato l’attacco missilistico che ha ucciso tutte le 176 persone a bordo.

Gli Stati Uniti minacciano la Cina di sanzioni in caso di acquisto di petrolio iraniano
Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto il 13 gennaio che sta lavorando con la Cina per interrompere il flusso di esportazioni di petrolio iraniano nel paese. “Abbiamo tagliato oltre il 95% delle entrate petrolifere, quindi è rimasta una quantità molto piccola e una buona parte di essa interessa è la Cina”, ha detto Mnuchin, che ha aggiunto: “Ho incontrato i cinesi. Hanno vietato a tutte le aziende statali di comprare petrolio iraniano e siamo in stretto contatto per assicurarci che cessino tutte le attività petrolifere aggiuntive”.

UANI chiede unità dopo la morte di Soleimani
La scorsa settimana ha segnato un momento cruciale nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran con la decisione del presidente Donald Trump di colpire Qassem Soleimani, il “comandante ombra” della forza iraniana IRGC-Quds. Il 10 gennaio, l’ambasciatore Mark D. Wallace, CEO di United Against Nuclear Iran (UANI), ha discusso ospite di BBC Radio della politica estera degli Stati Uniti e ha dichiarato: “Penso che questo sia uno dei momenti più importanti in politica estera, certamente nella regione, almeno per un’intera generazione. La realtà è che Qassem Soleimani è stato uno dei personaggi più destabilizzanti e violenti della mondo e il fatto che non sia più con noi è una vittoria simbolica e strategica”.

Anche il Presidente di UANI, il Sen. Joseph I. Lieberman ha discusso della morte di Soleimani. Il 5 gennaio è apparso un suo articolo sul Wall Street Journal intitolato “I democratici e l’Iran”, in cui ha invitato entrambi i partiti politici a unirsi per sostenere il presidente Donald Trump nella decisione di intraprendere una forte azione contro l’Iran vista l’eliminazione del capo di un’organizzazione terroristica. Pochi giorni dopo, ospite di Fox News, ha dichiarato: “Ormai tutti conoscono il suo operato. E’ il diretto responsabile della morte di centinaia di americani”.

Gli europei vogliono l’accordo nucleare con l’Iran
Il 12 gennaio Germania, Francia e Regno Unito hanno ribadito il loro impegno per mantenere l’accordo nucleare iraniano e hanno invitato la Repubblica islamica a rispettare le norme sulla non proliferazione in esso contenute. I tre Paesi hanno dichiarato di dolersi del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare noto come JCPOA siglato a Vienna e della reintroduzione di sanzioni contro l’Iran. Berlino, Parigi e Londra hanno anche espresso “profonda preoccupazione” per le misure prese da Teheran da luglio 2019, in particolare la decisione di questo mese di non rispettare più i limiti sull’arricchimento dell’uranio. Nella dichiarazione dei tre Stati europei si legge: “Ribadiamo la nostra volontà e il nostro impegno per la riduzione delle tensioni e la stabilità costante nella regione”.

Stabile il prezzo del petrolio nonostante le tensioni
I prezzi del petrolio restano stabili nonostante le tensioni crescenti tra gli Stati Uniti e l’Iran. Complice il fatto che i venti di guerra si siano leggermente attenuati, gli investitori hanno spostato la loro attenzione sulla firma programmata di questa settimana di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, un passo che potrebbe favorire la crescita economica e la domanda. Il greggio Brent LCOc1 è salito di 1 centesimo a 64,99 dollari al barile, mentre il CLc1 grezzo West Texas Intermediate è salito di 5 centesimi, a 59,09 dollari al barile rispetto alla sessione precedente.

Il marito di una prigioniera britannica in Iran chiede di incontrare Johnson
Richard Ratcliffe, la cui moglie britannico-iraniana è stata detenuta dal regime per oltre tre anni, ha affermato che il suo caso è stato usato come un “importante pezzo sulla scacchiera” mentre ha invitato Boris Johnson a fare di più per proteggere i due prigionieri nazionali. Le tensioni tra Iran e Occidente sono aumentate in seguito all’assassinio da parte dell’America del generale Qassem Suleimani in uno sciopero di droni all’aeroporto di Baghdad lo scorso 3 gennaio. Ratcliffe ha dichiarato che sua moglie è “in preda al panico”, ritenendo che sarebbe stata costretta a scontare il suo intero mandato di cinque anni per presunto spionaggio, o subire una pena ancora più severa. “Le crescenti tensioni, la rabbia e l’incertezza totale in questo momento non sono una buona notizia per chiunque si trovi in detenzione”, ha detto Johnson che aveva chiesto alle autorità iraniane di rilasciare la signora Zaghari-Ratcliffe durante un incontro con il presidente Hassan Rouhani a settembre dello scorso anno, ma le speranze di una liberazione anticipata sono state deluse. Parlando dopo l’assassinio del generale Soleimani, Johnson ha chiesto una de-escalation ma ha detto che “non si lamenterà” della morte dell’Iran che ha accusato di avere un “ruolo da protagonista” nella morte di migliaia di civili .

Libano, Yemen e altri cinque Paesi perdono il diritto di voto all’ONU
Il 10 gennaio il Segretario delle Nazioni Unite ha privato del voto in Assemblea Generale alcuni Paesi membri come conseguenza del mancato versamento dei contributi finanziari all’organizzazione: si tratta di Libano, Yemen, Venezuela, Repubblica centrafricana, Gambia, Lesotho e Tonga. Ciò significa che non potranno partecipare alla 75° Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà il 15 settembre 2020. Una dichiarazione rilasciata dal Ministero degli Esteri libanese esprime rammarico e afferma che la decisione potrebbe “danneggiare gli interessi del Libano, il suo prestigio e la sua reputazione”, in particolare in un momento di crescenti tensioni e incertezza politica all’interno del paese.

FOTO DELLA SETTIMANA
Varsavia, 11 gennaio 2020: giudici polacchi e di altri 20 Paesi europei manifestano contro un disegno di legge del governo polacco che disciplina il potere giudiziario all’esecutivo

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