N 63 – 3/2/2020

PRIMO PIANO

Il diritto alla conoscenza e l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa
Nella sessione invernale dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, tenutasi la scorsa settimana a Strasburgo, l’iniziativa per l’affermazione del diritto alla conoscenza ha compiuto un ulteriore passo avanti, avendo ottenuto il via libera dal Comitato dei Presidenti dell’Assemblea per l’inserimento di un progetto di risoluzione nella Commissione per i Media, l’Istruzione, la Scienza e la Cultura che sfocerà successivamente nella plenaria. Il candidato relatore è il Sen. Rampi, che della Commissione in questione è anche vice-presidente e che di questo ed altri temi ne ha parlato a Radio Radicale da Strasburgo con Matteo Angioli. Il primo è stato anche ospite domenica 2 febbraio della trasmissione “Diritto alla Conoscenza” condotta da Laura Harth ogni domenica alle 20 su Radio Radicale.

Rapporto Speciale di Freedom House: il megafono globale di Pechino e l’espansione dell’influenza mediatica del Partito Comunista Cinese dal 2017 ad oggi
“Making the Foreign Serve China” (Far servire la Cina dagli stranieri) era una delle strategie privilegiate del Presidente Mao, incarnata dalla sua decisione negli anni ’30 di concedere l’accesso al giornalista americano Edgar Snow. Il libro che ne fu risultato, Red Star Over China, è stato determinante nel vincere la simpatia occidentale per i comunisti, i quali descriveva come progressisti e antifascisti.

Dopo la crisi di Tiananmen del 1989, questa strategia fu ripresa dall’Ufficio per la Propaganda Estera del Governo cinese, istituito nel 1991 con l’obiettivo di aumentare l’influenza e l’offensiva di propaganda della RPC all’estero con investimenti sempre maggiori dal 2007 in poi, fin quando non è arrivato al potere Xi Jinping. Più ambiziosi dei suoi predecessori e tornando fermamente alla linea di Mao, ha portato la strategia di propaganda esterna a un livello mai visto prima, definendo il campo dell’informazione (da intendersi come propaganda) come una delle tre “armi magiche” del Partito Comunista Cinese nel diventare un leader della Globalizzazione 2.0.

Il 15 gennaio 2020, Freedom House ha pubblicato il rapporto speciale “Il megafono globale di Pechino: l’espansione dell’influenza mediatica del Partito Comunista Cinese dal 2017 ad oggi” a cura di Sarah Cook. Il Rapporto raccoglie le strategie principali utilizzate da Pechino per migliorare la sua immagine nel mondo attraverso investimenti intensivi sui media tradizionali e nuovi, e combattendo al contempo qualsiasi voce dissenziente o critica, ovunque si trovi.

La traduzione non ufficiale del Rapporto in italiano di Freedom House è a cura di Laura Harth.

Dalla Brexit al Regno dis-Unito?
Quasi 6 anni fa, quando fu chiesto agli scozzesi di votare in un referendum storico per rimanere parte del Regno Unito, il 55.30% degli aventi diritto si schierò a favore del No, facendo sfumare il sogno di una Scozia indipendente. Ma andiamo con ordine soffermandosi su due aspetti principali, vale a dire l’esperienza referendaria del settembre 2014, con particolare attenzione all’iter negoziale che ha condotto la Scozia e il Regno Unito a firmare un accordo e rendere possibile l’istituzione di un referendum, e gli eventi politico-sociali che stanno attraversando il paese nell’ultimo periodo.

“Should Scotland be an independent country?” (Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?) era il quesito al quale il popolo scozzese fu chiamato a rispondere nel referendum del 2014, ma anche un’importante decisione che avrebbe inciso sul futuro della nazione e sull’assetto istituzionale del Regno Unito. Nonostante l’ormai ben noto esito negativo, una vittoria degli indipendentisti avrebbe infatti messo fine a trecento lunghi anni di storia, durante i quali la Scozia fu incorporata al Regno Unito di Gran Bretagna con l’approvazione degli Union Acts nel 1707. Continua a leggere l’articolo di Federica Donati.

Intervento di André Gattolin alla Giornata della Memoria a Cracovia
Era il 27 gennaio 1945 quando i soldati dell’Armata Rossa dell’URSS liberarono il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, mettendo fine al più grande genocidio e ad una delle pagine più drammatiche della storia contemporanea. In concomitanza del 75° anniversario, si è celebrata, come ogni anno, la Giornata della Memoria, una ricorrenza internazionale istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 per ricordare le vittime dell’Olocausto durante la Seconda guerra mondiale. Milioni furono infatti gli ebrei, ma anche omosessuali, Rom, Sinti, dissidenti politici, donne, bambini e disabili che furono privati dei diritti umani fondamentali sulla base di una raccapricciante ideologia razzista che credeva nella superiorità della razza ariana e nella divisione gerarchica degli esseri umani.

Durante la conferenza tenutasi a Cracovia tra il 20 e 21 gennaio, André Gattolin, vicepresidente della Commissione per gli Affari europei del Senato in Francia e membro onorario del Global Committee for the Rule of Law, ha espresso tutta la sua preoccupazione in merito al fatto che l’antisemitismo, nelle sue varie forme ed espressioni, continua purtroppo ad esistere ed incrementare sia in Europa che in Francia.

La deputata venezuelana Magallanes in conferenza alla Camera dei Deputati
Procede l’impegno del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” sul Venezuela, nel segno dell’iniziativa politica a favore della transizione democratica del Paese sudamericano. Nella scorsa settimana, assieme ad alcuni rappresentati della diaspora venezuelana, il Global Committee ha contribuito all’organizzazione di una serie di eventi parlamentari in occasione della visita a Roma dell’Onorevole Mariela Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional, legittimo parlamento venezuelano.

Si è svolta nella giornata di mercoledì 29 gennaio una conferenza stampa ristretta a cui hanno partecipato alcuni parlamentari italiani che hanno avuto modo di ascoltare dalla viva voce della rappresentante democratica sudamericana importanti aggiornamenti sulla grave emergenza che vede al centro Caracas. Magallanes ha informato i parlamentari presenti circa l’andamento dei fatti politici interni venezuelani di inizio gennaio, nonché sull’importante tour internazionale intrapreso nell’ultima decade del mese da Juan Guaidò, presidente del Parlamento e Presidente ad interim della Repubblica venezuelana secondo Costituzione.

Impeachment, è finita: mercoledì Trump sarà assolto in Senato
La battaglia era quella dei testimoni, ma non ci sono i numeri e la guerra è persa, scrive Luca Marfé su Il Mattino. Il Senato americano ha bloccato qualsiasi eventuale audizione e si è dato appuntamento alle quattro del pomeriggio di mercoledì per chiudere con il sigillo dell’assoluzione piena la saga dell’impeachment di Donald Trump. È finita. È finita perché la maggioranza è blindata e non ci saranno colpi di scena. È finita una strategia che gli stessi democratici, a più riprese, avevano considerato come potenzialmente fallimentare. Non solo per la sensazione di colossale buco nell’acqua che lascia, ma perché proprio Trump in quell’acqua non vede l’ora di rituffarcisi.

Il tycoon, infatti, è pronto a scatenare la controffensiva svestendo i panni del martire e vestendo quelli dell’eroe. Quelli di chi, cioè, aveva ragione sin dal principio. Non ci sono prove, non ci sono reati, figurarsi gravissimi. Ci sono, semmai, comportamenti giocati sul filo dell’immoralità. Cosa che ai supporter di Trump, in chiave di ardore elettorale, fa quasi piacere, specie se considerato che dall’altra parte, quella della sinistra a stelle e strisce, nessuno si trova esattamente nella posizione di fare la morale a nessuno.

La politica di Washington come un gioco sporco. The Donald aveva promesso battaglia alla capitale e ai suoi palazzi sin da prima ancora di giurare come presidente. I democratici hanno commesso l’imprudenza di sfidarlo su un terreno più suo che loro.
E hanno perso. La battaglia, la guerra.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Nuove sanzioni contro l’Iran, ma con un canale per i medicinali
Il 30 gennaio l’amministrazione Trump ha aggiunto nuove sanzioni economiche alla campagna di “massima pressione” contro l’Iran, lasciando però l’accesso a medicinali e trattamenti per i malati di cancro e i trapianti di organi. E’ un nuovo tentativo di dirigere gli iraniani contro il loro governo. Le medicine vengono inviate in Iran attraverso aziende in Svizzera, il cui governo ha agito da mediatore tra Washington e Teheran. Brian H. Hook, inviato speciale del Dipartimento di Stato per la politica iraniana, ha affermato che una società europea ha già consegnato le prescrizioni ai pazienti.

Hook ha accusato il governo clericale iraniano di aver deviato milioni di dollari destinati all’acquisto di forniture mediche per comprare invece cavi elettrici e tabacco. In altri casi, Teheran avrebbe venduto medicinali sul mercato nero utilizzandone i ricavi per finanziare le milizie alleate in Yemen, Siria, Libano e Iraq.

Il canale di transazione tra Svizzera e Iran non dipende dalla buona volontà americana
Il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha affermato oggi 3 febbraio che il canale di transazione avviato grazie agli sforzi compiuti dal governo svizzero non è affatto un segno della buona volontà degli Stati Uniti. Secondo Zarif, la prima transazione avvenuta ieri attraverso il nuovo meccanismo di pagamento “non mostra minimamente che gli Stati Uniti si siano resi conformi con i loro obblighi ai sensi dell’ordine provvisorio della Corte di Giustizia Internazionale, men che mai gli impegni nell’ambito del JCPOA”.

Sottolineando che la Corte ha stabilito che gli Stati Uniti non hanno il diritto di vietare l’importazione di cibo e medicine in Iran, Zarif ha affermato che la politica degli Stati Uniti continua ad essere la politica di pressione sul popolo iraniano, privandolo delle risorse finanziarie per coprire i costi di cibo e medicine e imporre restrizioni sui metodi di utilizzo delle risorse finanziarie. Zarif ha affermato che “il governo svizzero ha compiuto sforzi che apprezziamo, ma questo non è affatto un segno della buona volontà degli Stati Uniti”.

Josep Borrell presto in missione in Iran
Il Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione europea, Josep Borrell, viaggerà in Iran la prossima settimana per incontrare i leader del Paese nel tentativo di ridurre le tensioni in Medio Oriente. Borrell incontrerà il Presidente iraniano Hassan Rouhani e il Ministro degli Esteri Javad Zarif. “Borrell ha ricevuto un forte mandato dai Ministri degli Esteri dell’UE per impegnarsi nel dialogo diplomatico con i partner regionali, per ridurre le tensioni e cercare soluzioni politiche all’attuale crisi”, si legge in una nota dell’Unione Europea. “La visita sarà anche un’occasione per esprimere il forte impegno dell’UE a preservare il comune impegno per l’accordo nucleare del 2015”, noto come JCPOA.

Gli iraniani sapevano che l’aereo di linea ucraino era stato colpito da un missile
Una registrazione filtrata ai media di uno scambio tra un controllore del traffico aereo iraniano e un pilota iraniano dimostra che le autorità iraniane hanno appreso immediatamente che un missile aveva abbattuto un aereo di linea ucraino dopo il decollo da Teheran, uccidendo tutte le 176 persone a bordo. Un fatto che per giorni è stato smentito da parte della Repubblica islamica. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha riconosciuto l’autenticità della registrazione in un rapporto trasmesso da un canale televisivo ucraino domenica 2 febbraio. Oggi 3 febbraio a Teheran, il capo della squadra investigativa iraniana, Hassan Rezaeifar, ha confermato che la registrazione è legittima e ha affermato che è stata consegnata alle autorità ucraine.

Il Presidente turco Erdogan accoglie il leader di Hamas, di nuovo
Sabato 1° febbraio il Presidente turco Erdogan ha incontrato il capo di Hamas Ismail Haniyeh. L’incontro è avvenuto nel momento in cui il partito del Presidente Erdogan, che affonda le proprie radici nella Fratellanza Musulmana, è impegnato a contrastare il piano di pace israelo-palestinese proposto dall’amministrazione Trump e di presentare questa azione come una causa islamica. Con Erdogan la Turchia ha tentato sempre più intensamente di far fronte alle politiche di Trump su Israele e di posizionarsi come Paese leader del mondo arabo e islamico in opposizione alle politiche israeliane.

Gli Stati Uniti non collaboreranno con il nuovo governo libanese
Secondo fonti informate, l’amministrazione Trump non collaborerà con il nuovo governo libanese del Primo Ministro Hassan Diab, perché eccessivamente sotto il controllo di Hezbollah. La decisione sembrerebbe contraddire le dichiarazioni rilasciate dall’assistente segretario di Stato americano David Schenker in un’intervista ad Al-Hurra. Schenker aveva affermato che gli Stati Uniti avrebbero monitorato il comportamento del governo di Diab e per poi condizionare la loro cooperazione in materia di lotta alla corruzione e di sostegno per superare la crisi finanziaria che il Libano sta ancora attraversando.

Gli Stati del Golfo esitano ad aiutare il Libano
Diversi stati arabi, in particolare quelli del Golfo, che hanno tradizionalmente aiutato il Libano economicamente sono restii a continuare a fornire fondi a Beirut. Un rapporto apparso inizialmente su Reuters citava una fonte regionale che affermava che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non avrebbero aiutato il Libano fortemente indebitato a causa dell’influenza di Hezbollah sul nuovo governo. Alcuni paesi, come il Kuwait, hanno espresso speranza per il successo del governo di Diab, ma non si sono impegnati a fornire assistenza.

Il Libano respinge l’accordo di pace israelo-palestinese di Trump
Numerosi membri del governo e partiti libanesi hanno espresso un irremovibile rifiuto dell’accordo di pace israelo-palestinese proposto dal presidente Donald Trump. Il presidente Michel Aoun e il neo nominato Primo ministro Hassan Diab hanno espresso solidarietà con il popolo palestinese. Il portavoce del parlamento Nabih Berri ha aggiunto che il Libano è rimarrà impegnato nella causa palestinese “e nell’opzione della resistenza”. Ovviamente anche Hezbollah si è schierato contro l’accordo.

Contrarietà è stata anche espressa dai manifestanti antigovernativi nella città di Nabatieh, nel sud del Paese. I manifestanti hanno affermato che la Palestina è “il simbolo della resistenza, sempre al centro delle proteste di Nabatieh”.

Svolta in Yemen con l’avvio del ponte aereo medico su Sanaa
Oggi 3 febbraio prende il via un ponte aereo che trasporta pazienti che necessitano di cure mediche urgenti dalla capitale yemenita Sanaa. Lo ha dichiarato l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) dopo aver tentato a lungo questa soluzione come parte degli forzi diplomatici per porre fine alla guerra di cinque anni.

Sono serviti due anni di negoziati per dare inizio all’operazione, ha spiegato la coordinatrice umanitario delle Nazioni Unite in Yemen, Lise Grande. L’aeroporto di Sanaa, è chiuso ai voli civili dal 2015 e “ci sono migliaia di pazienti che hanno bisogno di cure. Oggi c’è stato il primo volo, a cui ne seguiranno altri”, ha detto la coordinatrice.

Con la supervisione delle Nazioni Unite e dell’OMS, i voli da Sanaa sono diretti ad Amman e al Cairo. L’OMS ha affermato che la maggior parte dei pazienti sono donne e bambini che soffrono di cancro e tumori cerebrali o che necessitano di trapianti di organi e interventi chirurgici ricostruttivi.

FOTO DELLA SETTIMANA
Bruxelles, 31 gennaio 2020: al Parlamento europeo, poco prima della mezzanotte, viene rimossa la bandiera del Regno Unito con l’entrata in vigore della Brexit

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