N 64 – 10/2/2020

PRIMO PIANO

La censura cinese che uccide
Il 6 febbraio è morto a Wuhan il medico Li Wenliang, 34 anni. Una delle tante vittime del Nuovo Coronavirus che ha colpito la popolazione cinese. Non era un attivista, ma un eroe, per come ha svolto, insieme a tante persone che in questo momento sono in prima linea per curare e assistere i malati, il suo ruolo sotto un regime malvagio che poco più di un mese fa lo aveva arrestato insieme a altri 7 medici per aver osato “spargere voci” sull’epidemia che stava colpendo la regione.

L’arresto, e il successivo avvertimento di tacere, era avvenuto dopo che il governo-partito aveva già avvertito l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Partito Comunista Cinese, che tramite la stampa governativa aveva allora descritto lui e i suoi colleghi come agitatori sociali, oggi lo indicano come “whistleblower”, nel tentativo di rivendicarne l’orgoglio di partito e di continuare a far ricadere le colpe del governo centrale su quello locale. Giulio Terzi, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, ne ha parlato domenica 9 febbraio a Radio Radicale nella trasmissione Il Diritto alla Conoscenza condotta da Laura Harth.

Lettera del Consigliere per la Sicurezza del Presidente Guaidò alla Casa Bianca
Ivan Simonovis, per 25 anni alto ufficiale di polizia e di agenzie di sicurezza in Venezuela, è stato prigioniero politico per più di 14 anni, accusato dal regime di Chavez e dal suo corrotto sistema di “giustizia” (principalmente, per mano del Tribunale Supremo di Giustizia – TSJ – presieduto da Maikel Moreno) di essere “infedele” alla rivoluzione boliviariana.

Oggi, Simonovis è Commissario Speciale per la Sicurezza e l’intelligence del Presidente interino Guaidò, e dalla sua fuga dal Paese, una volta giunto negli Stati Uniti, riveste un ruolo cruciale nella consegna alle autorità americane di informazioni di grande rilevanza circa i legami transnazionali criminali tra il regime di Maduro e molti attori statuali e non statuali, dentro e fuori dal Venezuela.

Assieme allo staff presidenziale di Guaidò, è stato alla Casa Bianca lo scorso mercoledì 5 febbraio, ed ha personalmente consegnato una lettera scritta da lui stesso, e indirizzata alla Casa Bianca, a Donald Trump e a Mike Pence. Qui di seguito, il testo della lettera, che può tranquillamente essere interpretata come qualcosa di più di una semplice missiva al governo di Washington.

Usa, Trump e l’impeachment: ora comincia la controffensiva di Donald
Assolto. 100 senatori hanno già votato. 150 milioni di elettori lo faranno presto. La politica da una parte, il popolo dall’altra. Nel mezzo, Donald Trump, l’impeachment, la Storia- scrive Luca Marfé per Il Mattino. Una storia finita, ma già pronta per ricominciare. Abuso di potere e ostruzione dei lavori del Congresso sono il passato. Ora, in ballo, c’è il futuro. C’è il futuro di una nazione, chiamata a scegliere di nuovo. C’è il futuro delle settimane a venire, marchiate già da una campagna elettorale che si preannuncia di fuoco. C’è il futuro di un presidente, odiato e osannato come nessuno mai. Sembra il copione di un film, invece è molto di più.

È un vortice di accuse, dubbi, sospetti, difese, barricate, certezze, promesse, slogan, strilli, tweet, comizi, giornali, radio, televisioni, famiglie, facce, fabbriche, banche, borse, imprese, multinazionali, militari, tasse, ospedali, scuole, università, riforme, tradizioni, donne e uomini. È una maniera di intendere gli Stati Uniti. Anzi, sono due. Quella della destra, seduta sul trono di The Donald. E quella della sinistra, che ha provato a farlo cadere, ma che ora è chiamata a sua volta a rialzarsi. A reinventare se stessa, a scegliersi finalmente un capitano, a provare la via di un cambiamento che non passi per un’invenzione della giustizia. Chi pagherà l’impeachment? Chi salderà il conto di tutti questi mesi?

Sam Rainsy: il partito al potere i Cambogia è più diviso di quanto sembra
All’interno del partito al potere della Cambogia, il Cambodia’s People Party (CPP), il consenso tra il potere autocratico e il nepotismo del Primo Ministro Hun Sen è tutt’altro che garantito. Gli esponenti più moderati del partito, rappresentati dal Ministro dell’Interno e dal Vice Primo Ministro Sar Kheng, benché neghino pubblicamente qualsiasi divergenza con il Primo Ministro, non cercano lo scontro sistematico con l’opposizione e sarebbero perfino favorevoli ad un’intesa con il Cambodia National Rescue Party (CNRP) per cercare di consolidare un fragile sistema democratico. Questa posizione più conciliante contraddice quella di Hun Sen che ha deciso e ottenuto lo scioglimento del CNRP, l’unico partito di opposizione, che considera una minaccia al suo regime.

L’attuale processo a Kem Sokha, presidente del CNRP, per “tradimento” a causa della sua presunta collaborazione con gli Stati Uniti non è solo un atto di repressione contro l’opposizione, è una minaccia indirizzata alle figure più concilianti all’interno dello stesso partito al potere. L’obiettivo è costringere chiunque a bruciare i ponti con il CNRP e dissuadere dal contestare la linea pro-cinese e anti-americana di Hun Sen.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Conferenza stampa alla Camera sulle manovre geopolitiche dell’Iran
Torna a riaccendersi l’attenzione mediatica sul regime iraniano. In Italia, alcuni deputati hanno tenuto una conferenza stampa presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati per non far cadere nel dimenticatoio la violazione dei diritti umani in corso in Iran, soffermando l’attenzione sull’importanza di intraprendere politiche per lo stato di diritto, prima degli accordi sul nucleare, poiché l’affermazione del diritto rappresenta l’unica garanzia di pace e di sicurezza per tutto il mondo del Medio Oriente.

Hanno partecipato ai lavori, svoltisi nella giornata del 5 febbraio 2020, Giulio Terzi, già Ministro degli Esteri e presidente del Comitato Globale per lo stato di diritto “Marco Pannella”, Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino, il senatore Roberto Rampi, i deputati Renata Polverini, Alessandro Pagano e Federico Mollicone. Sono inoltre intervenuti Laura Harth rappresentante all’ONU del Partito Radicale e Behzad Bahrebar membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Il video della conferenza è disponibile a questa pagina del sito di Radio Radicale.

Fallito il test balistico iraniano
Domenica 9 febbraio l’Iran ha svelato al mondo un nuovo missile a corto raggio, denominato “Thunder”, e un satellite chiamato “Victory” che però non è riuscito a raggiungere l’orbita. Il Ministro per l’informazione e la tecnologia, Mohammad Javad Azari-Jahromi, ha affermato che il lancio del satellite non è andato come previsto. Su Twitter ha scritto: “Volevo rendervi felici con una buona notizia, ma la vita non va sempre come vogliamo. Il lancio non ha avuto successo”.

Il Ministero della Difesa, in precedenza, aveva annunciato alla TV di stato che il satellite “Victory” era stato lanciato con successo ma non aveva raggiunto l’orbita. “Faremo miglioramenti per i lanci futuri”, ha detto. Sul versante degli Stati Uniti c’è invece il timore che la tecnologia balistica a lungo raggio utilizzata per mettere in orbita i satelliti possa essere utilizzata anche per il lancio di testate nucleari.

Il capo della diplomazia dell’UE lavora per resuscitare l’accordo nucleare
Il 9 febbraio il Rappresentante della politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato l’importanza dei risultati positivi che l’Iran può trarre dall’accordo nucleare del 2015 (JCPOA) e perciò ha invitato Teheran ad impegnarsi per evitare che quell’accordo conquistato a fatica vada definitivamente in fumo dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2015. Poiché le restanti parti non sono riuscite a compensare gli effetti delle sanzioni statunitensi introdotte dopo il ritiro, l’Iran si è allontanato gradualmente dai suoi obblighi.

In un articolo pubblicato sulla rivista online Project Syndicate, Borrell ha scritto che il JCPOA non può sopravvivere senza che vengano garantiti gli interessi economici dell’Iran. “Se vogliamo che l’accordo sul nucleare iraniano sopravviva, dobbiamo assicurarci che l’Iran tragga beneficio e ciò può avvenire solo se tornerà ad agire in piena conformità”, ha detto.

Rouhani vuole controllare l’organo di controllo elettorale
Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa della Repubblica islamica, IRNA, il 5 febbraio il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha chiesto ai suoi principali collaboratori e legislatori di redigere un disegno di legge che riveda i poteri relativi alle elezioni del Consiglio dei Guardiani, una delle istituzioni più potenti della Repubblica islamica.

Rouhani vuole riesaminare il potere del consiglio, composto da 12 membri, tra religiosi e accademici, di passare al vaglio i potenziali candidati alle elezioni. L’iniziativa, che probabilmente incontrerà la resistenza di alcune fazioni politiche e perfino del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è stata lanciata dopo che gruppi di candidati, tra cui alleati di Rouhani, sono stati esclusi dal voto parlamentare del 21 febbraio. Da sottolineare che l’Ayatollah Khamenei nomina la metà dei membri del consiglio.

Arrestato un insegnante iraniano per una rivendicazione salariale
L’8 febbraio il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno arrestato un rappresentante degli insegnanti nella sua abitazione. Mohammad Taqi Fallahi è Segretario dell’Associazione degli insegnanti iraniani, un organo indipendente che si batte per salari più alti e migliori condizioni di lavoro nelle scuole iraniane. Gli agenti hanno detto ai familiari di tacere e di non parlare con nessun giornalista.

Fallahi era già stato arrestato lo scorso maggio, insieme ad altri insegnanti attivisti, per aver protestato fuori dal parlamento contro i bassi salari. È stato rilasciato sei giorni dopo su cauzione, che gli ha permesso di evitare una pena detentiva di otto mesi ma non dieci frustate.

Le agenzie di intelligence e la magistratura iraniana hanno molestato, detenuto e condannato molti insegnanti attivisti negli ultimi anni. Lo stipendio medio di un insegnante in Iran è tra i bassi tra i dipendenti pubblici, ovvero circa 110 dollari al mese.

L’Iran sosterrà i gruppi armati palestinesi
Lo ha detto il 5 febbraio il leader supremo iraniano Ayatollah Khamenei, esortando i palestinesi a resistere al piano di pace israelo-palestinese proposto dagli Stati Uniti. “Crediamo che i gruppi armati palestinesi resisteranno e continueranno a farlo, e la Repubblica islamica considera un dovere sostegno ai gruppi palestinesi”, ha dichiarato l’Ayatollah Khamenei in un discorso pubblicato sul suo sito web. “Li sosterremo in ogni modo possibile perché questo è il desiderio del sistema islamico e della nazione iraniana”, ha spiegato.

Il Presidente Trump ha annunciato un piano di pace il mese scorso che avrebbe portato alla creazione di uno stato palestinese sotto condizioni rigorose e che avrebbe consentito a Israele di assumere insediamenti ebraici a lungo contestati nella Cisgiordania occupata.

Il Governo iraniano non annuncia il numero delle vittime delle proteste nel Paese
Il 5 febbraio il Capo di Stato Maggiore del Presidente iraniano, Mahmoud Vaezi, ha detto di aver informato il governo del bilancio delle vittime della protesta di novembre, aggiungendo che l’annuncio deve essere fatto dall’ufficio del coroner e dallo staff congiunto delle forze armate. Vaezi ha affermato che l’amministrazione ha le informazioni ma non è responsabile del suo annuncio.

“È stato deciso che sarà l’ufficio del coroner e lo staff congiunto delle forze armate ad effettuare ulteriori indagini approfondite e ad annunciare il bilancio delle vittime in modo chiaro per la popolazione. I numeri dichiarati finora non sono corretti. Sono in corso indagini approfondite per conoscere i numeri ufficiali”, ha detto Vaezi.

Gli Stati Uniti prorogheranno l’esenzione per l’Iraq dalle sanzioni iraniane
Gli Stati Uniti hanno comunicato all’Iraq la disponibilità ad estendere le esenzioni dalle sanzioni che consentono al Paese di continuare a importare gas ed elettricità iraniane. La decisione va vista come un test chiave delle relazioni tra Baghdad e Washington, e giunge a seguito dell’attacco con drone diretto da Washington che ha ucciso il generale Soleimani e un alto leader della milizia irachena, nei pressi dell’aeroporto di Baghdad.

L’esenzione in corso scadrà il 13 febbraio e il Dipartimento di Stato americano, che emette tali deroghe, si è detto pronto a concedere una proroga di altri tre mesi. La condizione è che l’Iraq formuli una tabella di marcia entro la fine della settimana, che illustri in dettaglio un piano per liberarsi dalla dipendenza iraniana dal gas.

L’ONU costretta a ridurre gli aiuti in Yemen
Il 9 febbraio Lise Grande, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per lo Yemen, ha dichiarato che l’organizzazione sta riducendo gli aiuti alle aree controllate dai ribelli Houthi appoggiati dall’Iran nello Yemen settentrionale a causa degli ostacoli che il gruppo pone alle operazioni umanitarie. “Il nostro compito non consiste solo nell’andare in un’area e fornire solo assistenza; monitoriamo l’intera situazione per sapere chi ha bisogno di un certo tipo di aiuto, ed è questo che ci viene impedito di fare. Dobbiamo anche monitorare il lavoro che facciamo. Anche questo è bloccato. Se non riusciamo a valutare e se non possiamo monitorare, non possiamo gestire i rischi connessi ad operazioni in aree come il nord dello Yemen”, ha detto a VOA Lise Grande.

FOTO DELLA SETTIMANA
Hong Kong, 7 febbraio 2020: una veglia dedicata al dottor Li Wenliang nell’ex colonia britannica

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