N 65 – 17/2/2020

Taizhou, 15 febbraioo 2020: alcuni volontari disinfettano un complesso residenziale nella provincia cinese dello Zhejiang colpita da molte infezioni da coronavirus

PRIMO PIANO

La libertà appesa agli algoritmi
Le autorità giudiziarie utilizzano un software per determinare le condanne e la libertà vigilata, scrive il New York Times, il 9 febbraio. Darnell Gates era seduto ad un lungo tavolo in un ufficio nel centro di Philadelphia. Dopo aver scontato una pena per essere andato a sbattere contro una casa nel 2013 e dopo aver minacciato violentemente la sua compagna, Gates esce dal carcere nel 2018 ma, essendo considerato un soggetto ad alto rischio, gli è stato imposto di recarsi presso un ufficio giudiziario una volta alla settimana.

Per Gates le visite sono la “coda” e il “guinzaglio”. Alla fine, il guinzaglio si è allungato a ogni due settimane e poi una volta al mese, senza che Gates fosse a conoscenza del motivo. Si lamentava perché le conversazioni con il personale giudiziario responsabile della libertà vigilata erano fredde e impersonali. Raramente dedicavano il tempo necessario per comprendere la sua riabilitazione. Gates era all’oscuro del fatto che un algoritmo lo avesse etichettato alto rischio, fino a quando non gli è stato detto durante un’intervista al New York Times. “Che vuol dire?” chiede Gates, 30 anni. “Mi sta dicendo che ho a che fare con tutto questo a causa di un computer?”

L’algoritmo, creato a Philadelphia da un professore dell’Università della Pennsylvania, da almeno cinque anni contribuisce a dettare i termini della libertà vigilata. Quell’algoritmo è uno dei tanti che decidono la vita delle persone negli Stati Uniti e in Europa. Le autorità locali utilizzano i cosiddetti algoritmi predittivi per organizzare le pattuglie di polizia, le pene detentive e i termini della libertà vigilata. Nei Paesi Bassi, esiste un algoritmo che segnala i rischi di frode nel campo del welfare. In una città britannica, un altro valuta quali sono gli adolescenti con più probabilità di diventare criminali.

Secondo Electronic Privacy Information Center – un’organizzazione no profit che si occupa di diritti digitali – quasi ogni Stato dell’America fa uso di questo tipo di algoritmo. Algorithm Watch, un’organizzazione di sorveglianza con sede a Berlino, ha identificato programmi simili in almeno 16 Paesi europei. Nonostante l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore della giustizia si stia diffondendo in altri Stati e altri governi, gli organi di controllo delle Nazioni Unite, gli avvocati per i diritti civili, i sindacati e attivisti locali stanno resistendo.

Gli algoritmi dovrebbero ridurre il carico di lavoro per le agenzie a corto di personale, ridurre i costi governativi e, idealmente, rimuovere i pregiudizi umani. I contrari dicono che i governi non hanno mostrato grande interesse nel cercare di capire cosa significhi rimuovere gli esseri umani dal processo decisionale. Secondo un recente Rapporto delle Nazioni Unite i governi rischiano di “incamminarsi a passo di zombie verso un distopico welfare digitale”.

Perché la Cina deve completare la transizione alla democrazia politica
Mentre sono filtrate alla CNN nuove informazioni sulla detenzione degli uiguri in cosiddetti “campi di rieducazione”, il filosofo Jiwei Ci, scrive nel suo nuovo libro che è il momento che il Partito Comunista Cinese rifletta sul come e sul quando affrontare i problemi che derivano dal suo dominio e capire se un governo democratico non sia nel futuro del Paese. In “Democracy in China: The Coming Crisis”, Jiwei Ci, professore di filosofia all’Università di Hong Kong, offre un’argomentazione elaborata ma convincente su come il partito potrà superare la sua illegittimità solo scegliendo di approdare alla democrazia politica, spiegando che il cambiamento è “una estrema necessità piuttosto che un lusso morale”. A differenza di chi ritiene la democrazia in Cina giungerà solo con la caduta del partito, l’autore pensa invece che il partito debba continua a confrontarsi con le crisi che ne mettono alla prova la legittimità, vivendole come occasioni per “fare il bene” per la popolazione. I leader cercheranno saggiamente un paracadute per evitare l’annientamento del partito, partito che rimarrebbe indispensabile, dato che la sua influenza è essenziale non solo per la propria sopravvivenza ma per la salute dell’intera società cinese.

Jiwei Ci sostiene che la Cina, in gran parte a causa dei progressi compiuti dai primi anni ’90, è già democratica nel senso che la società possiede la “uguaglianza di condizioni”. Quel termine, tratto da Alexis de Tocqueville, implica una “somiglianza umana di base.. catturata in nozioni come diritti umani universali, carriere aperte ai talenti e uguaglianza di opportunità”. Attingendo nuovamente da de Tocqueville, il filosofo nota come la democrazia sia una condizione sociale – parte della “natura e dinamica” di una società – più che un fenomeno politico o un “tipo di regime”. Come afferma Ci: “La domanda non è se la Cina sarà pronta per la democrazia, come se la democrazia fosse qualcosa di totalmente nuovo e alieno, ma se la Cina sarà in grado di completare un processo che è già in corso – una trasformazione globale a cui mancano solo gli ultimi passi da parte della politica.”

L’UE sospende parzialmente il programma di aiuti per la Cambogia
La sospensione dell’accesso al “tariffario commerciale preferenziale” dell’UE per la Cambogia – scrive Sam Rainsy sul Brussels Times – è una benedizione sotto mentite spoglie. Vorrei trasmettere all’Unione europea il seguente messaggio: vi sono leader cambogiani responsabili e lungimiranti di tutte le affiliazioni politiche che comprendono che la parziale sospensione del regime di privilegi commerciali dell’UE noto come “Tutto Tranne le Armi” (Everything But Arms – EBA) è una benedizione mascherata perché costituisce un forte appello alla riforma.

La Cambogia gode dello status di Paese beneficiario di EBA dal 2001. L’annuncio della Commissione Europea del 12 febbraio solleva la questione del perché la Cambogia abbia da così tanto tempo bisogno di privilegi commerciali. Sin dall’inizio è stato detto alla Cambogia che il programma era finalizzato a diversificare e migliorare la qualità delle sue esportazioni. Tuttavia, i prodotti fabbricati in Cambogia rimangono, nel complesso, non competitivi con prodotti simili fabbricati in altri paesi meno sviluppati.

Molti concorrenti della Cambogia non godono di alcun privilegio commerciale dall’UE, e i loro prodotti rimangono competitivi sui mercati dell’UE anche dopo aver pagato i dazi all’importazione standard. Consentire all’industria della Cambogia di fare affidamento sui vantaggi commerciali dell’UE per resistere alla concorrenza significherebbe sovvenzionare e premiare la corruzione e la cattiva governance dell’attuale regime della Cambogia e questo è il peggior servizio che si possa fare al popolo cambogiano. Hun Sen tiene in ostaggio il suo popolo come parte di una campagna per ricattare emotivamente la comunità internazionale. L’UE deve avere fermezza su regole, principi e valori. Solo così l’UE può aiutare efficacemente la Cambogia a ripristinare la democrazia e garantire il buon governo, creando così un futuro migliore per i suoi cittadini.

IRAN E MEDIO ORIENTE

L’UE non deve offrire al Ministro degli Esteri iraniano una piattaforma per fare disinformazione
Scrivendo prima della Conferenza sulla sicurezza che ha avuto luogo a Monaco il 14 febbraio, l’Ambasciatore Giulio Terzi, presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” fa presente che, dato il ruolo di come apologeta di una teocrazia islamista e principale sponsor mondiale del terrorismo, il Ministro degli Esteri iraniano Zarif non dovrebbe mai essere invitato a tali incontri internazionali. Anziché continuare a invitare Zarif a colloqui diplomatici aperti, gli Stati membri dell’UE dovrebbero iniziare ad adottare strategie allineate agli Stati Uniti. I movimenti del Ministro degli Esteri iraniano sono stati significativamente limitati in occasione delle sue ultime visite alle Nazioni Unite a New York. L’amministrazione Trump aveva già sanzionato il leader supremo Ali Khamenei per il suo ruolo di autorità suprema sulle politiche di sponsorizzazione del terrorismo e repressione interna. Zarif è un elemento chiave per il leader supremo. Agisce essenzialmente come Ministro della propaganda. Eppure, per un numero scioccante di leader europei questo fatto sembra non aver nessuna importanza.

Il sistema teocratico iraniano potrebbe iniziare a crollare sotto il peso delle richieste popolari di un’alternativa democratica. Ma il popolo iraniano ha ancora bisogno del sostegno della comunità internazionale. Invece di ascoltare la propaganda di Zarif e delle sue coorti, l’UE dovrebbe darsi questi tre obiettivi:

Avviare un’indagine indipendente sul comportamento malevolo del regime iraniano, in particolare negli ultimi tre mesi, con l’abbattimento dell’aereo di linea ucraino e l’omicidio di manifestanti iraniani; esortare le Nazioni Unite a inviare in Iran una missione internazionale di accertamento dei fatti sulle circostanze in cui molti manifestanti sono morti o sono rimasti feriti nei tumulti di novembre e per visitare le prigioni e i detenuti iraniani; chiedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di avviare un’indagine internazionale sul massacro di 30.000 prigionieri politici in Iran nel 1988, la stragrande maggioranza dei quali erano attivisti del MEK. Gli stessi responsabili che hanno compiuto quel crimine allora stanno reprimendo gli iraniani oggi. L’impunità deve finire.

Il 21 febbraio si tengono le “elezioni” in Iran
“Ha inizio oggi la campagna elettorale per i 7.150 candidati alle elezioni parlamentari”, ha annunciato solennemente la TV di stato il 13 febbraio. Infatti, il 21 febbraio si terranno le elezioni legislative e la campagna elettorale di ben sette giorni è iniziata con il Consiglio dei Guardiani, che ha respinto circa 6.850 dei 14.000 candidati che si sono presentati. Benvenuti in Iran dove, inoltre, a circa un terzo dei parlamentari uscenti è stato impedito di ripresentarsi.

Il presidente Hassan Rouhani ha criticato le squalifiche ma, come il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, ha chiesto ai cittadini di recarsi in massa alle urne. Khamenei appoggia in pieno la decisione del Consiglio dei Guardiani, dicendo che il prossimo parlamento non è per chi ha paura di parlare contro i nemici stranieri. Naturalmente il voto non avrà alcuna influenza sugli affari esteri o sulla politica nucleare dell’Iran, che è determinata da Khamenei. Con la squalifica di figure conservatrici moderate e di spicco, i fedeli alla linea dura di Khamenei domineranno il parlamento. Le richieste degli iraniani di elezioni libere ed eque non sono state ascoltate. Ne è la prova l’altissimo numero di candidati non ammessi alla competizione elettorale. Tra i motivi più ricorrenti forniti dal Consiglio dei Guardiani vi sono “corruzione” e “infedeltà all’Islam”.

Gli Stati Uniti accusano Huawei di furto di segreti commerciali
Il 13 febbraio i pubblici ministeri degli Stati Uniti hanno accusato Huawei di aver sottratto ad alcune aziende americane segreti commerciali e di aver sostenuto l’Iran a rintracciare i manifestanti che si sono riversati nelle strade del Paese alcune settimane fa. Sono sei le società tecnologiche statunitensi che hanno denunciato il furto. Huawei è accusata anche di aver violato una legge sul racket, generalmente utilizzata per combattere la criminalità organizzata. L’accusa americana afferma anche che Huawei ha installato apparecchiature di sorveglianza in Iran che sono state utilizzate per monitorare, identificare e trattenere i manifestanti durante le manifestazioni antigovernative del 2009 a Teheran.

L’accusa “fa parte di un tentativo di danneggiare irrevocabilmente la reputazione di Huawei e le sue attività per motivi legati alla concorrenza piuttosto che alla legge”, ha affermato Huawei in una nota. Il 14 febbraio il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang, ha esortato gli Stati Uniti a smettere immediatamente di dare la caccia alle aziende cinesi senza motivo, dicendo tali atti danneggiano gravemente la credibilità e l’immagine degli Stati Uniti.

I volti della repressione in Iran
Nessuno tocchi Caino torna a porre l’attenzione sulla violazione sistematica dei diritti umani in Iran. In vista dell’imminente aggiornamento della lista UE dei soggetti a misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, il 13 febbraio, l’Ong ha presentato la pubblicazione “I volti della Repressione”, dedicata all’Iran, presso il Senato della Repubblica Italiana. La pubblicazione descrive i profili di 23 esponenti del regime iraniano che, dalla rivoluzione khomeinista alle più recenti proteste di piazza, si sono resi responsabili di brutali repressioni.

Ai lavori, hanno partecipato il senatore Roberto Rampi, membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Elisabetta Zamparutti, Tesoriere di Nessuno tocchi Caino, l’Ambasciatore Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri e presidente del Global Committee for the Rule of Law, il senatore Lucio Malan, Laura Harth, Rappresentante all’ONU del Partito Radicale, Mahmoud Hakamian, per la Resistenza Iraniana ed Elisabetta Rampelli, dell’Unione Italiana Forense.

Hacker iraniani attaccano università occidentali
La società di consulenza PricewaterhouseCoopers ha reso noto che negli ultimi tre mesi alcuni hacker iraniani sostenuti dal governo iraniano hanno preso di mira università in Europa, negli Stati Uniti e in Australia. Secondo l’emittente olandese NOS i tentativi di intrusioni hanno colpito anche i sistemi informatici di tre università olandesi, e non è ancora chiaro se abbiano avuto successo. Gli hacker stavano tentando di rubare letteratura accademica e altro materiale da utilizzare nelle scuole iraniane, ha detto lo specialista di sicurezza informatica Gerwin Naber. Le relazioni diplomatiche tra Paesi Bassi e Iran sono state tese da quando gli olandesi hanno accusato Teheran di aver pianificato due omicidi politici nel Paese che hanno innescato nuove sanzioni dell’Unione europea contro l’Iran lo scorso anno.

I legislatori riducono i poteri di guerra del Presidente Trump
Il 14 febbraio il Senato degli Stati Uniti ha votato una risoluzione che impone al presidente Trump di chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di intraprendere ulteriori azioni militari contro l’Iran. E’ stato un voto bipartisan, terminato 55 a 45, che ha così limitato l’autorità di Trump a poco più di una settimana dal voto sull’impeachment. Un numero insolitamente elevato di Senatori repubblicani non ha rispettato la linea del partito, avendo l’obiettivo di restituire alle istituzioni l’autorità su questioni di guerra e pace. “Abbiamo bisogno di un Congresso che eserciti pienamente i poteri conferiti dall’Articolo I”, ha detto Tim Kaine, democratico del Maine, riferendosi alla parte della Costituzione che conferisce al Congresso il potere di dichiarare guerra. “Questo è ciò che meritano le nostre truppe e le loro famiglie”.

Sequestrata un’imbarcazione carica di armi nel Mar Arabico
Il 13 febbraio una nave da guerra della Marina degli Stati Uniti ha sequestrato nel Mar Arabico armi ritenute di “progettazione e fabbricazione” iraniane, tra cui 150 missili guidati anticarro e tre missili terra-aria iraniani. “Le armi sequestrate includono 150 missili guidati anticarro che sono copie dei missili russi Kornet prodotti in Iran”, e sono state rinvenute all’interno di un’imbarcazione a vela. I militari statunitensi hanno aggiunto che le armi sequestrate domenica erano “identiche” a quelle sequestrate da un’altra nave da guerra degli Stati Uniti a novembre. Le armi sequestrate negli ultimi anni dalle navi statunitensi erano probabilmente destinate ai ribelli Houthi nello Yemen.

Il Libano cerca di affrontare la perdurante crisi economica
Il 13 febbraio il nuovo governo libanese ha convocato un incontro straordinario, presieduto dal presidente Michel Aoun, nel palazzo presidenziale per discutere dell’incombente crisi economica del paese. I massimi responsabili del paese non hanno deciso se Beirut avrebbe pagato o ristrutturato il debito, affermando che la questione richiede “ulteriori studi”. E’ stato appuntato un comitato per consultarsi con esperti locali e internazionali che elabori un piano di salvataggio finanziario. Il Presidente Aoun ha chiesto ai Ministri di iniziare a preparare il bilancio per il 2021. Il Libano è sull’orlo dell’inadempienza avendo un debito sovrano, compresi 2,5 miliardi di dollari in Eurobond. Un pagamento di 1,2 miliardi di dollari Eurobond è dovuto a marzo, altri 600 milioni in aprile e altri 700 milioni a giugno.

Scambio di prigionieri in Yemen
Il 16 febbraio le parti belligeranti in Yemen hanno concordato di attuare un importante scambio di prigionieri. L’accordo mediato dalle Nazioni Unite, è arrivato dopo l’ennesima serie di combattimenti su terra e con raid aerei da parte della coalizione militare guidata dagli Emirati Arabi e dai Sauditi che ha ucciso anche decine di civili. L’annuncio di domenica è giunto dopo sette giorni di incontri nella capitale della Giordania, Amman, tra rappresentanti dei ribelli Houthi e membri del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, che è sostenuto dalla coalizione.

La missione delle Nazioni Unite in Yemen ha dichiarato in una dichiarazione che entrambe le parti hanno deciso di “iniziare immediatamente con lo scambio delle liste per l’imminente liberazione” di prigionieri, definendolo il “primo scambio ufficiale su larga scala” nel suo genere dall’inizio del conflitto di lunga data. “Oggi entrambe le parti hanno mostrato che nonostante i problemi sul campo, la fiducia che stanno costruendo può produrre risultati positivi”, ha dichiarato l’inviato delle Nazioni Unite Martin Griffiths.

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Taizhou, 15 febbraioo 2020: alcuni volontari disinfettano un complesso residenziale nella provincia cinese dello Zhejiang colpita da molte infezioni da coronavirus

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