N 68 – 9/3/2020

PRIMO PIANO

Li Zehua, il Codvid-19 e la censura cinese. L’affondo di Giulio Terzi
In un clima di emergenza nazionale sarebbe opportuno non farci prendere in giro da Pechino e dai suoi numerosissimi, non sempre disinteressati, sostenitori e ammiratori, anche qui in Italia. Il caso di Li Zehua letto dall’ambasciatore Giulio Terzi, Presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, già ministro degli Esteri, per Formiche.net.

Il caso di Li Zehua, ex giornalista cinese della CCTV che ha documentato l’assenza di trasparenza e la propaganda del Partito comunista cinese nella gestione dell’emergenza del Covid-19 e di cui da giorni non si hanno più tracce, riaccende i riflettori sulla manipolazione e falsificazione dell’informazione da parte del governo cinese.

Dalla Sars in poi la Cina ha nascosto, censurato e truccato i dati sulla sanità pubblica, impedendo di reagire in tempo grazie al suo dominio delle agenzie Onu. Perché, oggi, l’OMS non ha ancora dichiarato lo stato di pandemia? Semplice. Perché dovrebbe imporre alla Cina, legalmente e obbligatoriamente, di fornire dettagliate e comprovate informazioni su origine e diffusione del virus, sulle misure adottate, e soprattutto su come la pandemia sia stata irresponsabilmente “esportata” in tutto il mondo. Purtroppo, sembra che il direttore esecutivo dell’OMS debba stare dov’è solo per dire quanto è bravo e saggio Xi Jinping.

Pubblicato il Wuhan Memo
Il 6 marzo, Jianli Yang, Presidente dell’organizzazione Initiatives for China e membro onorario del Comitato Globale ha pubblicato i inglese il “Wuhan Memo”, un memorandum che ripercorre cronologicamente i fatti che precedono lo scoppio dell’epidemia del coronavirus in Cina. Jianli Yang afferma: “le informazioni che ci sono state presentate dallo scoppio del virus sono così tante che possiamo commentare con fervore qualsiasi notizia o articolo senza una seria riflessione.” Saremmo in preda dei pregiudizi e della disinformazione se sottovalutassimo le reazioni a catena causate da ogni evento e perciò, aggiunge Jianli, “per facilitare una riflessione seria ed equilibrata, il nostro team ha catalogato e classificato le notizie e le informazioni seguendo una sequenza temporale precisa e completa.” Il rapporto pubblicato contiene una documentazione quotidiana relativa all’avanzamento dell’epidemia e alle strategie globali di contrasto. Il gruppo di lavoro che ha compiutola ricerca è composto da Wang Deyu, Wang Kaiming, Li Yun, Zili Yang, Amy Ma, Anna Chen, Dong Guo, Wu Pinghui, Han Lianchao, Valerie Lau, Tessa Eftimiades, Daniel Gong.

L’appello di Rita Bernardini sull’emergenza coronavirus nelle carceri
Il 9 marzo, in collegamento a Radio Radicale, Rita Bernardini membro del Consiglio generale del Partito Radicale, già deputata e presidente di Nessuno Tocchi Caino, ha lanciato un appello al governo, ai detenuti e ai parenti dei detenuti per contenere l’emergenza coronavirus nei luoghi di privazione della libertà.

Facendo presente quanto sia arduo contenere la diffusione di virus in luoghi dove arrivano continuamente nuovi detenuti e dove regna un illegale, anti-costituzionale sovraffollamento, Rita Bernardini ha ribadito la necessità di attuare un provvedimento di amnistia per i reati meno gravi, aggiungendo, tra l’altro: “Alle mogli e ai figli dei detenuti dico: se volete bene ai vostri cari, evitate di alimentare le proteste, rivolgendovi invece al governo. Al governo, e ai governi precedenti, direi: avete fatto strame della nonviolenza praticata da decine di migliaia di detenuti che chiedevano provvedimenti giusti, come quelli scaturiti dagli Stati Generali dell’esecuzione penale e che poi non sono si sono tramutati in legge. Avrebbero reso più democratiche le carceri, e per questo i detenuti avevano fatto lo sciopero della fame.”

Il prof. Michel Korinman a Radio Radicale
Nella puntata di “RadicalNonviolentNews” di sabato 7 marzo, Matteo Angioli, Segretario generale del Comitato Mondiale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, ha conversato con Michel Korinman, professore emerito di Geopolitica all’Università di Parigi-Sorbona e membro onorario del Comitato Globale, delle conseguenze geopolitiche dello scoppio dell’epidemia COVID-19 e delle implicazioni che potrebbero avere per gli assetti internazionali, in termini di tenuta delle istituzioni sovranazionali, immigrazione e rispetto dei diritti. I due hanno anche affrontato la centralità del diritto alla conoscenza e affermato la necessità dell’universalità dei diritti umani.

Dittatori digitali: come la tecnologia rafforza l’autocrazia
Questa settimana la rivista Foreign Affairs dedica un approfondimento sull’intreccio tra autocrati e nuove tecnologie. Scrivono gli autori dell’articolo: la Stasi, il servizio di sicurezza della Germania dell’Est, è stata una delle agenzie dei servizi segreti più pervasive che siano mai esistite. Nota per la capacità di monitorare le persone e controllare i flussi di informazioni, nel 1989 aveva quasi 100.000 dipendenti regolari e, secondo alcuni, tra 500.000 e due milioni di informatori in un Paese popolato da circa 16 milioni abitanti. La sua forza lavoro e le sue risorse le hanno permesso di permeare la società e tenere sotto controllo praticamente ogni aspetto della vita dei cittadini della Germania orientale. Migliaia di agenti che piazzavano cimici nei telefoni, che si infiltravano in organizzazioni politiche clandestine, che controllavano rapporti personali e familiari. Operavano perfino negli uffici postali dove aprivano lettere e pacchi che venivano da o andavano verso Paesi non comunisti.

Sulla scia dell’apparente trionfo della democrazia liberale dopo la guerra fredda, stati di polizia di questo tipo sembravano impensabili. Le norme globali su ciò che costituiva un regime legittimo erano cambiate. A cavallo del millennio, le nuove tecnologie, in primis internet e il telefono cellulare, hanno dato un maggiore accesso alle informazioni, la possibilità di stabilire nuove connessioni e formare nuove comunità.

Ma questa visione di un futuro più democratico si è rivelata ingenua. Le nuove tecnologie ora offrono ai sovrani nuovi metodi per preservare il potere che per molti versi rivaleggia, per non dire che migliora, le tecniche della Stasi. La sorveglianza alimentata dall’intelligenza artificiale, ad esempio, consente ai despoti di automatizzare il monitoraggio e la tracciabilità dell’opposizione in modi molto meno invasivi della sorveglianza tradizionale.

Coronavirus e Borse ko: Trump ostenta sicurezza, ma la Casa Bianca trema
Più di 560 casi accertati, già 22 morti, stato di emergenza tra New York e dintorni, California in ginocchio, ma per Donald Trump “è tutto sotto controllo”. Il presidente degli Stati Uniti contro il coronavirus, la realtà quasi alternativa di chi ostenta la sicurezza contro l’ansia e la vita del popolo americano. Contro, cioè, la realtà dei fatti. La Casa Bianca, però, questa volta trema.

La tensione è palpabile e la si percepisce anche dai toni dello scontro che lo stesso Trump rilancia a bomba sui media. Colpevoli, secondo lui e come sempre, di voler osteggiare la sua quieta sintetica con le loro ‘Fake News’. “Il New York Times è una fonte di imbarazzo per il giornalismo”, il magnate in un ‘entrata a una gamba senza precedenti, anche per un account Twitter come il suo. “Erano un giornale morto prima che io scendessi in politica, saranno un giornale morto quando l’avrò lasciata, tra 5 anni. Le Fake News sono il nemico della gente!” Va tutto bene, insomma. L’unico problema sono le narrazioni sbagliate.

Il vicepresidente Mike Pence è al lavoro. Più ripete di non essere preoccupato, però, e più crescono le preoccupazioni. Con un parallelo allarmante che riguarda le borse, di cui oggi è previsto il crollo, complice il tonfo del greggio che va un picco di 30 punti percentuali. L’archiviazione dell’attuazione sembrava aver spedito tutti i guai di Trump in soffitta.
Il caos, invece, comincia adesso.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Negato l’accesso agli ispettori dell’AIEA in Iran
Il programma nucleare di Teheran torna sotto i riflettori dopo che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), l’organo di controllo delle Nazioni Unite, ha reso nota l’ampiezza delle operazioni di arricchimento dell’uranio da parte delle autorità iraniane, stigmatizzando la decisione di negare l’accesso agli ispettori in due località. Le rivelazioni potrebbero causare tensioni all’interno AIEA stessa che deve riunirsi oggi lunedì 9 marzo a Vienna. Da maggio 2019, l’Iran ha annunciato una serie di violazioni dell’accordo, siglato quattro anni prima con le potenze mondiali, che poi ha effettivamente commesso.

Pompeo afferma che l’Iran è responsabile degli impegni nucleari
Il 5 marzo il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha invitato la comunità internazionale a ritenere l’Iran responsabile degli impegni presi rispetto al dossier nucleare e ha dichiarato che l’omissione di Teheran nel denunciare materiale nucleare rappresenta una chiara violazione degli accordi sottoscritti. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che sta sorvegliando il travagliato accordo nucleare iraniano con le maggiori potenze, il 3 marzo ha stigmatizzato la mancanza di cooperazione da parte iraniana nel chiarire quelle che l’AIEA sospetta siano attività e materiali non dichiarati risalenti ai primi anni 2000. Il governo iraniano ha ribadito la decisione di negare agli ispettori nucleari dell’ONU l’accesso ai siti con un passato su cui questi vorrebbero condurre indagini. La motivazione del diniego è che l’AIEA si muove in base ad informazioni ottenute dall’intelligence israeliana “fabbricata”.

Il coronavirus uccide 237 persone in Iran
Il Ministero della Sanità iraniano ha comunicato che sono 237 i decessi per coronavirus, tra questi Fatemeh Rahbar, un legislatore conservatore di Teheran. Le infezioni sono 7.161. Lo ha riferito il portavoce del Ministero della Sanità Kianush Jahanpur. Le nuove infezioni salgono a 595 e i decessi nelle ultime 24 ore salgono aumentano di 43.

L’Iran rilascia circa 70.000 prigionieri a causa del coronavirus
Lunedì 9 marzo il capo della magistratura iraniana, Ebrahim Raisi, ha annunciato il rilascio di circa 70.000 prigionieri a causa dell’epidemia di coronavirus nel paese. La notizia è stata diffusa dal sito “Mizan”. Raisi ha dichiarato che “il rilascio dei prigionieri continuerà in modo tale da non creare insicurezza nella società”, senza però specificare se e quando i detenuti liberati avrebbero dovuto tornare in prigione.

IranAir cancella i voli per l’Europa
L’8 marzo la compagnia di Stato IranAir ha annullato tutti i voli con destinazioni europee. Lo ha comunicato l’agenzia di stampa ufficiale IRNA: “Rispetto alle restrizioni imposte sui voli IranAir dall’Europa per ragioni poco chiare, tutti i voli IranAir verso destinazioni europee sono stati sospesi fino a nuova comunicazione”. L’Iran è nel pieno di un focolaio di coronavirus, con 5.823 infezioni e 145 decessi, uno dei più alti tassi di mortalità per malattia dopo la Cina.

Appello dell’attivista iraniana incarcerata Nasrin Sotoudeh
Nella giornata internazionale della donna, l’8 marzo, Nasrin Sotoudeh ha inviato un appello per la pace alle autorità iraniane chiedendo di “abbandonare la animosità con il resto del mondo e di guardare agli altri e al mondo con fiducia”. Nasrin ricorda come nella primavera del 2018, un gruppo di ufficiali della procura iraniana e del Ministero dell’intelligence l’abbiano arrestata mentre si trovava nella sua casa per trasferirla nella prigione di Evin. Era stata condannata in contumacia a cinque anni di carcere per il lavoro svolto come avvocato per i diritti delle donnei Il verdetto, alcuni mesi dopo, è stato quello di 33 anni di carcere e 148 frustate per spionaggio e per aver promosso “l’immoralità e l’indecenza”.

Il vuoto di potere in Iraq provoca minacce dalla fazione pro-iraniana
La carica di Primo ministro in Iraq si dimostra ancora una volta un incarico tutt’altro che semplice. Mohammed Tawfiq Allawi, indicato come prossimo Primo ministro grazie al sostegno delle forze filo-iraniane in Iraq, ha ritirato la sua candidatura il 2 marzo dopo aver preso atto di non esser riuscito a formare il governo entro il termine di 30 giorni previsto dalla costituzione. Ora quelle forze tornano a guardare al Primo ministro ad interim, Adel Abdul Mahdi, visto come l’unica speranza per il Paese.

Israele: sì Gantz a condizioni Lieberman
Avigdor Lieberman, il leader nazionalista laico, ha posto 5 precondizioni per far parte di una possibile coalizione di governo. Condizioni – tutte indirizzate ad una secolarizzazione della società – subito accettate dal leader centrista Benny Gantz ma difficili da condividere invece per il premier Benyamin Netanyahu a causa della presenza dei partiti religiosi nella sua maggioranza. Le richieste riguardano temi cari a Lieberman: i trasporti e l’apertura dei negozi durante shabbat (da trasferire dalla potestà governativa ai consigli comunali), la legge sulla leva degli ortodossi da riprendere alla Knesset (vista come il fumo negli occhi dai partiti religiosi), i matrimoni civili e l’allentamento delle attuali rigide norme sulle conversioni. “Concordo, andiamo avanti”, ha risposto Gantz alle precondizioni che Lieberman ha indicato su Facebbok. Lo stesso Lieberman si è già espresso a favore della legge per impedire che un deputato incriminato (come Netanyahu) possa diventare premier.

Il Libano congela il pagamento delle obbligazioni
Il governo libanese sta per entrare nella prima fase dei colloqui volti a rinegoziare i 30 miliardi di dollari in Eurobond dopo aver dichiarato il 7 marzo la propria insolvenza. La dichiarazione, secondo cui non rimborserà l’Eurobond, mette il Paese sulla rotta del primo default nella sua storia. Saranno colloqui complicati a causa della proprietà straniera di alcuni dei bond in questione e a causa delle divisioni politiche che hanno avuto ripercussioni sull’economia.

“I default sovrani sono relativamente complicati, ma questo è aggravato ulteriormente dall’ambiente politico singolare del Libano”, ha dichiarato Abdul Kadir Hussain, responsabile della gestione patrimoniale presso Arqaam Capital a Dubai. “Ci aspetta un percorso elaborato e complicato che probabilmente coinvolgerà molte parti.”

L’ONU chiede una tregua tra i belligeranti in Yemen
Il 6 marzo l’inviato speciale dell’ONU in Yemen, Martin Griffiths, ha chiesto la fine immediata dell’azione militare delle parti belligeranti dopo che una recrudescenza delle violenze tra i ribelli Houthi e la coalizione guidata dai sauditi ha nuovamente minato i tentativi in corso di siglare la pace. A febbraio la battaglia è ripresa nella provincia di al-Jawf dove la scorsa settimana gli Houthi hanno preso il controllo della città di al-Hazem, mentre la coalizione guidata dai sauditi ha ripreso gli attacchi aerei contro le altre città e villaggi della regione.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha reso noto che i combattimenti ad al-Jawf, nel nord dello Yemen, hanno fatto sfollare circa 70.000 persone, o 10.000 famiglie, nella vicina provincia di Marib. “La scorsa settimana ho lanciato un appello per il congelamento di tutte le attività militari. Oggi ribadisco la richiesta di una tregua immediata e incondizionata. Lo Yemen semplicemente non può più aspettare”, ha detto Griffiths ai giornalisti nella città centrale di Marib.

FOTO DELLA SETTIMANA
Bruxelles, 9 marzo 2020: il Parlamento europeo sospende la sessione plenaria, convocata a Bruxelles anziché Strasburgo, a causa dell’emergenza coronavirus

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