N 77 – 18/5/2020

FOTO DELLA SETTIMANA – Strasburgo/Milano, 15 maggio 2020: Roberto Rampi eletto Relatore del Rapporto “Libertà della stampa, fiducia pubblica e diritto alla conoscenza” dalla Commissione cultura, scienza, istruzione e media dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa

PRIMO PIANO

Introdotto all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il tema del diritto alla conoscenza
Venerdì 15 maggio la Commissione cultura, scienza, istruzione e media dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha eletto il Senatore Roberto Rampi Relatore Generale del Rapporto su “Libertà della stampa, fiducia pubblica e diritto alla conoscenza”. Il progetto di risoluzione, che verrà elaborato ed esaminato in commissione, sfocerà poi nella plenaria dell’Assemblea di Strasburgo di 47 Paesi europei per l’approvazione finale. La nomina del Senatore Rampi è giunta durante una riunione da remoto della commissione che è stata la prima a riunirsi avvalendosi della tecnologia permettendo ai componenti di partecipare, intervenendo e votando a distanza.

Nell’accettare l’incarico, Roberto Rampi ha detto, tra l’altro: “Il diritto alla conoscenza è un tema di lunga data che va al cuore del senso della nostra assemblea parlamentare perché la democrazia è possibile solo se abbiamo gli strumenti per capire, gli strumenti per conoscere, gli strumenti critici. In un momento difficilissimo come questo abbiamo capito quanto il diritto ala conoscenza dei cittadini diventi importante anche per la salute dei cittadini perché capire cosa sta succedendo è determinante per io nostri comportamenti. Chi ha avuto gli strumenti per capire ha avuto più possibilità di altri persino di avere salva la vita.” Il diritto alla conoscenza approda così in un’istituzione sovranazionale il cui scopo principale è quello di proteggere e promuovere i valori alla base della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani.

E’ un traguardo intermedio che da tempo il Partito Radicale, sostenuto dal Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, aveva all’orizzonte. Il suo tempestivo raggiungimento ci spinge a proseguire il cammino per un obiettivo democratico attraverso un’azione parlamentare ed istituzionale proprio in un momento in cui emerge la fragilità di molti parlamenti. E’ un passo reso possibile da coloro che con tenacia hanno permesso di imporre un tema che non è ancora all’ordine del giorno dell’agenda dominante, ma che sarà determinante per il cambiamento che vogliamo. A pochi giorni dal quarto anniversario della morte di Marco Pannella, siamo felici di poter annunciare che la sua, la nostra “ultima battaglia” continua.

Oltre 100 milioni di cinesi tornano in quarantena
Il 18 maggio Bloomberg ha reso noto che circa 108 milioni di persone in una provincia nord-orientale della Cina sono tornate in isolamento dopo l’apparizione di un nuovo focolaio di coronavirus. Dopo la riapertura in corso in tutta la Cina infatti, le città della provincia di Jilin hanno bloccato treni e autobus, chiuso le scuole e messo in quarantena decine di migliaia di persone. Le misure hanno sgomentato gli abitanti che ritenevano che il peggio fosse passato.

Anche a Shenyang, nella vicina provincia di Liaoning, sono state imposte nuove restrizioni, ancorché meno pesanti. “Le persone sono tornate ad esser più caute”, dice un impiegato in una società commerciale di Shenyang. “I bambini che giocano fuori indossano di nuovo le mascherine” e gli operatori sanitari indossano indumenti protettivi. “È frustrante perché non si sa quando finirà.” Il focolaio a Jinlin è comunque di 34 infezioni e non sta crescendo altrettanto rapidamente come accaduto a Wuhan.

Firma l’appello del Global Committee e del Partito Radicale per il diritto civile e umano alla conoscenza
Mai come in questo momento, in cui l’umanità intera sta affrontando la stessa pandemia, è stato così evidente quanto urge adottare il diritto alla conoscenza. Un diritto civile e politico fondamentale soppresso per decenni dai regimi despota, a partire dal Partito comunista cinese, responsabile senza dubbio di aver soppresso informazioni utili e tempestive sull’epidemia di COVID19 all’interno e all’esterno dei suoi confini. Un diritto fondamentale sempre più soppresso anche dai governi democratici di tutto il mondo, nel passaggio ad un modello sempre più simile – e apertamente invocato da alcuni – al “modello cinese”. Medici, giornalisti, cittadini e interi territori sono stati messi a tacere nel tentativo di tenere i cittadini al buio, impedendo loro di proteggere il loro diritto fondamentale alla salute. È ora di dire basta! Abbiamo bisogno di uno standard mondiale per controllare i governi e le istituzioni internazionali! Continua

Consegnato al Direttore Generale dell’OMS l’appello per Taiwan
Il 18 maggio, all’apertura dell’Assemblea mondiale della sanità a Ginevra, 303 personalità francesi, britanniche, italiane, tedesche, spagnole, finlandesi, polacche e taiwanesi, di cui 213 parlamentari, hanno presentato la petizione a favore di Taiwan al Direttore Generale dell’OMS, dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus. L’appello è un invito all’OMS a collaborare pienamente con Taiwan, in particolare nella lotta contro il coronavirus.

La petizione è stata lanciata all’inizio di marzo da Chien-hui Wang, studente di dottorato all’Università della Sorbona, con un gruppo di francesi e taiwanesi e da due parlamentari francesi, Jean-François Cesarini (recentemente deceduto) e André Gattolin, quest’ultimo membro del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”. Questo testo a favore di una maggiore cooperazione dell’OMS con Taiwan ha rapidamente conquistato il sostegno di molti parlamentari di ogni livello politico, nonché di molte personalità del mondo medico e accademico.

Xi Jinping all’OMS parla di trasparenza. Ecco cosa non torna
Il 18 e 19 maggio si tiene l’assemblea annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Xi Jinping ribadisce che la Cina ha agito in maniera “trasparente, responsabile e pronta”. Ma sempre più Paesi chiedono un’inchiesta. Ecco perché la versione di Pechino non torna, scrive Laura Harth.

Si è aperta questa mattina in modalità virtuale l’Assemblea mondiale della Sanità, organo decisionale dell’Organizzazione mondiale della sanità dove partecipano 194 Stati membri. Una assemblea che si tiene mentre la pandemia del nuovo coronavirus è ancora pienamente in corso, e in un clima di grande tensione tra la Repubblica popolare cinese e gli Stati Uniti d’America. Due i temi previsti di scontro annunciato: l’ammissione di Taiwan come Paese osservatore e la richiesta di un’indagine indipendente internazionale sulle origini e la gestione della pandemia. Due questioni che avevano già nelle settimane scorse creato una lunga serie di incidenti diplomatici con gli ambasciatori “guerrieri lupo” di Pechino nonché delle espresse minacce di ritorsioni economiche contro i paesi che si erano espressamente schierati a favore di tale richieste.

Il conservatore che spiega a Boris Johnson come funziona la democrazia
Parlando da remoto alla Camera dei Comuni martedì 12 maggio, Peter Bone, deputato conservatore del collegio di Wellingborough e Rushdensaid, ha criticato il governo affermando che non è così che funziona la nostra democrazia parlamentare. Dopo essersi congratulato con il Primo Ministro per aver fatto un buon lavoro nonostante le avversità, Bone si è rapidamente scagliato contro il Governo spiegando perché il messaggio trasmesso nel fine settimana dallo stesso Primo Ministro è stato un errore che ha contribuito al caos. Boris Johnson si è rivolto alla nazione attraverso la TV e i social media dicendo, tra l’altro: “Domani esporrò maggiori dettagli in Parlamento e la sera risponderò alle domande dei cittadini”, evitando così completamente Parlamento e parlamentari. Ecco dunque cosa ha detto Bone:

Il discorso in televisione del Primo Ministro è stato chiaramente un errore. Troppi collaboratori e consiglieri speciali del Primo Ministro pensano che questo sia un sistema presidenziale in cui il Primo Ministro va in televisione e annuncia ogni sorta di ordini esecutivi senza alcun riferimento al Parlamento. Evidentemente, molti di loro hanno visto troppi episodi di West Wing. E’ semplice, non capiscono come funziona il governo in questo Paese. Consentitemi di elencare alcuni dei motivi per cui il discorso televisivo di domenica è stato un errore.

In primo luogo, lo Speaker (il Presidente del Parlamento, ndr) aveva avvertito il governo due volte di non farlo. Aveva chiesto al governo di annunciare le nuove misure prima in aula, alla Camera dei Comuni. Il governo ha deciso di ignorare la richiesta dello Speaker. Non è così che funziona la nostra democrazia parlamentare. Continua

Un database cinese filtrato a Foreign Policy sul coronavirus rivela i dati relativi a 230 città con 640.000 aggiornamenti
Pechino afferma che da quando la pandemia di coronavirus è scoppiata a fine 2019, ci sono stati solo 82.919 casi confermati e 4.633 morti nella Cina continentale. Tali numeri potrebbero essere approssimativi e in tal caso un resoconto dettagliato sarebbe uno strumento importante per conoscere la diffusione del virus. Ma è anche possibile che i numeri presentati al mondo siano notevolmente minimizzati rispetto ai dati in possesso ​​di Pechino. L’opacità e la sfiducia degli stranieri nel sistema gestito dal Partito Comunista Cinese rendono difficile ogni valutazione, e maggiori informazioni sui dati del coronavirus di ui si avvale direttamente il governo cinese è prezioso per altri governi. Un database di contagi e decessi per coronavirus della National University of Defense Technology dell’esercito, pervenuto a Foreign Policy, offre informazioni sul modo in cui Pechino ha raccolto i dati del coronavirus tra la popolazione. La fonte della fuga, che ha chiesto di rimanere anonima a causa della sensibilità della condivisione dei dati militari cinesi, ha affermato che i dati provenivano dall’università. La scuola pubblica un sistema di tracciabilità di dati per il coronavirus: la versione online corrisponde alle informazioni trapelate, ma è molto meno dettagliata: mostra solo la mappa dei casi, non i dati distinti.

Il database, sebbene contenga incoerenze – e benché non sia sufficientemente completo per contraddire i numeri ufficiali di Pechino – rappresenta l’insieme di dati più esteso sui casi di coronavirus in Cina conosciuto. Soprattutto, può essere una preziosa fonte di informazioni per epidemiologi ed esperti di sanità pubblica in tutto il mondo, ed è un set di dati che quasi certamente Pechino non ha condiviso con il governo o con medici statunitensi. (L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie non hanno risposto alle richieste di commento.)

Benché incompleti dunque, i dati sono incredibilmente preziosi: ci sono più di 640.000 aggiornamenti, che coprono almeno 230 città – in altre parole, 640.000 righe che mostrano il numero di casi in una posizione specifica al momento della raccolta dei dati. Ogni aggiornamento include latitudine, longitudine e numero “confermato” di casi nel luogo esatto, in date che vanno da inizio febbraio a fine aprile.

Morto l’ambasciatore cinese in Israele
Domenica 17 maggio l’ambasciatore cinese in Israele Du Wei è stato trovato nel suo appartamento di Tel Aviv. Pechino ha immediatamente inviato una squadra speciale per indagare sul decesso avvenuto all’età di 58 anni, dopo che era stato nominato in Israele a febbraio. Lascia la moglie e un figlio. Secondo fonti mediche non sono presenti segni di violenza e la causa della morte sembra essere un arresto cardiaco.

Gli interessi del Partito Comunista Cinese in Venezuela
Il 4 maggio i deputati della Commissione permanente per la Politica Estera, Sovranità e Integrazione dell’Assemblea Nazionale, unico parlamento legittimo della Repubblica del Venezuela, hanno tenuto una seduta di dibattito su quale posizione debba tenere il governo ad interim di Juan Guaidò nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese, tra i più importanti alleati del regime di Hugo Chavez prima e di Nicolas Maduro ora.

Analizzando quali siano gli interessi cinesi in Venezuela, Armando Armas, presidente della Commissione per la Politica Estera, membro onorario del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, ha posto l’attenzione sull’intenzione del Partito Comunista Cinese di promuovere, come cardine della sua strategia globale di egemonia, la cosiddetta Belt and Road Initiative; il Venezuela rappresenta un luogo fondamentale all’interno dei piani strategici di sviluppo economico della Cina comunista.

L’interesse del paese asiatico per il Venezuela, spiega il parlamentare democratico venezuelano, non si basa soltanto sulla sua collocazione geopolitica, ma anche sulla sua rilevanza geo-economica, poiché “il Venezuela detiene immense quantità di quelle materie prime fondamentali per la produzione di beni che sono chiave per la costruzione di infrastrutture e asset ad alto contenuto tecnologico”.

Coronavirus, il mondo contro la Cina: 100 Paesi gridano all’inchiesta
Qualcuno comincia a vedere la luce in fondo al tunnel, qualcun altro brancola ancora nel buio.
La rabbia, però, accomuna più di mezzo mondo – scrive Luca Marfé su Il Mattino. Un’inchiesta indipendente che faccia chiarezza una volta per tutte sulla pandemia di coronavirus. E in particolare, in maniera assai più che velata, sulle possibili e pesanti responsabilità della Cina. È questo ciò che chiedono 100 Paesi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra i banchi dell’Assemblea, suo organo legislativo.

Non più uno slogan propagandistico o un titolo strillato, dunque, ma una risoluzione formale che viene presentata oggi e che, a prescindere dall’esito delle indagini, pone comunque Pechino in una posizione di forte imbarazzo. Pechino che, non a caso, sbotta già. Bollando l’iniziativa come “estremamente sconsiderata” e potenzialmente in grado di “fare a pezzi la cooperazione internazionale volta ad arginare la pandemia, andando così nella direzione opposta delle aspirazioni condivise dei popoli”. La diplomazia del dragone si agita al punto da profilare l’atteggiamento tipico di chi “mette le mani avanti”.

Tuttavia, il tono indispettito non cancella la realtà dei fatti. Perché la proposta di origine australiana “rischia” di incassare, tra gli altri, due endorsement pesantissimi: quello dell’Unione Europea e, peggio ancora per la Cina, quello della Russia. La storica alleanza tra Mosca e Pechino, insomma, potrebbe non tenere. E almeno sul fronte virus, Xi Jinping da oggi potrebbe avere un nemico in più: Vladimir Putin.

IRAN E MEDIO ORIENTE

La Francia chiede l’immediata liberazione di una professoressa condannata in Iran
Il 16 maggio Parigi ha condannato la condanna dell’accademica franco-iraniana Fariba Adelkhah in Iran e ne ha chiesto il rilascio immediato. “Questa condanna non si basa su alcun elemento o fatto serio ed è quindi una decisione politica”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri francese in una nota, aggiungendo: “chiediamo alle autorità iraniane di rilasciare immediatamente la professoressa Adelkhah”. Teheran ha condannato la Adelkhah a sei anni di carcere con l’accusa di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale.

Il leader supremo dell’Iran afferma che gli americani saranno espulsi dall’Iraq e dalla Siria
Il 17 maggio l’Ayatollah Khamenei ha rinnovato la richiesta dell’Iran agli Stati Uniti di ritirare le truppe dal Medio Oriente. Teheran è quasi entrata in un vero e proprio conflitto con gli Stati Uniti quando uno un drone statunitense ha ucciso il comandante Qassem Soleimani a Baghdad il 3 gennaio, spingendo Teheran a vendicarsi con una raffica di missili lanciati contro una base americana in Iraq giorni dopo. Khamenei ha affermato che le azioni degli americani in Afghanistan, Iraq e Siria hanno aumentato l’odio. “Gli americani non resteranno in Iraq e in Siria, saranno espulsi”, ha detto.

Cinque petroliere iraniane in viaggio verso il Venezuela
L’Associated Press riferisce che dal 17 maggio cinque petroliere iraniane, che probabilmente trasportano benzina ed altri prodotti, stanno navigando verso il Venezuela. Alla base c’è un ampio accordo tra le due nazioni, entrambe sanzionate dagli Stati Uniti, tra siglato in mezzo alle crescenti tensioni tra Teheran e Washington. Il leader venezuelano Nicolás Maduro si è rivolto all’Iran chiedendo aiuto per far pervenire nel Paese le sostanze chimiche necessarie per consentire ad una raffineria, in preda a una carenza di benzina, di lavorare. E’ un simbolo del profondo caos economico e politico in cui è sprofondato il più grande produttore di petrolio dell’America Latina.

Sulle imbarcazioni in movimento, il capitano Ranjith Raja, un analista che traccia le spedizioni di petrolio via mare presso la società di dati Refinitiv, dice: “E’ una situazione nuova per tutti, non abbiamo mai visto nulla di simile prima.” La capacità delle cinque navi è di circa 175.000 tonnellate. Sul mercato legale, tale quantità di benzina e degli altri prodotti varrebbero almeno 45,5 milioni di dollari, anche se l’Iran ha probabilmente raggiunto un accordo scontato e non in contanti con Caracas, date le circostanze che le due nazioni devono affrontare per aggirare le sanzioni degli Stati Uniti.

Il Libano torna in quarantena e si rivolge al FMI
Il governo libanese stava allentando le restrizioni imposte due mesi fa per cercare di neutralizzare la diffusione del Covid-19. Negozi, ristoranti e parrucchieri avevano riaperto, ma il 13 maggio hanno dovuto chiudere di nuovo. La chiusura temporanea ha impattato tremendamente sull’economia che versava già in un pessime condizioni prima della pandemia. Lo stesso giorno, oltre alla ripresa della chiusura, il governo ha avviato i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), a cui Hezbollah si è sempre opposto, per garantire assistenza finanziaria ormai imprescindibile. Negli ultimi giorni il Libano ha segnalato 870 nuovi casi e 26 decessi da Covid-19.

La valuta libanese è in caduta libera; l’inflazione è alle stelle e nonostante l’avviso di mantenere il distanziamento fisico sono molte le proteste antigovernative scoppiate nelle principali città. Molti libanesi pensano che il vero problema non sia il coronavirus ma la fame, la povertà e la disperazione causate dal collasso economico. L’aumento dei contagi è stato in parte attribuito al ritorno di espatriati. Il 7 maggio, per esempio, 25 libanesi rientrati a bordo di un volo in arrivo da Lago sono risultati infetti.

Una pietra miliare nella battaglia contro il terrore ebraico
Il 18 maggio, Amiram Ben-Uliel, un cittadino israeliano è stato condannato per triplice omicidio e duplice tentato omicidio risalenti al 2015 ai danni di una famiglia palestinese, i Dawabsheh, nella loro casa a Duma, in Cisgiordania, a sud di Nablus. Il tribunale distrettuale di Lod lo ha assolto dall’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica.

Gli aggressori fecero irruzione alle 4 del mattino e dopo aver lanciato un cocktail molotov hanno uccide i genitori e il figlio di 18 mesi. In una dichiarazione, il servizio di sicurezza israeliano, lo Shin Bet, ha definito la decisione della corte “una pietra miliare nella battaglia contro il terrore ebraico”. Con il crimine commesso da Ben-Uliel, si legge, “è stata varcata una linea rossa”.

Il governo dello Yemen accusa i ribelli Houthi di nascondere la pandemia COVID19
Il 18 maggio il governo yemenita, appoggiato dai sauditi, ha accusato i nemici Houthi di nascondere un importante focolaio di coronavirus nelle aree sotto il loro controllo. Il governo con sede ad Aden ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per aiutare urgentemente il settore sanitario devastato dalla guerra e dallo scoppio della pandemia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha detto che il virus si sta diffondendo inosservato tra la popolazione.

L’80% circa della popolazione yemenita dipende dagli aiuti umanitari e milioni di persone soffrono comunque la fame. Il governo ha dichiarato 128 contagi e 20 decessi legati al coronavirus in 9 delle 21 province dello Yemen. Gli Houthi, che detengono i maggiori centri abitati, hanno annunciato solo quattro casi con un solo decesso, tutti nella capitale Sanaa.

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