N13 – 25/2/2019

PRIMO PIANO

Il doppio gioco di chi vuole distruggere l’Europa e la conoscenza
Il 20 febbraio 2019, il Ministro degli Interni e Vice-Premier Matteo Salvini scrive sul suo profilo Facebook: “Questa volta a Bruxelles andiamo al Governo a dire di non rompere a chi lavora”. Il 15 febbraio 2019, il Vice-Premier Luigi Di Maio presenta il Manifesto dei dieci punti per le europee: “I 10 punti fondamentali che lo caratterizzeranno, i suoi tratti essenziali, per un’Europa più vicina ai cittadini, con più democrazia diretta e partecipata”. Sono soltanto due battute dalle quali si evince come i due Vice Premier vedano e soprattutto come raccontino l’attuale gestione dell’Unione europea: mancanza – se non addirittura assenza – di democrazia e partecipazione dei cittadini.

E’ un racconto che non parte dall’attuale Governo, ma che da anni e in tutti gli Stati membri dell’Unione europea viene sempre più spesso utilizzato in quel che viene definito una cultura di “Blame Brussels” (“Addossare la colpa a Bruxelles”). Un racconto che permette ai Governi che si sono susseguiti nel tempo di evadere le loro responsabilità nel caso di un mancato raggiungimento di obiettivi e promesse elettorali.

Peccato che a decidere a Bruxelles – scrive Laura Harth – siano sempre questi stessi Governi, che siedono in varie capacità nel Consiglio europeo, co-legislatore a pieno titolo e con regole di unanimità (!!!) per la maggior parte delle competenze. In parole molto semplici, a Bruxelles non viene deciso niente senza che anche il Governo italiano lo abbia in qualche modo convalidato. Il problema? Che questo sistema intergovernativo, per scelta degli stessi Governi nazionali, non prevede grandi spazi di trasparenza sui suoi dibattiti o sulle sue posizioni. Su tutto ciò è intervenuto il Mediatore europeo, Emily O’Reilly, pubblicando di recente un Rapporto.

VIII Congresso del Partito Radicale lancia la lotta per Radio Radicale
Dal 22 al 24 febbraio, a Roma, presso l’Hotel Quirinale, si è tenuto sotto lo slogan “La vita di Radio Radicale… per la vita dello Stato di diritto democratico federalista laico, del diritto alla conoscenza, della giustizia, degli Stati Uniti d’Europa” l’VIII Congresso italiano del Partito Radicale, convocato dopo il raggiungimento dei 3000 iscritti nel 2017 e 2018 e con l’obiettivo della prosecuzione del servizio fornito da Radio Radicale che rischia la chiusura nel mese di maggio. Al decimo minuto dell’edizione delle 13:30 del TG1 del 24 febbraio la dichiarazione di Maurizio Turco, Coordinatore della Presidenza del Partito Radicale.

Le tre giornate si sono aperte con gli interventi di Massimo Bordin, dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick e del prof. Tullio Padovani ed hanno visto la partecipazione di molti iscritti al Partito Radicale e di molti esponenti del mondo giuridico, politico e della cultura. In questa pagina del sito di Radio Radicale sono raccolti tutti gli interventi integrali in Congresso.

Il Mattino intervista Giulio Terzi su Venezuela, Stati Uniti, Iran e Corea del Nord
Il 22 febbraio, Giulio Terzi ha rilasciato una video intervista al Mattino in cui ha affrontato principalmente la crisi in Venezuela e il ruolo determinato degli Stati Uniti che, con il Presidente Trump, stanno assicurando tutto il sostegno necessario all’opposizione guidata dal Presidente dell’Assemblea Nazionale affinché il paese esca dal caos e dall’estrema povertà. “La comunità internazionale è ostaggio di un cinico ricatto sulla fame della gente fatto da Maduro, un dittatore che esercita il suo potere come sopravvivenza della propria ricchezza e di quella dei suoi accoliti, alti gradi delle forze arrmate nomianti dal lui per gestire il narco traffico.”

Riguardo all’Iran Giulio Terzi ha ribadito la sfiducia rispetto alla possibilità che il regime iraniano, sponsor di attività terroristiche secondo più e più fonti, tra cui alcuni governi europei, mantenesse fede all’accordo nucleare (JCPOA), mentre sulla Corea del Nord, Trump potrebbe portare a casa un risultato difficilissimo ma concreto. Alla domanda se un’ipotetica risoluzione concreta della questione nord coreana valesse il Premio Nobel per la Pace per Trump, l’Amb. Terzi ha risposto che sarebbe una candidatura apprezzabile, anche perché che il Premio “è stato assegnato tante volte solo sulla fiducia e con un impulso politico.”

IRAN E MEDIO ORIENTE

Joe Lieberman: “L’accordo sul nucleare iraniano è il modello da non seguire con la Corea del Nord”. E difende UANI dagli attacchi della Russia
“L’accordo sul nucleare iraniano, dal quale il Presidente Trump ha ritirato l’America coraggiosamente e correttamente, dovrebbe essere il modello di accordo da non seguire con la Corea del Nord. Primo perché l’accordo con l’Iran era soprattutto una pausa e non un programma per porre fine al programma nucleare iraniano; secondo perché non prendeva in considerazione il programma missilistico. Concerneva infatti soltanto le armi nucleari e solo per un certo periodo di tempo”. Così il Presidente di UANI, il Senatore Joe Lieberman che ha poi spiegato come il padre dell’attuale presidente nordcoreano avesse raggiunto un accordo con gli Stati Uniti negli anni ’90 per frenare il programma nucleare con il quale in realtà ha potuto riattivare lo sviluppo del progrmmma nucleare che è continuaro fino ad oggi. Il Sen. Lieberman ha anche segnalato come il 22 febbraio un portavoce del Ministero degli Esteri russo abbia attaccato UANI, durante la conferenza stampa settimanale a Mosca, per aver incoraggiato le aziende russe a non investire in Iran. L’invito di UANI rimane invariato anche per la Russia: non sostenere attraverso scambi commerciali un paese che continua a sponsorizzare il terrorismo a livello mondiale.

Sale pericolosamente l’iperinflazione sui beni alimentari in Iran
Secondo le ultime statistiche ufficiali del Centro Statistico del governo iraniano, l’inflazione per l’anno che si concluderà il 20 febbraio, raggiungerà un tasso del 42,3%. Alla Banca Centrale dell’Iran è stato ufficialmente impedito di pubblicare il rapporto sull’inflazione e l’aumento dei prezzi. Secondo quanto riferito da alcuni media iraniani, negli ultimi mesi il Centro Statistico, noto per manipolare dati per per compiacere il governo, ha intensifica tale pratica.

La valuta dell’Iran è diminuita nell’ultimo anno, facendo salire tutti i prezzi, poiché la maggior parte dei prodotti dipende dalle importazioni. Il più alto aumento dei prezzi al consumo è stato osservato nel mercato dei “prodotti alimentari, bevande e tabacco”. Il tasso di inflazione per questi beni durante il mese scorso è stato del 32,5%, con un tasso d’inflazione annuo del 64,3%.

Sempre negli ultimi mesi si sono moltiplicate sia le lunghe code vicino a negozi e supermercati in tutta Teheran, sia i video di cittadini in cui si lamentano di non poter acquistare prodotti alimentari come la carne.

Rapporto sul terrorismo iraniano in Europa
Il 4 febbraio lo European Strategic Intelligence and Security Center (ESISC) ha pubblicato un Rapporto sul coinvolgimento del regime iraniano in attività terroristiche condotte in Europa. L’autore, Claude Moniquet, è il co-fondatore e il co-Chief Executive Officer dell’ESISC. In precedenza è stato un giornalista specializzato in sicurezza, intelligence e affari internazionali e, per vent’anni, operativo nell’intelligence francese. È anche autore o coautore di venti libri di storia, intelligence e terrorismo internazionale.

Il Rapporto descrive il ruolo del regime in alcune trame terroristiche venute alla luce nel 2018 contro l’oppopsizione iraniana in Francia, Danimarca, Albania e un probabile piano contro obiettivi israeliani in Germania. In Francia l’obiettivo era il massiccio raduno, “Free Iran-The Alternative” organizzato dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, con decine di migliaia di partecipanti e una schiera di parlamentari e decine di personalità politiche di tutto il mondo. In Danimarca l’obiettivo era un dissidente iraniano sul quale, Finn Borch Andersen, capo del servizio di sicurezza e intelligence danese, ha dichiarato: “Si tratta di un caso di un’unità di intelligence iraniana che secondo noi ha pianificato un attacco in Danimarca.”

Significativo che l’8 gennaio 2019 il Consiglio europeo abbia adottato l’insolita decisione di inserire per la prima volta un’entità governativa del regime iraniano nell’elenco del’UE dei terroristi. In proposito, il portavoce del Ministero degli Esteri francese ha dichiarato: “Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, con l’accordo unanime di tutti gli Stati membri, di inserire nell’elenco europeo delle persone, dei gruppi e delle entità coinvolte in atti di terrorismo, un’entità e due individui responsabili di complottare per colpire, il 30 giugno 2018, a Villepinte, un incontro dei Mujahedeen Khalq, un gruppo che sostiene il rovesciamento della leadership iraniana.”

Secondo il Ministro Zarif il meccanismo europeo per il commercio con l’Iran fallirà
Il 17 febbraio il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif ha detto che il meccanismo europeo per il commercio con Teheran è destinato a fallire e che Francia, Gran Bretagna e Germania avrebbero dovuto dovuto fare di più per mostrare e mantenere il loro impegno per l’accordo nucleare del 2015 con l’Iran.

“Instex (il meccanismo) non rispetta gli impegni del gruppo E3 (Francia, Germania, Gran Bretagna) per salvare l’accordo sul nucleare. L’Europa deve essere disposta a bagnarsi se vuole nuotare contro la pericolosa ondata di unilateralismo americano”, ha detto Zarif alla Conferenza di Sicurezza di Monaco.

Merkel e Pence ancora in disaccordo sull’accordo sul nucleare
Il 16 febbraio, durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza, Angela Merkel ha ribadito il suo sostegno al tentativo europeo di mantenere l’accordo sul nucleare con l’iran, criticando gli Stati Uniti per essersi ritirati sia dall’accordo sia dalla Siria dove mantenevano un’importante presenza militlare, favorendo così la possibilità che Iran e Russia esercitino maggior influenza nella regione. La Canceliera tedesca ha anche ricordato l’impegno della Germania nell’adempiere alle linee guida della NATO affinché gli Stati membri contribuiscano con il 2% del loro PIL entro il 2024.

Da parte sua, il Vice Presidente Pence ha invitato l’Europa ha non indebolire le sanzioni stastunitensi applicate all’Iran, spiegando che è giunta l’ora che i partner europei si schierino fermamente e nettamente con il popolo iraniano e con gli Stati Uniti, specificando che “è giunto il momento per i nostri partner europei di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano”. Inoltre, ha confermato l’opposizione americana al progetto congiunto di gasdotto Nord-Stream tedesco-russo, temendo che l’Europa faccia un eccessivo affidamento al gas russo. “Non possiamo garantire la difesa dell’Occidente se i nostri alleati dipendono dall’Est”, ha dichiarato Pence.

Aumentano le esportazioni di petrolio iraniano
Nonostante le sanzioni statunitensi, nel mese di gennaio le esportazioni iraniane di petrolio greggio sono state superiori alle attese e sono stabili nel mese corrente. Grazie alle deroghe concesse, alcuni clienti hanno aumentato gli acquisti e le esportazioni hanno raggiunto una media di 1,25 milioni di barili al giorno. L’aumento delle esportazioni potrebbe portare ad un rinnovato sforzo degli Stati Uniti di bloccare i flussi, anche se ciò comporterebbe il rischio di far salire il prezzo del petrolio, visto che anche Washington sta cercando di ridurre le esportazioni da un altro nemico, il Venezuela.

Le esportazioni inoltre si sono fatte più opache da quando sono entrate in vigore a novembre le sanzioni statunitensi sul settore petrolifero del paese. Washington ha concesso deroghe a otto clienti – tra cui Cina, India, Giappone e Corea del Sud. L’aumento delle spedizioni alimenta la prospettiva di deroghe meno generose da parte di Washington e in questo senso il Rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran prevede una drastica riduzione delle esportazioni iraniane.

Le spedizioni sono comunque scesa di almeno 2,5 milioni barili al giorno nell’aprile 2018, cioè un mese prima che il Presidente Trump ritirasse gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015. Intanto, Teheran ha promesso di continuare a esportare petrolio nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per ridurre le spedizioni a zero.

Rouhani inaugura un nuovo sottomarino
Il 17 febbraio il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha inaugurato in diretta televisiva un nuovo sottomarino dotato di missili cruise. Il sottomarino Fateh “Conqueror” pesa 600 tonnellate ed è in grado di lanciare da una posizione sommersa missili da crociera, oltre a siluri e mine navali. Di fronte alle pressioni internazionali e agli embarghi che hanno impedito l’importazione di molte armi, le autorità iraniane hanno sviluppato un’importante industria domestica di armi. “Il nostro potere militare è esclusivamente difensivo. Le pressioni e le sanzioni hanno istigato i nostri progressi”, ha detto Rouhani nella città portuale meridionale di Bandar Abbas.

L’anno scorso, la marina iraniana ha lanciato un cacciatorpediniere, interamente made in Iran, capace di evadere i radar e dotato di missili con un’autonomia fino a 2.000 km, che possono dunque raggiungere Israele e le basi militari degli Stati Uniti nella regione. Sebbene i firmatari europei dell’accordo nucleare iraniano siano rimasti fedeli al patto, hanno intensificato le critiche al programma iraniano di missili balistici.

Nuovi attacchi cyber iraniani e cinesi contro gli Stati Uniti
Aziende e agenzie governative statiunitensi sono state prese di mira da attacchi aggressivi di hacker iraniani e cinesi. Gli esperti di sicurezza ritengono siano scaturiti sia dal ritiro del presidente Trump dall’accordo nucleare iraniano sia dalla guerra commerciale con la Cina. Sono state colpite banche, imprese e agenzie governative americane, con un’intensità mai registrata in precedenza.

Gli attacchi iraniani coincidono con una rinnovata offensiva cinese orientata al furto di segreti commerciali e militari. Non è dato conoscere maggiori dettagli perché gli agenti dell’intelligence, ricercatori e operatori nel settore della sicurezza privata non possono divulgare informazioni a causa della riservatezza degli accordi.

Una folla attacca la “polizia della moralità” a Teheran
Il 15 febbraio un gruppo di persone ha attaccato un veicolo della “polizia della moralità” a Teheran la scorsa settimana dopo che due ragazze erano state fermate perché indossavano “impropriamente” il velo obbligatorio. Gli agenti hanno sparato alcuni colpi in aria per disperdere la folla di persone. Secondo l’agenzia iraniana IRNA, il gruppo è riuscito ad impedire che gli agenti portassero via le due ragazze. L’incidente è avvenuto nel quartiere Narmak nella parte est di Teheran.

Negli anni le pene per questo tipo di infrazione sono andate indebolendosi. La multa per chi infrange le regole sullo hijab, per esempio, è scesa a circa 15 dollari e si stanno lentamente sostituendo all’arresto. L’incidente del 15 febbraio è un ulteriore atto di ribellione contro la polizia della moralità che viene sopportata sempre di meno. “Gli iraniani sono molto arrabbiati con la polizia morale in questi giorni”, ha twittato Masih Alinejad, l’attivista iraniana che ha lanciato la campagna sui social media del “mercoledì bianco” contro l’hijab obbligatorio.

Il Regno Unito programma la messa al bando di Hezbollah
Il Ministro degli Interni britannico Sajid Javid sta pianificando l’inserimento nella black list di individui e gruppi terroristici l’intera organizzazione di Hezbollah. Si tratta di una decisione che deve essere approvata dal Parlamento. Secondo un rapporto visionato dal Telegraph “Entro questa settimana Sajid Javid dovrebbe mettere al bando Hezbollah, il gruppo militante sostenuto dall’Iran.”

In Parlamento potrebbe esserci la resistenza di Jeremy Corbyn,che una volta ha definito i membri del gruppo “amici”. Il Regno Unito e l’Unione europea classificano l’ala militare di Hezbollah come entità terrorista, ma i membri politici di Hezbollah che operano nel Regno Unito e partecipano ai raduni Londra con le bandiere di Hezbollah promuovono la distruzione dello stato ebraico.

Stati Uniti, Canada, Paesi Bassi, Israele e Lega araba considerano già Hezbollah come un’entità terroristica unitaria senza ali militari e politiche separate.

I ribelli Houthi concordano sul ritiro dalla zona occupata a ovest
Il 17 febbraio il governo dello Yemen e i ribelli pro-Iran Houthi hanno concordato la prima fase di un ritiro dalla città chiave di Hodeidah, grazie ad un accordo mediato dal Generale danese Michael Lollesgaard con il sostegno dell’ONU. Il ritiro fa parte della tregua già concordata in Svezia a dicembre che invita il governo e gli Houthi a spostare le forze lontano dai porti, ma che non era entrata in vigore. Le parti hanno inoltre convenuto, in linea di principio, sull’attuazione della seconda fase del ritiro, che avverrà mediante ulteriori consultazioni.

L’ONU auspica che sia il primo passo di una riduzione graduale del conflitto e che i viveri e i medicinali immagazzinati da mesi nella città di Hodeidah possano finalmente raggiungere i milioni di persone che ne hanno disperato bisogno. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono circa 10.000 le persone che hanno perso la vita durante la guerra, ma i gruppi per i diritti ritengono che il bilancio sia molto più alto.

Svelati i legami tra il governo venezuelano e Hezbollah
Il New York Times ha diffuso la notizia secondo cui l’ex capo dell’intelligence venezuelano, Hugo Carvajal, ha denunciato il Presidente Nicolás Maduro rivelando varie reti di corruzione e legami con il gruppo terrorista di Hezbollah. Secondo Carvajal, gli effettivi destinati a combattere la droga erano impegnati in realtà a trafficarla. Le attività in questione erano dirette da Maduro stesso, dal Ministro degli Interni Néstor Reverol e dall’ex Vice Presidente del Venezuela nel 2017-2018 Tareck El Aissami

El Aissami non era solo un boss della droga, dice Carvajal, ma aveva anche legami con Hezbollah, e tra le sue occupazioni c’era quella di coordinare il lavoro di Hezbollah con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) attraverso il Venezuela. In un incontro avvenuto nel 2009 in Siria tra membri di Hezbollah, El Aissami e Carvajal, i militanti di Hezbollah consegnando ai due rappresentanti dello stato venezuelano tre fucili d’assalto come regali.

CINA E CAMBOGIA

Tibet inaccessibile per gli stranieri nel 60° anniversario dell’esilio del Dalai Lama
In vista del 60° anniversario della fallita rivolta del 1959 contro il dominio cinese in Tibet, le autorità cinesi hanno iniziato a barrare la strada ai viaggiatori stranieri intenzionati a recarsi in Tibet. Alcune agenzie di viaggio hanno fatto sapere che i turisti non saranno ammessi nella regione dell’Himalayana fino al 1 aprile. Non è chiara la data di inizio del divieto, anche se alcuni gruppi di monitoraggio hanno detto che è iniziato questo mese. Il Tibet è una regione già difficilmente raggiungibile soprattutto per giornalisti e diplomatici stranieri e in occasione di ricorrenze diventa completamente inaccessibile.

La Cina ha “fiducia strategica” nell’Iran
La Cina vuole approfondire la “fiducia strategica” con l’Iran, ha detto il 19 febbraio Wang Yi, il più alto diplomatico del governo cinese, al Ministro degli Esteri iraniano Zarif in visita a Pechino. La visita giunge pochi giorni prima di quella che effettuerà proprio il nemico numero uno dell’Iran nella regione, il Principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman.

Dopo aver espresso apprezzamento per il discorso di Zarif alla Conferenza di sicurezza di Monaco, Wang ha detto di voler “cogliere questa opportunità con il mio vecchio amico per approfondire la fiducia strategica tra i nostri due paesi e per assicurare nuovi progressi nel partenariato globale bilaterale”. La Cina attende con impazienza che l’Iran svolga un ruolo ancora più costruttivo negli affari regionali, ha aggiunto Wang.

Zarif è a Pechino a capo di una delegazione che comprende il Presidente parlamento iraniano Ali Larijani e il Ministro del Petrolio Bijan Zanganeh. Nel 2018 l’Iran è stato il quarto più grande fornitore di petrolio alla Cina.

Il rammarico di un ex Ministro australiano per l’errore storico in Cambogia
Gareth Evans, ex Ministro degli Esteri australiano dal 1988 al 1996 e promotore degli Accordi di Pace di Parigi del 1991 per la Cambogia, durante la presentazione di un libro sulla Cambogia è tornato a parlare del fallimento complessivo rispetto al cammino democratico a cui si era dedicato dopo la tragedia dei Khmer Rossi. “Una delle maggiori delusioni della mia vita pubblica è stata l’incapacità della comunità internazionale – e il mio fallimento, il fallimento di tutti noi – di raggiungere la pace in Cambogia”, ha detto Evans.

Dopo aver ripercorso l’euforia che accompagnava il processo di pace dentro e fuori la Cambogia, sfidando anche le persistenti minacce da parte dei fedelissimi ai Khmer Rossi, l’ex Ministro ha ricordato l’esito della prima tornata elettorale, avvenuta sotto egida ONU, che indicò come vincitore a sorpresa il partito monarchico di Sihanouk, con il CPP di Hun Sen in seconda posizione. In quel momento Hun Sen si rifiutò categoricamente di accettare il risultato e così si scelse di adottare “uno scomodo accordo di condivisione del potere, senza particolare resistenza da parte della comunità internazionale. Fu un assaggio di quel che sarebbe successo in seguito venire. Da allora Hun Sen ha resistito – con la violenza necessaria – a qualsiasi forma di messa in discussione dell’autorità del suo partito, danneggiando anche il rispetto dei diritti umani in generale”.

FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 22 febbraio 2019: apertura dell’VIII Congresso italiano del Partito Radicale con Rocco Papaleo, Massimo Bordin, Giovanni Maria Flick, Tullio Padovani e Sergio D’Elia

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