N34 – 15/7/2019

PRIMO PIANO

Rampi e Angioli a Londra per il diritto alla conoscenza
L’11 luglio Roberto Rampi, Senatore eletto nel PD e iscritto al Partito Radicale, e Matteo Angioli, Segretario del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, hanno partecipato alla Conferenza Globale “Defend Media Freedom” organizzata a Londra dai governi britannico e canadese. Nei vari incontri e dibattiti che si sono susseguiti si è tenuta una riunione dei membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) invitati alla conferenza. La riunione è stata presieduta da George Foulkes, membro della Camera dei Lord che, da circa un anno, è impegnato nell’assemblea parlamentare di Strasburgo come Relatore per la libertà della stampa.

Nel corso della riunione Roberto Rampi ha sottolineato che, oltre a registrare e reagire alle allarmanti cifre di giornalisti uccisi annualmente e che solo il 13% dei paesi nel mondo gode di una stampa che possa definirsi libera, occorre prestare attenzione agli attacchi più subdoli e apparentemente meno insidiosi che la stampa subisce nelle cosiddette democrazie consolidate, a partire dal caso di Radio Radicale.

“Uno dei nostri obiettivi deve essere la difesa della vita dei giornalisti. Ma oggi occorre difendere i sistemi da ciò che la gente pensa che l’informazione debba o non debba essere. Quando ero relatore su una legge alcuni anni fa sui media, in Italia, molte persone mi scrivevano chiedendo perché volessi continuare a sovvenzionare testate giornalistiche che avrebbero dovuto chiudere. Io credo invece che l’informazione sia necessaria e che sia il punto di partenza della democrazia”, ha detto Rampi.

Conversazione di Giulio Terzi di Sant’Agata con il Sole 24 Ore
Il Sole 24 Ore pubblica, il 14 luglio, una lunga conversazione tra Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente del Global Committee for the Rule fo Law “Marco Pannella” e Paolo Bricco, curatore della rubrica “A Tavola Con”. Come scrive l’Ambasciatore Terzi sono molti i temi toccati nella conversazione, in particolare quelli sulle nuove tecnologie e le trasformazioni che esse determinano nella geopolitica, nella conoscenza e nel pensiero politico e sociale: “Oggi – afferma Giulio Terzi – l’intelligence ha cambiato tutto. L’intelligence. La diplomazia. Il concetto di guerra. L’idea della pace. Siamo di fronte ad una vera e propria mutazione della struttura della realtà.”

Il Consiglio ONU per i Diritti Umani è sempre più sottomesso alla Cina
Il 12 luglio, ultimo giorno della 41ma sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, 37 paesi hanno presentato una lettera di elogio circa la situazione dei diritti umani in Cina, con particolare riferimento alla provincia dello Xinjiang. Tra i 37 firmatari non potevano mancare Russia, Corea del Nord, Venezuela, Arabia Saudita, Myanmar, Laos, Cambogia, Camerun e Burundi. Lo stesso giorno, l’Ambasciatore cinese Xu Chen, è intervenuto ringraziando i firmatari che hanno riconosciuto i “progressi della Cina nel campo dei diritti umani nello Xinjiang e il successo nella lotta al terrorismo e all’estremismo”. L’Ambasciatore ha anche elencato i principi su la Cina si aspetta ulteriore collaborazione presso il Consiglio: “obiettività, trasparenza, non selettività, consenso e non politicizzazione.”

24 anni fa il massacro di Srebrenica
L’11 luglio, in occasione del 24° anniversario del massacro di Srebrenica in Bosnia Erzegovina, Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale, hanno ricordato come fu possibile, a causa dell’inerzia delle Nazioni Unite e del Comando olandese, far esplodere una guerra civile nel cuore dell’Europa.

In occasione di quella guerra non furono pochi i resistenti che si iscrissero al Partito Radicale con Emma Bonino e Sergio Stanzani, allora Presidente e Segretario del Partito Radicale, che si recarono sotto la Sarajevo bombardata, con il Sindaco Muhamed Kreševljaković che si iscrisse al Partito Radicale e legò il suo impegno per salvare la sua città a quello di salvare il Partito Radicale, impegnato nella campagna per i trentamila iscritti. Come ieri, oggi assistiamo impassibili, inerti a quello che accade in Libia, avamposto dei profondi sconvolgimenti dell’Africa sub sahariana. Sarajevo non è meno lontana di Tripoli. I silenzi che diventano complicità li conosciamo. Sin dal tempo dei campi nazisti, prima di intervenire si è riflettuto sempre troppo.

Oggi è necessario intervenire sull’emergenza intervenendo in Libia, con la stessa forza con la quale si intervenne a Sarajevo. Ma è solo un intervento straordinario che contrasti l’avanzata cinese, che tutto compra a discapito delle popolazioni locali costrette ad emigrare, che potrà evitare la catastrofe che incombe e della quale l’Europa è la prima, diretta interessata. Ma fa più notizia, desta più curiosità, fa più identità dividersi se farli sbarcare tutti o non farne sbarcare nessuno. Mentre è più complesso, ma necessario, concepire forme di cooperazione preventive di quelle partenze, oggi ancora meramente simboliche.

Il Congresso del Partito dello Stato di Diritto
Dal 5 al 7 luglio si è tenuto a Roma il 41° Congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito che ha deciso di rilanciare vertenze politiche transnazionali per la promozione e l’affermazione dello Stato di Diritto e dei diritti umani fondamentali. Il Congresso ha anche eletto Maurizio Turco alla Segreteria e Irene Testa alla Tesoreria. Alla Presidenza d’Onore: l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri e presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”; la militante storica radicale Laura Arconti; Abdelbasset Ben Hassan, presidente tunisino dell’Istituto Arabo per i Diritti Umani e Sam Rainsy, capo della opposizione democratica in esilio della Cambogia.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Iran deciso a non rispettare gli impegni dell’accordo sul nucleare
Mentre il 14 luglio il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha detto in un discorso televisivo che l’Iran è pronto a tenere colloqui con gli Stati Uniti se Washington revocherà le sanzioni e tornerà a sottoscrivere all’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), l’11 luglio un parlamentare iraniano ha dichiarato che se i paesi europei non rispetteranno gli impegni presi nel quadro del JPCOA, l’Iran “intensificherà” le misure per ridurre i propri obblighi. “Se l’Europa non manterrà gli impegni durante il periodo di 60 giorni in cui ci troviamo attualmente, l’Iran farà il terzo passo con convinzione”, ha detto Mojtaba Zolnour, presidente della commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento, specificando che il terzo passo consiste nell’installazione di nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Separatamente, il Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha affermato che non ci saranno negoziati con gli Stati Uniti fino a quando non saranno revocate le sanzioni contro l’Iran: “Non abbiamo mai lasciato il tavolo dei negoziati. [Gli Americani] hanno deciso di lasciare il tavolo dei negoziati e ora avanzano una richiesta ingannevole dichiarandosi pronti per i negoziati. Non negozieremo con coloro che compiono atti di terrorismo economico contro il nostro popolo.”

UANI: l’arricchimento dell’uranio è una violazione sistematica dell’accordo sul nucleare
L’8 luglio il presidente di United Against Nuclear Iran (UANI), Joseph Lieberman e l’Ambasciatore e CEO Mark Wallace hanno rilasciato una dichiarazione in risposta alla notizia secondo la quale l’Iran stava arricchendo l’uranio al 4,5% in violazione dell’accordo sul nucleare siglato nel 2015 e noto come JCPOA:

La decisione dell’Iran di aumentare il livello di arricchimento dell’uranio indica la scelta di rompere sistematicamente l’accordo sul nucleare, ed è l’ultima di una serie di decisioni che rivelano la natura unilaterale e imperfetta dell’accordo. Inoltre, dal 2015, l’Iran non rispetta la risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha attuato l’accordo, violando in particolare l’embargo sulle armi e sulle disposizioni sui missili balistici.

L’ultima azione dell’Iran è volta a creare un divario tra Europa e Stati Uniti. Ma non funzionerà. Le aziende europee hanno dimostrato di non essere disposte a fare affari con la Repubblica Islamica. Ora spetta ai governi europei respingere Il ricatto nucleare dell’Iran e unirsi agli Stati Uniti nel riportare il regime iraniano al tavolo dei negoziati per un accordo che sia completo e possa superare la prova del tempo.

Per ora niente sanzioni individuali contro il Ministro degli Estri iraniano
L’11 luglio il governo degli Stati Uniti ha deciso di non imporre sanzioni al Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, per ora. Washington vuole lasciare aperta la porta della diplomazia. Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il 24 giugno, aveva detto che Zarif sarebbe stato inserito nella lista nera quella settimana, Trump ha ribadito di voler negoziare con l’Iran e così il Segretario di Stato Mike Pompeo ha confermato che per il momento non ci saranno sanzioni contro Zarif.

Il 4 luglio, il New York Times aveva citato Zarif che, in una e-mail, affermava di non possedere proprietà o conti bancari fuori dall’Iran, “quindi non ho alcun problema personale con possibili sanzioni”. I termini del negoziato fissati dagli Stati Uniti non cambiano. Includono lo stop all’arricchimento dell’uranio, l’accesso libero agli ispettori nucleari dell’ONU ai siti in tutto il paese, il rilascio dei cittadini statunitensi detenuti in Iran e il ritiro delle forze iraniane dalla Siria. Se Washington vuole avviare una trattativa con Teheran potrebbe inviare altri segnali concilianti.

Uno sarebbe quello di consentire una stabilizzazione delle esportazioni petrolifere iraniane, che toccavano i 2,5 milioni di barili al giorno (bpd) prima che Trump si ritirasse dall’accordo (JPCOA). Da allora sono scese a circa 300.000 bpd. Piuttosto che rinnovare le sanzioni, per consentire così a paesi come la Cina e l’India di continuare a importare petrolio iraniano, Washington potrebbe chiudere un occhio.

L’Argentina designerà Hezbollah come gruppo terrorista
Il governo argentino si appresta a designare Hezbollah come un’organizzazione terroristica portando come evidenza il ruolo del gruppo nel bombardamento del 1992 dell’ambasciata israeliana e nel 1994 in quello nel centro comunitario ebraico AMIA, entrambi a Buenos Aires. Secondo il quotidiano La Nacion, a causa dei tempi necessari per approvare una legge nel Parlamento argentino, l’11 luglio il Presidente Mauricio Macri ha incaricato il Ministero della Sicurezza e l’Unità per l’Intelligence Finanziaria di trovare il modo più rapido per etichettare l’organizzazione sciita come gruppo terroristico. Fonti interne al governo hanno fatto sapere che un’alternativa consiste nell’approvazione di un decreto che designa Hezbollah come un gruppo terroristico.

Il Ministro per la Sicurezza, Patricia Bullrich, ha parlato di “progressi abbastanza importanti” specificando che il governo è impegnato lavorando affinché “la lista [nel registro delle organizzazioni terroristiche] sia composta da organizzazioni con presunzioni concrete. In questo caso gli avvisi a codice rosso [di Interpol]. Aderiamo alla lista delle Nazioni Unite e aggiungeremo quelle organizzazioni terroristiche che sono o sono state attive in Argentina.”

Gli Stati Uniti sanzionano tre membri di Hezbollah
Il 9 luglio il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato tre membri di Hezbollah: Mohammad Raad, deputato, capogruppo del partito di Lealtà alla Resistenza di Hezbollah; Amin Cherri, deputato; Wafiq Safa funzionario per la sicurezza. Benché gli Stati Uniti considerino Hezbollah un gruppo terroristico nella sua interezza senza distinzione tra le ali politiche e quelle militari, con questa decisione Washington sanziona per la prima volta gli eletti del gruppo.

Personalità libanesi, tra cui il Presidente Michel Aoun, il Primo ministro Saad Hariri e il Presidente del Parlamento Nabih Berri, hanno espresso il loro disappunto per le sanzioni. Berri li ha definiti “un flagrante attacco contro il parlamento libanese e tutto il Libano”. Anche Hezbollah ha condannato le nuove sanzioni statunitensi come un “assalto al Libano”. Il gruppo parlamentare di Lealtà alla Resistenza ha detto che non avranno nessun impatto sulle azioni del gruppo.

Stallo nei colloqui sulla demarcazione dei confini tra Libano e Israele
Secondo quanto riferito dal quotidiano libanese Naharet, il 10 luglio il Libano e Israele hanno interrotto i negoziati sui confini terrestri e marittimi mediati dall’assistente al Segretario di Stato del Dipartimento di Stato americano per gli affari del vicino Oriente, David Satterfield. A far cambiare il vento è stato un intervento dell’Iran e della Siria inducendo “la parte libanese, in particolare Hezbollah, a interrompere i negoziati”, a causa delle crescenti tensioni tra Stati Uniti, Iran e Israele.

Attore libanese interrogato per offesa alla religione
Un attore libanese, Patrick Moubarak, è stato posto in custodia cautelare dalle forze dell’ordine per essere interrogato dopo esser stato denunciato per offesa della religione, del Presidente Michel Aoun e del capo di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Il sostituto procuratore di stato Imad Qabalan ha interrogato l’attore il 10 luglio e l’indomani lo ha rilasciato dopo che un medico legale ha riferito di aver “scoperto che soffre di una serie di malattie che hanno indotto il sostituto procuratore a optare per il rilascio”. L’avvocato di Moubarak ha detto che l’attore ha sofferto di “varie crisi finanziarie, sanitarie e giudiziarie” negli ultimi mesi e che era sotto l’influenza di medicinali.

Tre giornalisti incarcerati a Teheran in sciopero della fame
Il 12 luglio Reporters Senza Frontiere ha attirato l’attenzione sulle condizioni di tre giornalisti iraniani incarcerati e in sciopero della fame da settimane. Il fotografo e blogger Soheil Arabi digiuna da oltre venti giorni e i due giornalisti che scrivono su una rivista studentesca, Sanaz Allahyari e Amir Mohammadifar, hanno iniziato da una settimana. I tre chiedono condizioni di detenzione migliori e di non subire maltrattamenti dal personale del carcere.

Soheil Arabi, 33 anni, era stato arrestato dai Guardiani della Rivoluzione (IRGC) nel novembre 2013, nella sua casa di Teheran e ha trascorso due mesi nel settore 2-A del carcere di Evin, a Teheran. Dopo esser stato trasferito in un altro istituto, il 30 agosto 2014, il Tribunale penale di Teheran lo ha condannato a morte per sacrilegio e “insulto al profeta dell’Islam” espresso in otto account Facebook tutti apparentemente riconducibili ad Arabi.

Inoltre, il 4 settembre 2014, la Corte Rivoluzionaria di Teheran lo ha condannato a tre anni di reclusione per “aver insultato la Guida Suprema della Repubblica Islamica”, l’Ayatollah Ali Khamenei e per “propaganda contro lo stato”. Due anni dopo, le condanne sono state commutate in sette anni e mezzo di reclusione, e all’obbligo di copiare a mano tredici libri di testo sciiti e a studiare l’islam sciita.

Incarcerato a Teheran un noto critico del regime
L’Agenzia per i diritti umani iraniana, HRANA, ha riferito il 10 luglio che un noto attivista politico, Mohammad Nourizad, è stato incarcerato. Nourizad è uno dei 14 firmatari di una dichiarazione che invitava il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei a dimettersi per superare lo stallo politico del paese e che chiedeva una riforma della Costituzionale iraniana. L’8 luglio Nourizad aveva fatto sapere che stava andando alla prigione di Evin, a Teheran, dove era stato convocato per offrire spiegazioni sulla visita che aveva fatto nelle aree nel nord del paese colpite dall’alluvione ad aprile. Amici e attivisti però collegano l’arresto con la dichiarazione firmata da Nourizad.

Incontro tra il governo dello Yemen e i ribelli Houthi
I rappresentanti del governo yemenita e dei ribelli Houthi si incontreranno oggi 15 luglio a bordo di una nave per discutere un piano per siglare una tregua e superare il blocco nella città portuale di Hodeidah che impedisce la distribuzione di viveri e medicinali alla popolazione stremata. L’incontro ha preso il via ieri a bordo della nave Antarctic Dream nel Mar Rosso, a circa 30 km da Hodeidah.

L’ONU ha noleggiato la nave come territorio neutrale. La riunione del Comitato di Coordinamento della Riconversione (RCC) è guidata dall’ex Tenente generale danese Michael Lollesgaard. L’obiettivo è il ritiro delle forze da Hodeidah come parte di un accordo di cessate il fuoco che era stato raggiunto lo scorso dicembre nella capitale svedese, Stoccolma. Il ritiro avrebbe dovuto avvenire due settimane dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco il 18 dicembre, ma il termine non è stato rispettato.

A maggio, l’ONU aveva annunciato che i ribelli si erano ritirati da Hodeidah e da altri due porti vicini, ma il governo aveva accusato la milizia di aver messo in scena il ritiro, avendo semplicemente dato il controllo ai suoi alleati.

Iraq e Iran sempre più uniti attraverso la politica sui visti
A seguito delle sanzioni statunitensi e dell’abbandono di aziende straniere dall’Iran, Teheran sta cercando di aumentare le sue entrate e la sua valuta ospitando il maggior numero possibile di turisti iracheni. Il 22 giugno il responsabile degli affari economici iraniano, Arif Abbasi, ha dichiarato che “il numero di visti per gli Iracheni aumenterà fino a 5.000 al giorno”. Fino a maggio, venivano emessi quotidianamente circa 2.500 visti d’ingresso dal Consolato Generale dell’Iran a Najaf.

Un collaboratore dell’ambasciatore iraniano a Baghdad, ha dichiarato ad Al-Monitor che “il numero di iracheni che arrivano in Iran per turismo religioso o per trattamenti medici cresce annualmente. Questo aumento va aggiunto a coloro che viaggiano in Iran per vedere i loro parenti. Sono 2-3 milioni, gli Iracheni che arrivano in Iran ogni anno ed è una cifra destinata ad aumentare.”

Durante la visita in Iraq a marzo del Presidente iraniano Hassan Rouhani, i due paesi hanno rinunciato alle tasse sui visti. Inizialmente l’Iraq aveva rifiutato, per poi cambiare quando il governo iraniano e il governo regionale del Kurdistan iracheno (KRG) hano raggiunto un accordo che consente ai cittadini iraniani di entrare nella regione del Kurdistan senza visto, e viceversa.

Il deputato Hama Rashid non ha accolto con favore la decisione di rinunciare alle tasse sui visti. A marzo ha affermato che “tale misura serve solo gli interessi iraniani, dato che 7 milioni di iraniani entrano in Iraq ogni anno per visitare santuari religiosi a Baghdad, Salahuddin, Karbala, Najaf e nelle parti centrali del paese”. Rashid ha indicato che tale decisione non va a vantaggio dell’Iraq, poiché il numero di iraniani che entrano in Iraq ogni anno è di gran lunga superiore al numero di iracheni che entrano in Iran. Prima della revoca della tassa sui visti, gli Iracheni sborsavano quasi 52 dollari per ottenere il visto. Oggi il costo non supera 3,50 dollari.

SPAGNA E CATALOGNA

Il Presidente catalano Torra processato per disobbedienza
Il 12 luglio il Tribunale Regionale della Catalogna, il TSCJ, ha deciso di processare il Premier catalano Quim Torra per disobbedienza, essendosi rifiutato di rimuovere dagli edifici pubblici i fiocchi gialli e altri simboli di solidarietà con gli esponenti catalani indipendentisti incarcerati o in esilio, affissi durante la campagna elettorale per le elezioni municipali ed europee del 26 maggio. Con una decisione che può essere impugnata, il giudice Carlos Ramos ha decretato l’inizio di un processo contro il presidente indipendentista, per il quale il pubblico ministero ha chiesto l’interdizione dai pubblici uffici per un anno e otto mesi.

FOTO DELLA SETTIMANA
Londra, 11 luglio 2019: Roberto Rampi, Lord Foulkes, Maura Hopkins e Matteo Angioli alla conferenza globale sulla libertà dei media organizzata dai governi britannico e canadese

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