N43 – 16/9/2019

PRIMO PIANO

Colpito il più importante impianto petrolifero al mondo
Il 14 settembre alle 3.31 e alle 3.42 si sono verificate due forti esplosioni nel giacimento petrolifero di Khurais e nell’impianto di lavorazione di Abqaiq, entrambi di proprietà di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale del paese, spesso descritta come il gioiello della corona del regno. L’incendio è stato spento dopo molte ore e i danni sono significativi. Secondo il Ministero del Petrolio saudita la produzione subirà una perdita di circa 5 milioni di barili al giorno, ovvero quasi la metà della produzione, stimata del regno di 9,7 milioni di barili, e pari al 5% della produzione globale.

L’attacco è stato rivendicato dagli Houthi, l’esercito ribelle allineato all’Iran in lotta da oltre quattro anni con la coalizione militare a guida saudita nel vicino Yemen. Un portavoce dei ribelli ha fatto sapere che l’assalto è stato effettuato con 10 droni, grazie all’acquisizione di una tecnologia molto più potente che ha permesso di colpire obiettivi fino a 1.500 km di distanza.

Oleodotti, installazioni petrolifere e petroliere saudite hanno subito attacchi occasionali negli ultimi due anni, ma per gli analisti ciò che è accaduto in Arabia Saudita sabato scorso è un’escalation ben più grande: un colpo alla giugulare dell’industria petrolifera del regno. Abqaiq è il più grande impianto di lavorazione del petrolio al mondo, dove 2/3 circa della fornitura totale saudita viene raffinata e ripulita da impurità come zolfo e sabbia. “E’ il cuore dell’infrastruttura petrolifera dell’Arabia Saudita”, ha affermato Homayoun Falakshahi, analista nel settore petrolifero. Il fatto che possa essere gravemente colpito e danneggiato è un segno che l’impianto petrolifero più importante al mondo è più vulnerabile di quanto si pensasse ed è considerato un obiettivo legittimo.

L’importanza del discorso di dimissioni dello Speaker John Bercow
“Come Presidente ho cercato di aumentare l’autorità relativa di questa legislatura per la quale non presenterò assolutamente scusa alcuna a nessuno, in nessun luogo e in nessun momento. Utilizzando un concetto forse un po’ pericoloso, ho cercato di essere il ‘backstop’ di tutti parlamentari (backbenchers, ndr).”

(…) non mi sarebbe stato possibile senza il sostegno costante di questa aula e dei suoi membri, passati e presenti. Questo è un luogo meraviglioso, composto per la stragrande maggioranza da persone motivate dalla nozione di interesse nazionale, dalla percezione del bene pubblico e dal senso del dovere, non come delegati ma come rappresentanti, che ritengono di agire secondo ciò che giusto per il nostro paese. Se degradiamo questo Parlamento, lo facciamo a nostro rischio e pericolo (…)

Auguro al mio successore alla Presidenza tutto il meglio affinché, in qualità di Presidente della Camera dei Comuni, protegga i diritti di tutti i parlamentari individuali e il Parlamento come istituzione.”

Queste le parole con cui il 9 settembre John Bercow si è dimesso da Speaker della House of Commons. Difficilmente, chi ha a cuore la difesa e la promozione dello stato di diritto e della democrazia rappresentativa rimarrà indifferente a questo intervento e all’alto senso delle istituzioni dimostrato da Bercow.

Intervista video di Giulio Terzi per Vocal Europe
Il 9 settembre Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, in un intervista video per la rubrica “Monday’s Series” di Vocal Europe, ha affrontato molte questioni urgenti che la politica estera dell’UE deve trattare. I temi toccati includono Iran, Israele, Russia, Turchia, Balcani occidentali e naturalmente la condizione dello stato di diritto a livello internazionale.

Bachelet: “Mai vista una minaccia ai diritti umani di questa portata”
Il 9 settembre l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha aperto la 42ma sessione regolare del Consiglio Diritti Umani a Ginevra con un aggiornamento sulla situazione dei diritti umani in tutto il mondo. Nel suo intervento ha affermato: “Il mondo non ha mai visto una minaccia ai diritti umani di questa portata. Questa non è una situazione in cui qualsiasi paese, qualsiasi istituzione, o qualsiasi politico possa stare in disparte. Le economie di tutte le nazioni; il tessuto istituzionale, politico, sociale e culturale di ogni Stati, e i diritti di tutti i vostri popoli – e delle generazioni future – ne subiranno l’impatto”.

Si avvicina la sentenza sui detenuti politici catalani
Il 14 settembre 2019 nella rubrica “Radical Nonviolent News” su Radio Radicale, Matteo Angioli, Segretario del Comitato Mondiale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella” e Rossella Selmini, docente di criminologia all’Università di Bologna, hanno parlato della “Diada” dell’11 settembre, la festa nazionale della Catalogna, a cui hanno partecipato entrambi grazie alla associazione “Foreign Friends of Catalonia” di cui la professoressa è vice presidente. La sentenza sui prigionieri politici in detenzione preventiva da due anni e la possibilità molto concreta di nuove elezioni, il 10 novembre, in Spagna, rendono il futuro sia per la Catalogna che per la Spagna, molto incerto e delicato, visto il silenzio che Madrid continua ad emettere nei confronti di Barcellona.

Chiesta l’istituzione di un’indagine ONU sulle violazioni in Venezuela
Ad agosto Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno chiesto al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite di creare una commissione per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Venezuela. La richiesta è di incaricare la commissione di indagare sui casi di torture e trattamenti disumani, detenzioni arbitrarie, discriminazione, sparizioni forzate e violazioni della libertà di parola e del diritto alla vita, alla salute e al cibo.

“Le vittime di questa grave crisi umanitaria e dei diritti umani in Venezuela meritano una risposta forte da parte del Consiglio Diritti Umani in grado di garantire il rispetto del diritto alla verità, alla giustizia e al risarcimento”, ha dichiarato José Miguel Vivanco, direttore della Divisione delle Americhe di Human Rights Watch.

Aumentano gli arresti di membri dell’opposizione cambogiana
Durante il fine settimana le autorità cambogiane hanno arrestato sei attivisti politici accusati di complottare per favorire il ritorno in Cambogia a novembre del capo dell’opposizione Sam Rainsy, in esilio a Parigi da diversi anni. Gli ultimi arresti portano a 26 il numero di attivisti arrestati quest’anno. L’Unione europea sta considerando la possibilità di sospendere l’accesso preferenziale della Cambogia al mercato europeo. Il portavoce della polizia cambogiana Chhay Kim Khoeun ha confermato che i 26 attivisti sono stati arrestati perché pianificavano manifestazioni volte ad impedire l’arresto di Rainsy nel caso in cui tentasse davvero di tornare in patria.

“Tik Tok” l’app cinese che sparge censura a livello mondiale
Cercando “#HongKong” su Twitter e altre piattaforme di social media porta ad un mosaico visivo delle inevitabili proteste della città. Ma sulla nascente app TikTok, una piattaforma di brevi filmati sviluppata da un gigante tecnologico con sede a Pechino, la stessa ricerca si traduce in una versione della realtà più politicamente conveniente: foto di cibo, selfie giocosi e, a malapena, qualche raro accenno dei disordini.

Drew Harwell e Tony Romm hanno scritto sul Washington Post che i ricercatori si preoccupano sempre più che l’app possa rivelarsi una delle armi più efficaci a disposizione della Cina nella guerra dell’informazione globale, attuando una censura in stile cinese per il grande pubblico degli Stati Uniti, di fatto formando la loro visione e comprensione di eventi del mondo reale. A conferma delle preoccupazioni crescenti dei ricercatori vi sono i – pochi – commenti pubblici di TikTok sui contenuti che rimuove e sulla presunta indipendenza dai censori di Pechino. Nella sua dichiarazione, la società ha difeso TikTok come un luogo di intrattenimento, non di politica, e – dando una possibile spiegazione del perché siano pochi video che si riferiscono ad argomenti delicati come le proteste di Hong Kong – ha affermato che il suo pubblico frequenta la piattaforma per i suoi contenuti “positivi e gioiosi”.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Fiamma Nirenstein sulle elezioni in Israele a Radio Radicale
Nella trasmissione “Diritto alla Conoscenza” del 15 settembre 2019 a cura di Laura Harth, la scrittrice e giornalista Fiamma Nirenstein ha parlato delle elezioni anticipate previste il 17 settembre in Israele per rinnovare i 120 parlamentari della Knesset, delle tensioni con Hezbollah e del ruolo e il pericolo posto dall’Iran nella regione soprattutto a seguito degli attacchi alle due istallazioni petrolifere in Arabia Saudita avvenute il 14 settembre.

Trump, Arabia e petrolio, il destino dell’Iran in un tweet
Luca Marfé segnala da Il Mattino un tweet del 16 settembre di Donald Trump in cui da una parte il Presidente statunitense minaccia l’intervento militare. Dall’altra l’Iran, che lo stesso Trump non cita espressamente, ma contro il quale punta il dito per l’attacco agli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita. “Abbiamo ragione di credere che conosciamo il colpevole”, gli Stati Uniti sono “pronti e carichi”.

Washington e Riad, insomma, si stanno parlando proprio in queste ore per stabilire se dietro il singolo “incidente” più grave della storia del greggio ci sia oppure no l’ombra di Teheran. Eventualità che, a giudicare dai toni e dalle premesse, sarebbe di per sé più che sufficiente a scatenare un putiferio. Di nuovo lo spettro della guerra, dunque. Di nuovo faccia a faccia con quell’Iran che non soltanto non indietreggia di un millimetro in termini di ambizioni nucleari, ma che addirittura si starebbe permettendo il lusso di minare la sicurezza dell’intera regione.

Se così fosse, il rischio di uno scossone subirebbe un’impennata parallela a quella che nel frattempo sta montando attorno al prezzo del petrolio: schizzato prima in avanti di venti punti percentuali e poi in qualche modo contenuto dall’annuncio di Trump che ha autorizzato l’utilizzo delle riserve straordinarie. Tensioni politiche che si mescolano con tensioni economiche. Quanto di peggio si possa immaginare per uno scenario in cui il confronto a muso duro rischia di diventare scontro a viso aperto.

Rouhani e Trump non si incontreranno alle Nazioni Unite
Oggi 16 settembre le autorità iraniane hanno reso noto che il Presidente Hassan Rouhani non incontrerà il Presidente Donald Trump all’apertura della nuova sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Non è nella nostra agenda e non si farà”, ha detto un portavoce degli Affari esteri dell’Iran ribadendo il rifiuto di sedersi con gli americani fino a quando l’Iran resterà sanzionato.

“La revoca di tutte le sanzioni è il presupposto indispensabile per una diplomazia costruttiva. Ci siederemo quando saremo sicuri che i problemi della nostra gente possano essere risolti”, ha detto il portavoce del governo Ali Rabiei, all’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, definendo “inaccettabili” le accuse degli Stati Uniti di esser dietro l’attacco all’impianto petrolifero saudita.

Il 15 settembre la consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway ha dichiarato che gli attacchi in Arabia Saudita “non hanno aiutato” le prospettive di un incontro tra i due leader durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma ha lasciato aperta la possibilità che un incontro possa ancora avvenire.

L’Iran punterà alla massima produzione di greggio se gli Stati Uniti rimuoveranno le sanzioni
Il 14 settembre il Ministro iraniano del petrolio Bijan Zanganeh ha affermato che la “massima produzione di greggio diverrebbe la politica del Ministero del Petrolio nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di alleggerire le sanzioni sull’industria petrolifera iraniana”. Da quando è uscito dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (JCPOA), il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reintrodotto le sanzioni contro l’Iran e ha perseguito una politica di “massima pressione” sull’Iran nel tentativo di costringere Teheran ad avere colloqui più ampi per limitare il suo programma di missili balistici e porre fine al sostegno alle sue forze di procura in tutto il Medio Oriente. Finora le autorità iraniane hanno escluso ogni tipo di colloquio fino a quando tutte le sanzioni non saranno revocate.

Trump licenzia John Bolton per un dissenso sulle sanzioni all’Iran
Martedì 10 settembre, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti John Bolton è stato improvvisamente sollevato dal suo incarico dopo che il Presidente Trump aveva ipotizzato la revoca di alcune sanzioni sull’Iran per incentivare Teheran a sedersi al tavolo dei negoziati. Una fonte interna alla Casa Bianca ha fatto sapere che Trump aveva condiviso l’idea di revocare le sanzioni in una discussione con Bolton nell’ufficio ovale nel pomeriggio di lunedì 9 settembre. Il Consigliere ha detto al Presidente di non essere assolutamente d’accordo e l’indomani è stato licenziato.

I due protagonisti non sono d’accordo su chi avesse preso la decisione. Il presidente ha dichiarato di averlo licenziato, mentre Bolton ha dichiarato di essersi dimesso. In un tweet del 10 settembre, Trump ha comunque rivendicato la sua decisione.

Morta la “blue girl” che aveva sfidato il divieto di recarsi allo stadio
Sahar Khodayari un’appassionata di calcio iraniana che si era immolata una settimana fa è morta il 10 settembre per le gravissime ustioni riportate. Si era incendiata a Teheran dopo il rinvio del processo a suo carico per aver tentato di entrare in uno stadio di calcio travestita da uomo. Le autorità iraniane infatti vietano alle donne di entrare negli stadi.

La sua storia ha fatto molto scalpore fin dall’inizio ed è stato usato l’hashtag #bluegirl (ragazza blu), in riferimento ai colori della sua squadra preferita, l’Esteqlal di Teheran. Sahar era stata arrestata a marzo dopo il tentativo fallito di entrare allo stadio ed è stata rilasciata su cauzione dopo un’incarcerazione di tre giorni. Quando è apparsa in tribunale, una settimana fa, e ha scoperto che la sua udienza era stata rinviata ha deciso di compiere il gesto estremo per timore di esser condannata a due anni di prigione.

Dal 1981 alle donne iraniane è stato impedito di andare negli stadi per assistere agli eventi sportivi maschili. Il divieto non è codificato per legge, ma è “applicato senza pietà”, afferma Human Rights Watch.

L’organo di governo del calcio Fifa aveva fissato il 31 agosto come scadenza per l’Iran per consentire alle donne di entrare negli stadi, cosa che il Paese non ha ancora garantito. “Siamo consapevoli di questa tragedia e ci addolora profondamente”, si legge in una dichiarazione della Fifa che aggiunge di voler ribadire “il nostro appello alle autorità iraniane affinché garantiscano la libertà e la sicurezza di tutte le donne impegnate in questa legittima lotta per porre fine al divieto di recarsi allo stadio”.

Costretto a nascondersi il campione di judo iraniano che ha osato sfidare Teheran
Dopo aver lasciato la nazionale di judo iraniana il mese scorso, dicendo che gli era stato ordinato di ritirarsi dai campionati mondiali per motivi politici, il campione del mondo Saeid Mollaei si è rifugiato in Germania dove continua ad allenarsi per le Olimpiadi del prossimo anno senza la garanzia di poter competere.

Mollaei avrebbe dovuto difendere il titolo affrontando il suo più grande rivale, l’israeliano Sagi Muki. Ma l’Iran ha una politica di boicottaggio di tutte le competizioni contro gli israeliani e infatti Mollaei ha dichiarato all’Associated Press di aver ricevuto l’ordine di perdere l’incontro precedente contro un russo per coprire il motivo del suo ritiro ed evitare di ritrovarsi di fronte l’atleta israeliano. Ma Mollaei si è rifiutato e ha vinto, attirandosi così addosso intimidazioni e minacce del governo di Teheran.

“Per una volta, ho deciso di vivere come un uomo libero e di dimostrare al mondo che sono un uomo coraggioso”, ha detto in una recente intervista in Germania, dove vive in un luogo sconosciuto, aggiungendo: “l’ho fatto per la mia anima. Per me. Volevo allenarmi e competere in libertà, con la pace della mente. Non volevo preoccuparmi di chi affrontare e chi non affrontare. Io voglio competere con chiunque, per onorare la carta olimpica.” Alla fine, Mollaei ha perso l’incontro per la medaglia di bronzo e non ha affrontato Muki, che ha conquistato l’oro. La Federazione Internazionale di Judo, che sostiene Mollaei, ha affermato di aver ricevuto richieste di ritiro da un viceministro dello sport iraniano, dall’ambasciata e dal presidente del Comitato olimpico iraniano.

La via più probabile per Mollaei verso le Olimpiadi di Tokyo del 2020 è ora la squadra del Comitato Olimpico Internazionale per i Rifugiati (COIF) ma per questo necessita dello status di rifugiato dalle Nazioni Unite. Adattarsi alla vita in Germania è difficile dice Mollaei: “I vestiti che indosso sono regali. Non avevo nulla quando sono arrivato in Germania. Ho deciso di venire qui e sono partito. Per fortuna ho ricevuto regali e aiuti dagli amici. E’ così che vivo adesso, con l’aiuto di alcuni amici e dell’COIF.”

Nuovo regolamento nelle università iraniane per scoraggiare gli studenti dall’attivismo
Sono in corso di attuazione norme più severe volte a controllare il comportamento politico degli studenti nelle università iraniane, indipendentemente dalle proteste. I nuovi regolamenti emendati e approvati dal Comitato Supremo per la Rivoluzione Culturale del Consiglio per l’islamizzazione delle università iraniane il 21 aprile 2019, autorizzano le autorità a punire gli studenti anche per le pacifiche attività online.

Il 15 settembre un avvocato attivista per i diritti degli studenti, Mohammad Ali Kamfirouzi, ha affermato: “I nuovi regolamenti sono introdotti sotto la pressione esterna (agli ambienti accademici)”. Si è venuto a creare un clima più duro e arbitrario con gli studenti. Nel nuovo regolamento, sostiene Kamfirouzi, il diritto degli studenti alla protesta è ancor più limitato rispetto al passato.

Vertice tra i leder di Turchia, Russia, Iran sul dossier Siria
E’ iniziato oggi 16 settembre ad Ankara l’incontro tra i leader di Turchia, Russia e Iran per raggiungere una tregua nel nord-ovest della Siria dopo gli ultimi attacchi del governo che rischiano di deteriorare le frizioni regionali e di originare una nuova ondata di migranti verso la Turchia. Il vertice di Ankara si concentrerà sulla regione di Idlib, l’ultimo territorio rimasto in mano ai ribelli che cercano di rovesciare il presidente Bashar al-Assad.

Il presidente russo Putin e l’iraniano Rouhani hanno appoggiato Assad contro i ribelli, mentre il presidente turco Erdogan, insieme agli alleati americani, europei e arabi, ha sostenuto diverse fazioni ribelli. Le forze di Assad, aiutate dall’aeronautica russa, hanno ripreso il controllo della maggior parte del territorio perso in guerra. Negli ultimi mesi, le forze di Assad hanno attaccato Idlib, dove combattenti radicali siriani e stranieri dominano insieme ad altre fazioni più moderate.

In base a un accordo con Mosca e Teheran due anni fa, la Turchia ha istituito 12 posti di osservazione militare nella Siria nord-occidentale per ridurre i combattimenti tra le forze di Assad e i ribelli. Le postazioni militari turche sono state recentemente catturate nel fuoco incrociato a causa dell’offensiva siriana nella regione. Per un approfondimento in tempo reale è possibile seguire le corrispondenze per Radio Radicale da Ankara di Mariano Giustino.

Nuove sanzioni statunitensi per Hezbollah
Il 9 settembre, il presidente Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo che modifica l’ordine esecutivo 13224, emesso dal presidente George W. Bush in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Il nuovo ordine esecutivo, tra le altre cose, consente ai dipartimenti di Stato e del Tesoro statunitensi di sanzionare i terroristi senza doverli legare a specifici atti di terrore.

Il Dipartimento di Stato ha emesso nuove sanzioni per quattro membri di Hezbollah: Ali Karaki; Muhammad Haydar; Fu’ad Shukr; e Ibrahim Aqil. Il Dipartimento del Tesoro ha preso di mira diverse persone ed enti sotto la nuova autorità, tra cui: Sa’id Izadi, capo dell’ufficio palestinese della Forza rivoluzionaria islamica Corps-Quds Force (IRGC-QF) Lebanon Corp.; Redin Exchange con sede in Turchia per il trasferimento di fondi a Hezbollah; la Saksouk Company for Exchange and Money Transfer, che possiede filiali in Libano, per effettuare trasferimenti a favore di membri dell’ISIS in Siria.

Lo Yemen di fronte ad una minaccia esistenziale
Nel prepararsi a informare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul conflitto che da quattro anni affligge lo Yemen, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, ha detto che il Paese deve ormai affrontare una minaccia per la propria esistenza. La dichiarazione giunge dopo la rivendicazione dei ribelli Houthi di aver attaccato le due strutture petrolifere saudite. Oltre quattro di guerra tra gli Houthi appoggiati dall’Iran e una coalizione di paesi arabi guidata dall’Arabia Saudita hanno messo in ginocchio lo Yemen, con accuse reciproche di crimini di guerra.

Negli ultimi mesi è emerso anche un movimento secessionista nel sud che sta prendendo il territorio dal governo sostenuto dai sauditi, complicando ulteriormente la situazione. I secessionisti sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), un partner nella lotta saudita contro gli Houti. Griffiths ha dichiarato alla BBC che lo Yemen deve affrontare “il rischio di frammentazione della propria esistenza, una grave minaccia alla stabilità nella regione. In queste circostanze, ciò che occorre è non perdere altro tempo, ma arrivare al tavolo per ottenere l’accordo politico per porre fine a quel conflitto”.

FOTO DELLA SETTIMANA
Abqaiq, 14 settembre 2019: l’esplosione a seguito dell’attacco al più importante impianto petrolifero al mondo in Arabia Saudita

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