N44 – 23/9/2019

PRIMO PIANO

Due fondamentali risoluzioni adottate dal Parlamento europeo
Il 19 settembre il Parlamento europeo è stato protagonista della difesa e promozione dei diritti umani approvando a larga maggioranza due risoluzioni di elevato impatto politico-culturale, che tracciano una traiettoria futura chiara sul percorso che la democrazia deve compiere per non soccombere alle pressioni di regimi autoritari e per incoraggiare avvocati, politici, attivisti, giornalisti e tutti coloro che difendono attivamente ogni giorno i diritti umani in tutto il mondo.

La prima risoluzione tratta l’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa ed equipara i crimini compiuti in nome della follia nazista con quelli comunisti. Occorre notare come questo testo ufficiale della maggiore assemblea rappresentativa europea giunga nel momento critico in cui è fondamentale la costituzione di un argine democratico e di diritto contro la sempre più aggressiva azione autoritaria a livello globale che Pechino esercita, sotto il comando del Partito comunista cinese, in ogni settore: politico, tecnologico, militare, economico, sociale e culturale.

La seconda risoluzione, approvata lo stesso giorno, condanna le violazioni dei diritti umani in Iran. Con 608 voti a favore, 7 contrari, e 46 astensioni, il Parlamento europeo insiste sulle autorità di Teheran affinché rilascino incondizionatamente tutti difensori dei diritti delle donne, arbitrariamente incarcerati per le azioni contro l’obbligo di indossare l’hijab, e tutti gli altri difensori dei diritti umani, incarcerati e condannati semplicemente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e associazione.

Il Parlamento europeo e il Partito Radicale all’ONU si mobilitano sull’Iran
Giovedì 19 settembre, durante la sessione plenaria di Strasburgo, il Parlamento europeo ha adottato con una maggioranza schiacciante una risoluzione di condanna delle violazioni dei diritti umani in Iran. Con 608 voti a favore, 7 contrari, e 46 astensioni, il Parlamento europeo insiste sulle autorità di Teheran affinché rilascino incondizionatamente tutti difensori dei diritti delle donne, arbitrariamente incarcerati per le azioni contro l’obbligo di indossare l’hijab, e tutti gli altri difensori dei diritti umani, incarcerati e condannati semplicemente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e associazione. La risoluzione elogia e sostiene le iraniane che difendono i diritti umani nel loro paese, che continuano a difendere le loro cause, nonostante le difficoltà e le ripercussioni personali.

Venerdì 20 settembre inoltre, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha espresso gli stessi concetti durante un evento parallelo al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra organizzato dal Partito Radicale. Insieme a Tahar Boumedra, già Direttore dell’Ufficio per i Diritti Umani dell’United Nations Assistance Mission in Iraq (UNAMI), e Alfred-Maurice de Zayas, già esperto indipendente ONU per un ordine internazionale democratico e equo, ha reiterato l’urgenza e l’importanza di una Commissione d’inchiesta indipendente sui crimini commessi dal regime iraniano nel 1988 con un vero e proprio massacro di almeno 30.000 membri dell’opposizione all’interno del paese.

Francia vs Italia: addio Libia? Intervento di Giulio Terzi di Sant’Agata
Nel n. 3/19 della rivista “Italiani di Libia”, pubblicazione dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia Onlus (AIRL), diretta da Daniele Lombardi, a pag. 6 l’Amb. Giulio Terzi interviene con un contributo intitolato “Francia vs Italia: addio Libia?“. Si tratta del discorso dell’Ambasciatore nella Sala Nilde Iotti della Camera dei Deputati lo scorso 5 marzo, in cui mette in luce la centralità attribuita all’Italia e all’AIRL per i buoni rapporti tra Italia e Libia.

Progetto “safe city” tra Serbia e Cina
Il 20 settembre Serbia e Cina hanno lanciato una nuova iniziativa di sicurezza che prevede l’impiego di agenti di polizia cinesi in tre città serbe. Secondo i due governi le misure aiuteranno un numero crescente di turisti cinesi a sentirsi al sicuro quando visitano la Serbia, sebbene due delle città target Novi Sad e Smederevo, oltre a Belgrado, siano note soprattutto per gli investimenti cinesi che per il turismo. Inoltre, il progetto “safe city” impiega già centinaia di telecamere, prodotte dall’azienda cinese Huawei, munite di tecnologia per il riconoscimento facciale. Il Ministro degli Interni serbo ha dichiarato che “i dettagli del progetto sono strettamente segreti”.

La Spagna torna alle urne per la quarta volta in quattro anni
Cinque mesi dopo, la politica spagnola suggella definitivamente la propria sconfitta, tornando a scaricare sull’elettorato quell’impotenza che ha fatto della Spagna un Paese ad alto tasso d’instabilità: non ci sarà infatti alcun governo a tradurre i risultati elettorali dello scorso 28 aprile, ma un nuovo rinvio alle urne per il prossimo 10 novembre, le quarte elezioni negli ultimi quattro anni. Finisce così, per il momento almeno, la telenovela della coalizione progressista, mai voluta veramente dai socialisti e che Podemos non ha saputo capitalizzare. E che, all’ultimo momento, con la proposta di Ciudadanos di astensione ad alcune condizioni “impossibili”, ha rischiato un finale di segno opposto.

Ma si tratta solo di una dilazione, se è vero che nuove elezioni non scioglieranno il nodo della governabilità, riproponendo una pluralità di partiti senza maggioranza, obbligati ancora a trattare tra loro. E se la mobilitazione dei cosiddetti poteri forti, che non ha mai smesso di puntare su un’alleanza Psoe-Ciudadanos, avrà allora la meglio su una soluzione progressista della crisi. Con alcune incognite che minano il campo d’incertezza: la probabile smobilitazione dell’elettorato di sinistra e gli effetti della sentenza del processo contro la leadership indipendentista catalana attesa per la prima metà di ottobre.

Il leader dell’opposizione cambogiana si appella alle Nazioni Unite
Il 22 settembre il leader in esilio dell’opposizione cambogiana e presidente d’onore del Partito Radicale, Sam Rainsy, ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra chiedendo un intervento volto a garantire che il ritorno in Cambogia il 9 novembre, assieme alla leadership del principale partito di opposizione (il Cambodia National Rescue Party) diventi un’opportunità di dialogo e riconciliazione con il governo guidato ininterrottamente da Hun Sen per 34 anni.

ONG denunciano all’ONU le violazioni dei diritti umani in Vietnam
Il 18 settembre, alla 42a sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, le organizzazioni Acting Together for Human Rights e Vietnam Committee on Human Rights (VCHR) hanno denunciato le gravi violazioni del Vietnam in materia di diritti umani e libertà di religione o credo e il rifiuto sistematico del governo di Hanoi di avviare un dialogo autentico con la comunità internazionale e la società civile per migliorare la situazione dei diritti umani in Vietnam.

I rappresentanti delle due organizzazioni hanno anche ricordato che Lê Hòai Trung, capo della delegazione vietnamita, in occasione della Universal Periodic Review (UPR) nel luglio 2019 ha accusato le due ONG di essere “faziosi e irresponsabili”. Queste parole celano la politica del governo volta a far tacere ogni voce critica, sia interna che esterna del paese. “Se fossimo in Vietnam, probabilmente saremmo in prigione ormai!”, ha detto il presidente di VCHR Võ Văn Ái.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Udai e Partito Radicale chiedono al Ministro di Maio di conoscere gli orientamenti del governo rispetto a Israele
Oggi 23 settembre, l’Unione di Associazioni Pro Israele (Udai), insieme al Partito Radicale, ha consegnato alla Farnesina una lettera indirizzata al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in cui si chiede quali siano le intenzioni e gli orientamenti del nuovo governo in materia di Israele e Medio Oriente.

“Chiediamo al nuovo governo quali siano i suoi orientamenti strategici nei confronti d’Israele – ha spiegato il presidente Udai, Carlo Benigni, durante la manifestazione che ha preceduto la consegna della missiva –. I precedenti governi italiani, e non solo quelli di centro-sinistra, nell’ambito delle organizzazioni internazionali si sono quasi sempre pronunciati con un voto contrario rispetto ad Israele, o di astensione: un voto non proveniente da un Paese amico. Bisognerebbe ricordare che Israele è una democrazia. Per questo abbiamo scritto direttamente al Ministro degli Esteri.”

Impennata del costo del petrolio dopo l’attacco agli impianti in Arabia Saudita
L’attacco del 14 settembre agli impianti petroliferi in Arabia Saudita, che sembra aver infranto la prospettiva di un riavvicinamento tra Teheran e Washington, potrebbe far salire il prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile. L’attacco è stato sferrato mentre il Presidente Trump stava ipotizzando la possibilità di allentare le sanzioni contro l’Iran per indurre i leader iraniani a negoziare un nuovo accordo sul nucleare. La leadership di Teheran nega di essere dietro l’attacco, anche se i ribelli Houthi in Yemen, che sostengono l’Iran, hanno rivendicato l’azione.

L’esplosione ha causato una riduzione del 5% delle forniture globali di petrolio, i cui prezzi sono saliti alle stelle in Asia e in Europa. Il 16 settembre, a Londra è stata registrata un’impennata del 20% – il picco più alto raggiunto in un solo giorno dagli anni ’80, con un barile di greggio Brent che ha raggiunto i 71 dollari. “Non abbiamo mai visto un’interruzione dell’offerta e un conseguente rialzo dei prezzi come questo”, ha detto a Bloomberg Saul Kavonic, analista nel settore energetico del Credit Suisse.

L’attacco all’Arabia Saudita sarebbe partito dal sud-ovest dell’Iran
Secondo il governo degli Stati Uniti l’attacco di sabato scorso alle strutture petrolifere dell’Arabia Saudita ha avuto origine nell’Iran sud-occidentale. Tre membri dell’amministrazione Trump, parlando con Reuters in condizione di anonimato, hanno affermato che l’attacco ha coinvolto sia missili da crociera che droni, indicando che l’attacco ha comportato un livello più elevato di complessità e raffinatezza di quanto inizialmente si pensasse.

Pompeo definisce l’attacco in Arabia Saudita come un “atto di guerra”
Il 18 settembre il Segretario di Stato Mike Pompeo ha definito l’attacco alle strutture petrolifere saudite “un atto di guerra” e il Presidente Donald Trump ha annunciato nuove sanzioni su Teheran, intensificando l’escalation delle tensioni. Pompeo, che si trova in Arabia Saudita per discutere con i sovrani del regno dei passi successivi, ha detto: “Siamo fortunati perché l’attacco non ha provocato vittime americane, ma tutte le volte che ci troviamo davanti ad un atto di guerra di questa natura, si corre sempre il rischio che ciò accada. E’ un attacco di una portata che non avevamo mai visto prima.”

Il massimo diplomatico americano ha dichiarato che l’obiettivo della sua missione in Medio Oriente è quello di costruire una coalizione che contrasti il regime iraniano, aggiungendo che l’amministrazione Trump si muoverà in tal senso anche all’imminente riunione dei leader mondiali alla sessione di apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Gli Stati Uniti invieranno truppe e difesa aerea e missilistica in Arabia Saudita e annunciano nuove sanzioni all’Iran
Venerdì 20 settembre gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio truppe aggiuntive insieme a sistemi di difesa aerea e missilistici potenziati in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti in risposta all’attacco alle strutture petrolifere saudite, che gli Stati Uniti hanno accusato Teheran. Descrivendo l’attacco come una “drammatica escalation dell’aggressione iraniana”, il Segretario alla Difesa Mark Esper ha dichiarato che le truppe sarebbero “di natura difensiva e focalizzate principalmente sulla difesa aerea e missilistica” a seguito degli attacchi alle strutture petrolifere saudite a proposito dei quali Esper ha affermato che “tutto indica che il responsabile è l’Iran. In questo momento siamo concentrati sull’aiuto ai Sauditi a migliorare le loro infrastrutture di difesa”.

L’amministrazione Trump vuole che sia chiaro il messaggio che gli Stati Uniti sosterranno gli alleati nella regione, difenderanno il flusso di scambi commerciali attraverso il Golfo Persico e dimostreranno il loro impegno per l’ordine internazionale basato sulle regole.
“Come ha chiarito il Presidente, gli Stati Uniti non cercano conflitti con l’Iran. Detto questo, abbiamo molte altre opzioni militari disponibili qualora fossero necessarie”, ha dichiarato Esper.

Lo stesso giorno, il Generale Joseph Dunford, presidente dei Joint Chiefs of Staff, ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti non hanno deciso circa l’impiego di unità specifiche per le attività di difesa aerea. L’aiuto consisterà nel fornire assistenza per “migliorare la difesa aerea e missilistica saudita”.

Poco prima, Il presidente Trump aveva annunciato nuove sanzioni su due pilastri dell’economia iraniana, la banca centrale del paese e il suo fondo sovrano.

L’Iran rafforza il partenariato con la Cina per alleviare la sua economia
Di fronte alla crisi economica dovuta in gran parte alle sanzioni statunitensi, l’Iran potrebbe presto allinearsi alla Cina. Lo si evince dal recente aggiornamento dei termini della partnership strategica per i prossimi 25 anni che Teheran ha firmato con Pechino nel 2016. I cinesi guardano con molto interesse all’Iran per le risorse energetiche e la posizione strategica. Il mese scorso il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi si sono incontrati per aggiornare l’accordo e benché i dettagli di questa partnership non siano noti (la Cina non ha rivelato completamente i termini dei suoi accordi con altri paesi) ad oggi sappiamo che i primi investimenti avranno luogo nei primi cinque anni, con 280 miliardi di dollari pompati nei settori petrolchimici iraniani e 120 miliardi di dollari nel rinnovamento delle infrastrutture di trasporto e produzione. La Cina aumenterà le sue importazioni di petrolio iraniano, che sarà disponibile ad un prezzo scontato.

La pianificazione di Pechino di uno scambio bilaterale per un totale di circa 600 miliardi di dollari in 10 anni, farà salire gli investimenti in settori chiave come l’energia e i trasporti. La Cina ha già una presenza significativa in Iran, avendo erogato prestiti per un valore di 10 miliardi di dollari a società cinesi per progetti infrastrutturali: ferrovie, dighe e generatori di energia.

“Gli accordi includono anche il trasferimento in Iran di 5.000 cinesi impiegati personale di sicurezza per proteggere i progetti e cantieri. Inoltre è prevista un’ulteriore fornitura di personale e materiale per proteggere l’eventuale transito di forniture di petrolio, gas e e altri prodotti del settore petrolchimico dall’Iran alla Cina, ove necessario, anche attraverso il Golfo Persico”, ha detto una fonte iraniana a Petroleum Economist.

Tuttavia, Pechino potrebbe non essere in grado di colmare completamente il vuoto economico creato dalla partenza delle società occidentali dall’Iran a seguito delle sanzioni economiche e dall’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA. Anche il consolidamento dei legami con la Cina potrebbe chiudere le porte dei negoziati con l’Occidente, costringendo l’Iran a rispettare gli interessi a lungo termine della Cina. Impegnarsi completamente con la Cina quindi, potrebbe comportare una importante limitazione a lungo termine delle opzioni commerciali dell’Iran.

Rappresaglie contro chi vuole cooperare con l’ONU
Il 19 settembre il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che circa un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite ha effettuato rappresaglie contro attivisti che cooperano con l’organismo dell’ONU per la difesa dei diritti umani. Nel suo rapporto annuale, Guterres ha evidenziato in particolare Cina, Egitto, Iran e Vietnam, i quali hanno respinto le accuse durante il dibattito di due ore che si è tenuto al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra.

“Ci vengono segnalati continuamente atti gravi ai danni di coloro che osano rivolgersi alle Nazioni Unite o condividere informazioni con noi: detenzione senza possibilità di comunicare con l’esterno, torture e maltrattamenti, reclusione solitaria prolungata e persino morti in custodia”, ha detto Andrew Gilmour, Assistente del Segretario Generale delle Nazioni Unite, all’assemblea di Ginevra presentando il rapporto, aggiungendo che anche i loro familiari, i rappresentanti legali e i testimoni sono oggetto di fortissime pressioni.

Gilmour ha detto che le intimidazioni avvengono “sotto il nostro naso”, con attivisti filmati o registrati segretamente in occasione di eventi negli Stati Uniti e ha specificato che “le rappresaglie sono spesso dirette contro determinate persone quando tornano nei loro paesi”.

Il Rappresentante cinese al Consiglio per i Diritti Umani ha detto: “La cooperazione con le Nazioni Unite non può diventare un pretesto per mettere qualcuno al di sopra della legge; chiunque usi i diritti umani come strumento per incoraggiare attività secessioniste, sfidare il sistema politico e minare la stabilità dovrà vedersela con la legge”. Mentre quello iraniano, rispondendo all’affermazione per cui i giornalisti della BBC in lingua persiana avevano riportato “modelli di molestie e minacce”, ha affermato che i giornalisti devono conformarsi ai codici etici, altrimenti potrebbero “mettere a repentaglio la pace interna e la sicurezza nazionale dei paesi”. Il diplomatico iraniano Javad Kazemi ha dichiarato che la BBC Persian ha diffuso notizie false.

Tre cittadini australiani incarcerati in Iran
Il 17 settembre la magistratura iraniana ha convalidato la detenzione di tre cittadini australiani già annunciata la scorsa settimana dal governo australiano. L’agenzia Fars ha citato il il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili che ha detto: “Due di loro hanno scattato foto in aree militari e il terzo è stato arrestato per aver spionaggio. Il tribunale deciderà se il sospetto detenuto per spionaggio è colpevole o meno”. Esmaili non ha identificato le persone detenute e non ha fornito dettagli su quando fossero state arrestate.

Il Ministero degli Esteri australiano sta fornendo assistenza consolare alle famiglie dei tre dopo che il quotidiano britannico Times ha riferito che due donne britannico-australiane e il fidanzato australiano di una di loro erano stati arrestati. Il governo britannico ha nuovamente sollevato condiviso la propria preoccupazione con l’Ambasciatore iraniano nel Regno Unito per i tanti cittadini di doppia nazionalità arrestati in Iran e per le condizioni di detenzione.

Una delegazione di Talebani in visita a Teheran
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim, vicina al Corpo dei Guardiani della Rivoluzionarie Islamica (IRGC), una delegazione dell’ufficio politico dei talebani, la cui sede si trova a Doha, il 18 settembre ha incontrato a Teheran alcuni funzionari del Ministero degli Esteri iraniano. La visita segue una precedente effettuata a Mosca e non è dato sapere con esattezza chi ha partecipato all’incontro.

Gli incontri dei talebani a Mosca e Teheran si svolgono dopo mesi di negoziati con gli Stati Uniti, che hanno portato a un progetto di accordo che prevedeva un graduale ritiro delle truppe statunitensi e un impegno dei talebani a tenere colloqui con l’attuale governo afgano e altre forze politiche nel paese. L’imminente annuncio di un accordo di pace è stato però cancellato l’8 settembre, quando il Presidente Trump ha annullato un incontro con i talebani a seguito dei recenti attentati perpetrati in Afghanistan da parte del gruppo ribelle contro obiettivi civili.

Tasnim afferma che durante i colloqui con i funzionari iraniani i talebani hanno discusso dei negoziati con gli Stati Uniti e il dialogo inter afgano, aggiungendo che i talebani sarebbero decisi a proseguire i tentativi diplomatici per la pace nonostante la cancellazione dei colloqui con gli Stati Uniti.

Israele ancora in stallo dopo le elezioni anticipate
“Durante le elezioni ho chiesto l’istituzione del governo di destra, ma sfortunatamente, i risultati dimostrano che non è possibile. Pertanto, non vi è altra scelta che formare un governo di ampia unità”, così il Primo Ministro Benjamin Netanyahu in un messaggio pubblicato online il 19 settembre dopo le elezioni anticipate del 17 settembre per il rinnovo della Knesset.

Non era certo il risultato che Netanyahu sperava. La sua sopravvivenza politica ora è in bilico e anche per questo chiede un governo “unitario” tra i due partiti principali, il suo Likud e il Blue and White di Benny Gantz, principale rivale. I due partiti hanno conseguito quasi lo stesso numero di seggi, rispettivamente 31 e 33, lasciando il paese senza un chiaro vincitore dato che nessuno è numericamente in grado di formare un governo da solo. In passato, Gantz aveva dichiarato che un governo di unità con il Partito Likud sarebbe stato possibile, ma non con Netanyahu ai vertici. Giovedì ha ribadito essere aperto a una coalizione, a condizione di essere lui il ​​nuovo Primo Ministro.

Il Regno Unito e il Libano siglano un accordo di associazione
Il19settembre il Ministro degli Esteri libanese Gebran Bassil e il Ministro del Commercio britannico Conor Burns hanno firmato a Londra un accordo di associazione tra i rispettivi paesi. L’accordo garantisce che le imprese e i consumatori britannici continueranno a beneficiare di condizioni commerciali preferenziali con il Libano dopo che il Regno Unito avrà lasciato l’Unione europea. L’accordo prevede, tra gli altri vantaggi, uno scambio commerciale esente da dazi sui prodotti industriali e un trattamento tariffario liberalizzato per i prodotti agricoli, agroalimentari e della pesca. Nel 2018, gli scambi tra i due paesi hanno raggiunto un valore di 603 milioni di sterline.

Tregua nella guerra in Yemen?
Il 22 settembre l’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, ha accolto con favore un’offerta da parte dei ribelli Houthi del paese di fermare tutti gli attacchi contro l’Arabia Saudita, dicendo che potrebbe porre fine a anni di sanguinosi conflitti. L’attuazione del cessate il fuoco da parte degli Houthi “in buona fede potrebbe inviare un potente messaggio di volontà per porre fine alla guerra”, ha detto Griffiths. Gli Houthi, appoggiati dall’Iran, che controllano la capitale Sanaa e altre parti dello Yemen, hanno combattuto contro la coalizione guidata dai sauditi che sostiene il governo del paese riconosciuto dalla comunità internazionale in una devastante guerra di cinque anni.

Griffiths ha salutato “il desiderio di una soluzione politica per porre fine al conflitto” in una dichiarazione rilasciata dal quartier generale delle Nazioni Unite a New York. Il 20 settembre, gli Houthi hanno proposto di fermare gli attacchi all’Arabia Saudita nell’ambito di un’iniziativa di pace. L’Arabia Saudita ha dato una risposta cauta, con il Ministro degli Esteri Adel al-Jubeir che ha dichiarato: “Giudichiamo gli altri attori in gioco in base alle loro azioni, non in base alle loro parole, quindi vedremo [se] lo fanno effettivamente o meno.”

FOTO DELLA SETTIMANA
Ginevra, 20 settembre 2019: Tahar Boumedra, ex Capo della missione UNAMI, Alfred de Zayas, ex Esperto indipendente dell’ONU, Giulio Terzi di Sant’Agata, ex Ministro degli Esteri e Laura Harth al Consiglio Onu per i Diritti Umani

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