N46 – 7/10/2019

PRIMO PIANO

Il diritto alla conoscenza approda all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa
Il 2 ottobre, giorno della nascita del Mahatma Gandhi, celebrata dalle Nazioni Unite come Giornata Internazionale della Nonviolenza, il Partito Radicale ha introdotto il tema del diritto alla conoscenza all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Grazie al Senatore Roberto Rampi, la Commissione Cultura, Scienza, Istruzione e Media, di cui è membro, ha deciso di inserire tra le priorità da discutere un progetto di risoluzione sul diritto alla conoscenza da portare all’attenzione della plenaria entro la fine del 2020. Con l’approdo del progetto di risoluzione intitolato “Libertà dei media, fiducia del pubblico e diritto alla conoscenza dei cittadini” all’Assemblea parlamentare in cui sono rappresentati 47 paesi europei, ha inizio un’azione innovativa e al contempo antica che per indurre gli Stati a garantire gli strumenti e gli elementi affinché le persone siano in grado di esercitare il diritto alla conoscenza. E’ questo l’obiettivo della nostra iniziativa einaudiana del “conoscere per deliberare”, spesso descritta come “l’ultima battaglia di Marco Pannella”.

18° fine settimana di scontri a Hong Kong
Hong Kong ha superato il diciottesimo fine settimana consecutivo di scontri nel quale il protagonista è stato un nuovo divieto di carattere emergenziale, quello di indossare maschere durante le manifestazioni. La legge, emanata dal capo del Consiglio Legislativo, Carrie Lam, ha suscitato una rapida reazione tra i manifestanti e le preoccupazioni per un giro di vite sulle libertà civili. Ne hanno parlato il Sen. Adolfo Urso e Francesco Radicioni in collegamento da Hong Kong nella trasmissione “Diritto alla Conoscenza” di domenica 6 ottobre condotta da Laura Harth.

Il Consiglio d’Europa indagherà per scoprire come la Spagna e la Turchia usano la giustizia contro i politici catalani e curdi
Il 2 ottobre la Commissione giuridica e per i diritti umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato un primo documento per avviare un’inchiesta ufficiale che potrebbe essere adottata dall’Assemblea del Consiglio d’Europa. All’inizio dell’anno, venti membri dell’Assemblea, di vari paesi e gruppi parlamentari, hanno espresso forti preoccupazioni per il crescente numero di politici nazionali, regionali e locali finiti sotto processo per le dichiarazioni o atti nonviolenti fatti nell’esercizio del loro mandato, in particolare in Spagna e in Turchia.

Il rapporto prevede l’invio di una missione di osservatori in Spagna e Turchia. Il relatore di questo primo documento di lavoro, il socialista lettone Boris Cilevics, ha fatto una raccolta di casi che in Turchia e in Spagna hanno portato a violazioni dei diritti fondamentali come la libertà di espressione, il dissenso sul discorso politico e il potere di interrogare e lo status quo.

Ancora arresti tra le fila dell’opposizione cambogiana
Il 4 ottobre un tribunale cambogiano ha accusato tre attivisti dell’opposizione di “pianificare un colpo di stato”, citando il loro sostegno all’annunciato ritorno nel paese di Sam Rainsy il prossimo 9 novembre. La polizia ha effettuato numerosi arresti nelle ultime settimane, portando ad almeno 30 il numero di attivisti dell’opposizione arrestati dall’inizio dell’anno e ad almeno 158 coloro sottoposti a interrogatorio. Le accuse contro gli attivisti e i leader locali del principale partito di opposizione adesso fuorilegge, il CNRP, sono identiche. Le autorità hanno avvertito che chiunque sosterrà Sam Rainsy rischia una pena detentiva fino a 10 anni.

A Napoli il Congresso del Partito Radicale
Da giovedì 31 ottobre alle ore 15 a sabato 2 novembre, si terrà a Napoli il Congresso degli iscritti italiani al Partito Radicale. Domenica 3 novembre si terrà la riunione del primo Consiglio generale. L’evento avrà luogo presso la FOQUS Fondazione Quartieri Spagnoli, grazie alla presidente Rachele Furfaro che ha messo a disposizione la struttura dove ha sede la fondazione. FOQUS è un centro di aggregazione e formazione non convenzionale. Un tempio laico di cultura, informazione, formazione e lavoro che vive nel cuore dei quartieri Spagnoli.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Khamenei e Rouhani in disaccordo sull’accordo nucleare JCPOA
Il presidente iraniano Hassan Rouhani tiene aperta la possibilità di dare una chance alla diplomazia, avendo appoggiato il 2 ottobre l’impegno europeo di salvare l’accordo nucleare del 2015 (Piano d’azione comune congiunto – JCPOA), benché abbia respinto i tentativi francesi di mediare un incontro tra lui e il presidente Trump alle Nazioni Unite la scorsa settimana. Rouhani ha affermato di essere ampiamente d’accordo con una proposta francese in base alla quale gli Stati Uniti potrebbero revocare le sanzioni in cambio della piena conformità dell’Iran a tutti i termini del patto nucleare e di garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico.

Tuttavia, lo stesso giorno, il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha ordinato all’Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana di proseguire con la riduzione graduale degli impegni del Paese nell’ambito del JCPOA. La riduzione ha avuto inizio a maggio, in tre diversi momenti, con il quarto all’orizzonte a meno che i leader iraniani non si convincano che i firmatari europei vogliano rispettare la loro parte dell’accordo e forniscano il sostegno economico promesso. “Questa riduzione degli impegni deve continuare con la massima precisione fino al raggiungimento del risultato auspicato”, ha dichiarato Khamenei a una riunione di alti generali dell’élite del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica il 2 ottobre.

La Francia tenta di mediare tra Stati Uniti e Iran
Il Ministro degli Esteri francese ha detto il 3 ottobre che Iran e Stati Uniti hanno un mese di tempo per sedersi ad un nuovo tavolo negoziale, altrimenti l’intenzione di Teheran di aumentare le attività nucleari a novembre non potrà che rinnovare le tensioni nella regione. “Riteniamo che sia una possibilità ancora sul tavolo. Spetta all’Iran e agli Stati Uniti coglierla in un arco di tempo relativamente breve perché l’Iran ha annunciato nuove misure volte a ridurre i suoi impegni all’accordo di Vienna di novembre”, ha dichiarato il Ministro Jean-Yves Le Drian.

L’Iran sta violando le restrizioni dell’accordo nucleare del 2015 in risposta alle sanzioni statunitensi imposte da quando Washington si è ritirata dall’accordo nel maggio dello scorso anno. Il rischio è che, di questo passo, i firmatari europei che stanno cercando di salvare l’accordo, siano costretti a rispondere. All’ONU a New York, Macron ha tentato di convincere entrambe le parti a concordare i parametri del nuovo negoziato che dovrebbe assicurare la garanzia che l’Iran non acquisisca l’arma nucleare, la creazione di un piano di sicurezza regionale, inclusa la fine del conflitto in Yemen e la revoca delle sanzioni economiche statunitensi sull’Iran.

Washington ha ripetutamente affermato di essere pronto a dialogare con l’Iran anche su una più ampia base di partenza, essendo certa che le sanzioni economiche non potranno che costringere Teheran a tornare al tavolo dei negoziati. Gli iraniani, tuttavia, hanno escluso ogni colloquio fino a quando le sanzioni non saranno revocate.

Il Ministro del petrolio iraniano definisce l’omologo saudita “un amico”
Il 2 ottobre il Ministro iraniano del Petrolio Bijan Zanganeh ha cercato di disinnescare le tensioni con l’Arabia Saudita mercoledì, definendo “un amico” il suo omologo saudita, il Ministro dell’Energia principe Abdulaziz bin Salman e dicendo che Teheran è impegnato nella stabilità nella regione. Zanganeh si è espresso così intervenendo ad una conferenza a Mosca sull’energia presieduta dal presidente Putin. I due si sono anche incontrati assieme al Segretario generale dell’OPEC Mohammed Barkindo.

L’Iran e l’Arabia Saudita si sono ripetutamente scontrati nelle riunioni dell’OPEC e le tensioni tra i due paesi sono divampate dopo che l’Arabia Saudita ha incolpato l’Iran per l’attacco alle strutture petrolifere saudite il 14 settembre. Un’accusa che Teheran respinge. L’attacco ha causato una diminuzione della produzione di petrolio dell’OPEC, facendo registrare a settembre il livello minimo degli ultimi otto anni e aggravando, tra l’altro, l’impatto delle sanzioni statunitensi sull’accordo di fornitura tra Iran e Venezuela.

Il principe Abdulaziz ha dichiarato che l’Arabia Saudita sta mostrando una grande capacità di recupero dato che è quasi riuscita a tornare alla massima capacità di produzione in sole due settimane. La Russia ha condannato gli attacchi e Putin ha dichiarato: “Siamo contrari ad addossare la responsabilità all’Iran per questo attacco semplicemente perché non ci sono prove. Ieri ne abbiamo discusso con il presidente Rouhani e la sua posizione è semplice: l’Iran non è responsabile per questo.”

Khamenei dice ai suoi comandanti di prepararsi a grandi eventi
Il 2 ottobre, in un incontro con i comandanti del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), il leader supremo l’Ayatollah Ali Khamenei, ha detto loro di prepararsi per “grandi eventi” e di ampliare le prospettive oltre i confini geografici dell’Iran facendo attenzione ai nemici. “Non bisogna temere il nemico, non importa quanto sia forte, ma allo stesso tempo non si deve sottovalutarne la capacità”, ha detto Khamenei.

Il leader supremo ha anche detto che “l’IRGC non deve invecchiare assumendo una linea conservatrice o compiacente dello status quo”, un’affermazione strana in un paese in cui la maggior parte dei funzionari e dei comandanti militari, cominciando dallo stesso Khamenei, rimane in carica ben oltre l’età della pensione.

Violente proteste in Iraq per le insopportabili condizioni di vita
Dal primo ottobre la capitale irachena Baghdad è teatro di numerose proteste per lo più spontanee, senza leadership politica, condotte da giovani disoccupati che chiedono lavoro, servizi fondamentali basilari come elettricità e acqua e la fine della corruzione endemica del paese. Il bilancio delle vittime è oltre 100 e di oltre 6000 feriti. Le autorità hanno imposto il coprifuoco in diverse città e tagliato l’accesso a internet in gran parte del paese nel tentativo di reprimere i disordini. Le manifestazioni stanno interessando le città del sud principalmente sciita.

Il Primo Ministro Adel Abdul Mahdi ha dato l’ok al coprifuoco di 24 ore su 24 affermando che la misura serve per “proteggere la pace generale” e i manifestanti da “infiltrati” che hanno attaccato le forze di sicurezza ed edifici pubblici. Molti manifestanti però hanno sfidato il coprifuoco e hanno continuato a radunarsi in Piazza Tahrir, spingendo le forze di sicurezza a usare proiettili dal vivo e gas lacrimogeni per disperdere la folla. Secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile è del 25%, circa il doppio di quello degli adulti.

Metà degli israeliani contrari a un governo di unità guidato da Netanyahu
Secondo un sondaggio effettuato da “Walla” le metà degli israeliani intervistati è contraria ad un governo di unità nazionale guidato dal Primo ministro Netanyahu. Dei restanti intervistati, il 42% sostiene un governo di unità con Kahol Lavan e Likud guidato da Netanyahu, e l’8% è indeciso. Sia Likud di Netanyahu che Kahol Lavan di Benny Gantz hanno chiesto un governo di unità nazionale guidato dai due maggiori partiti, ma i negoziati finora sono falliti. Il partito di Gantz ha rifiutato di unirsi a una coalizione guidata da Netanyahu per le accuse di corruzione che pendono su di lui. Il sondaggio ha anche testato il terreno rispetto ad una possibile terza elezione anticipata, senza rilevare cambiamenti significativi.

Chiuso un tratto della frontiera Iraq – Iran
Il 3 ottobre il governo iraniano ha annunciato la chiusura di due valichi di frontiera tra Iran e Iraq, incluso uno che dovrebbe essere attraversato da centinaia di migliaia di fedeli musulmani sciiti in un pellegrinaggio annuale questo mese. La decisione è dovuta alle proteste antigovernative che si sono fatte più violente e più ampie nell’ultima settimana giorni in Iraq. Sono oltre 20 infatti i manifestanti rimasti uccisi finora. Il comandante delle guardie di frontiera iraniana, il generale Qasem Rezaei, ha affermato che gli attraversamenti chiusi sono quelli di Khosravi e Chazabeh.

Il comandante Soleimani rivela il suo ruolo nella guerra tra Hezbollah e Israele del 2006
Il 2 ottobre il comandante della Quds Force del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica, il maggiore generale Qassem Soleimani, ha rivelato alla TV di stato iraniana di trovarsi in Libano nel 2006 per partecipare attivamente alla guerra di 34 giorni tra Hezbollah ed Israele. Durante l’intervista di 90 minuti, Soleimani ha spiegato in dettaglio il ruolo di appoggio ad Hezbollah nello scontro con le forze israeliane (IDF).

Il comandante ha affermato di essersi trincerato con il comandante militare di Hezbollah all’epoca, Imad Moughniyeh, successivamente assassinato a Damasco da Israele nel 2008. Ha anche raccontato di esser sopravvissuto, assieme al Segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, all’esplosione di una bomba lanciata contro la sala operativa del gruppo libanese nella periferia sud di Beirut. L’attacco non lo ha comunque scoraggiato, essendo rimasto all’interno del Libano per gran parte della guerra. Soleimani ha avuto un ruolo importante in numerosi conflitti regionali dal 2006; essenzialmente la guerra in Iraq (2003-2010) e il conflitto siriano (2011-presente).

Secondo il leader dell’opposizione siriana l’attività iraniana in Siria ha raggiunto un livello senza precedenti
Il principale esponente dell’opposizione siriana ha detto che dopo oltre otto anni di guerra in Siria, la presenza iraniana all’interno del paese è ai massimi storici. “L’influenza iraniana sta diventando sempre più grande. Sono loro che controllano lo stato siriano, l’esercito siriano, la sicurezza siriana e si stanno infiltrando nella società siriana con scuole e siti religiosi”, ha detto a Fox News Nasr Al-Hariri, presidente della Syrian Negotiation Commission (SNC) il 3 ottobre, aggiungendo che, “mentre la copertura aerea viene fornita dalla Russia, le truppe a terra sono controllate dall’Iran”.

La cosa più inquietante, sottolinea Hariri, è che molti di coloro che si oppongono al governo oggi non hanno scelta e per sopravvivere non possono fare altro che allinearsi alle milizie iraniane. “Gli alleati ci hanno lasciato soli in Siria e questo è l’unico modo che hanno per proteggersi; l’Iran ne è cosciente e fornisce loro alcuni incentivi in tal senso. Ricevono stipendi tra 300 e 600 dollari al mese e un lasciapassare con cui poter viaggiare in tutto il paese senza essere bloccati o attaccati ai posti di blocco del regime siriano. Questa è la loro protezione ed è molto pericolosa.”

Nuove proteste a Beirut per la crisi economica
Negli ultimi giorni centinaia di libanesi sono scesi in piazza a Beirut e in altre città libanesi per protestare contro il peggioramento della crisi economica che attraversa il paese. Le preoccupazioni sono per la valuta locale, totalmente dipendente dal dollaro, che sta perdendo valore per la prima volta in oltre due decenni. Il Libano sta affrontando una crisi fiscale dovuta ad uno dei rapporti deficit-PIL più alti del mondo, circa 86 miliardi di dollari, pari a più del 150% del prodotto interno lordo.

I manifestanti incolpano i leader politici libanesi della cattiva gestione e di corruzione. Dopo essersi radunati nella centrale Piazza dei Martiri, hanno marciato verso il quartier generale del governo dove poliziotti in assetto antisommossa hanno impedito loro di raggiungere il palazzo del governo. Gli slogan cantati erano simili a quelli delle rivolte della primavera araba del 2011.

Nonostante le decine di miliardi di dollari spesi dalla fine della guerra civile nel 1990, il Libano ha ancora infrastrutture fatiscenti, fornitura irregolare di elettricità e acqua e cumuli di rifiuti dovuti ad un servizio di raccolta irregolare.

Cancellato il concerto di apertura del Gay Pride a Beirut
Il concerto di apertura della settimana dell’orgoglio gay a Beirut è stato annullato sotto la pressione delle istituzioni religiose del Libano. Il primo evento di orgoglio gay a Beirut si è tenuto nel 2017 ed è consistito principalmente in conferenze e seminari. Quest’anno l’evento, previsto alla fine di settembre, avrebbe dovuto avere inizio con un concerto in uno dei migliori locali di Beirut. “Le istituzioni religiose hanno chiesto la cancellazione del concerto, associandolo alla promozione del matrimonio tra persone dello stesso sesso e a comportamenti immorali”, ha affermato il Beirut Pride in una nota. I membri della comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender godono di una relativa libertà in Libano, leggermente maggiore rispetto alla maggior parte degli altri paesi del Medio Oriente. Tuttavia, non hanno ancora diritti e subiscono continue molestie.

Il governo yemenita e gli indipendentisti del sud vicino ad un accordo
Il governo yemenita e i separatisti del sud sarebbero vicini a un accordo che potrebbe metter la parola fine alla lotta per il porto meridionale di Aden, città che finirebbe sotto il controllo temporaneo del governo ufficiale, appoggiato dai sauditi. L’Arabia Saudita, leader di una coalizione araba in lotta contro il movimento Houthi dello Yemen, ha ospitato i colloqui tra il governo del Primo Ministro Hadi e il Consiglio di Transizione del Sud (CTS) per porre fine allo stallo che aveva aperto un nuovo fronte nella guerra in Yemen.

Il CTS fa parte dell’alleanza musulmana sunnita intervenuta nello Yemen nel marzo 2015 per ripristinare il governo di Hadi dopo essere stato estromesso dal potere nella capitale, Sanaa, dagli Houti. Ma ora il CTS vuole l’autogoverno nel sud e perciò ha stabilito Aden come sede provvisoria. Le sue forze sono addestrate dal principale partner della coalizione di Riyad, cioè gli Emirati Arabi Uniti, desiderosi di aumentare la loro influenza nel sud dello Yemen. Per questo si soon scontrati con le forze governative, frammentando ulteriormente la nazione e ostacolando i già difficili sforzi di pace delle Nazioni Unite. L’Arabia Saudita ha dunque proposto di includere il CTS nel governo di Hadi, schierando le proprie truppe ad Aden per supervisionare la formazione di una forza di sicurezza neutrale in città.

FOTO DELLA SETTIMANA
Strasburgo, 2 ottobre 2019: i Sen. Roberto Rampi e Gianni Marilotti discutono con Matteo Angioli dell’introduzione di un progetto di risoluzione sul diritto alla conoscenza all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa

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