N48 – 18/10/2019 Edizione Speciale

Cronistoria dello scempio curdo-siriano

Gli ultimi gravi sviluppi che stanno interessando il nord della Siria hanno implicazioni geopolitiche profonde che abbracciano l’intera regione mediorientale, passando per l’Iran di Khamenei e per il ruolo (diminuito) degli Stati Uniti di Trump e quello (accresciuto) della Russia di Putin.

Il Presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto, Giulio Terzi di Sant’Agata, torna a condannare lo scellerato disegno di pulizia etnica del Presidente Erdogan contro i curdi in Siria e a ribadire la necessità che l’Europa elabori e attui il più rapidamente possibile una politica diretta e ferma nei confronti dell’Iran che, alla luce del recente riposizionamento a fianco di Damasco e di Mosca da parte dei curdi, vede aumentare significativamente la sua presenza e influenza in tutta la regione.

L’analisi che segue è un tentativo di comprendere cosa aspettarsi in futuro, attraverso una ricostruzione delle principali decisioni e azioni compiute dai principali attori coinvolti nello scempio che sta affliggendo la regione.

Varie fonti, inclusa Voice of America, Gatestone Intsitute e Radio Radicale, dimostrano che il piano del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan era di reinsediare almeno tre milioni di rifugiati da altre parti della Siria nella “zona di sicurezza” che si addentra per circa 30 km in Siria e nella quale si trovano quasi tutte le città curde della Siria nord-orientale. L’intenzione di Erdogan di annientare la presenza curda in quella zona e sostituirla con altre si è manifestata all’inizio del 2019, anche se è ormai chiaro che il Presidente Erdogan programmava l’annientamento dei curdi siriani già due anni fa. Come se non bastasse, il Presidente Donald Trump era a conoscenza di questo piano scellerato almeno dall’inizio del 2019.

Per mantenere il riserbo attorno al piano, Erdogan si è mosso gradualmente, presentando al presidente e ai militari statunitensi richieste di piccola entità che si sono fatte via via sempre maggiori. Richieste che Trump accettato puntualmente e che hanno permesso al leader turco di ingannare l’esercito americano e Donald Trump, che ha ignorato il parere contrario dei suoi militari.

Inizialmente Erdogan ha chiesto la rimozione delle milizie curde solo dall’area a ovest del fiume Eufrate, con l’obiettivo fissato dalle operazioni “Euphrates Shield” e “Olive Branch” (ovvero l’espulsione di centinaia di migliaia di curdi dalla zona di Afrin). Dopodiché, ha proposto la creazione di una “zona di sicurezza” profonda 32 km controllata dalla Turchia a est del fiume. Gli Stati Uniti hanno accettato a condizione che le pattuglie di controllo fossero congiunte USA-Turchia.

Erdogan ha poi chiesto lo smantellamento delle fortificazioni costruite nelle città curde per proteggersi dallo Stato Islamico. I curdi hanno accettato, rassicurati dalla presenza delle forze armate statunitensi e credendo che tale mossa avrebbe eliminato ogni possibilità di invasione turca.

Infine, pochi giorni fa, Erdogan ha chiesto telefonicamente a Trump di rimuovere anche le truppe statunitensi dalle pattuglie. Il presidente americano ha accettato, ritenendo che fosse sufficiente una minaccia di sanzioni espressa via Twitter per dissuadere Erdogan dall’invasione. Invasione che invece ha avuto inizio immediatamente e che fortunatamente si è interrotta quasi subito, ma solo perché i curdi hanno invitato l’esercito russo e quello del regime di Assad a dispiegarsi in tutta la Siria nord-orientale, fino alla frontiera irachena.

Chi beneficerà di tutto ciò? L’Iran, l’arcinemico americano, che finalmente intravede la sua ambita autostrada da Teheran a Quneitra, al confine con Israele.

Questa cronistoria ci porta dunque al periodo tra il settembre 2014 e l’aprile 2015, quando la città e l’area attorno a Kobani sono state assalite dalle forze dell’ISIS. Una milizia curda, nota come Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), affiancata dall’aeronautica americana ha respinto l’ISIS, anche se al prezzo di grandi perdite e con la distruzione di buona parte della città. Oggi la Turchia ha attaccato Kobani e i residenti sono fuggiti di nuovo.

Nell’ottobre 2017, le Forze Democratiche Siriane (FDS) – una coalizione formata dalle YPG e altre milizie arabe e cristiane – hanno preso la capitale dell’ISIS, Raqqa, alla quale sono seguite le altre roccaforti dell’ISIS, imprigionando migliaia di terroristi dell’ISIS e le loro famiglie. Una battaglia in cui i curdi, che hanno perso circa 11.000 combattenti, sono stati affiancati dall’aeronautica statunitense e da una piccola forza di terra delle forze speciali statunitensi, francesi e britanniche. Ciononostante, Erdogan ha continuato ad affermare che le FDS sono terroristi al pari dell’ISIS, asserendo – senza alcuna evidenza – che la componente YPG stava fomentando contemporaneamente la ribellione presso i curdi in Turchia.

Tra gennaio e marzo 2018, l’Esercito Siriano Libero (ESL), una milizia addestrata in Turchia, composta da rifugiati islamisti e sostenuta dall’esercito e dall’aeronautica turca ha conquistato l’area di Afrin, la città all’estremità occidentale della Siria dove vive gran parte della popolazione curda. Dal 2012, grazie alla protezione dell’YPG e dell’FDS, Afrin era una delle poche enclave pacifiche durante la guerra civile in Siria. L’invasione sostenuta dalla Turchia ha espulso non solo la milizia SDF, ma anche 400.000 civili curdi circa. Nelle loro case, l’ELS della Turchia ha fatto insediare gli islamisti cacciati dal Ghouta orientale dal regime siriano con l’assistenza russa. I nuovi arrivati hanno istituito un duro regime, retto dalla Sharia, che ha messo in fuga i cristiani locali. Era la prova generale dell’attuale offensiva turca.

Nell’aprile 2018 il Presidente Trump ha annunciato l’intenzione di ritirare tutte le forze statunitensi dalla Siria benché il Segretario alla Difesa James Mattis, altri consiglieri e i suoi principali sostenitori in Congresso, tra cui il senatore Lindsey Graham, lo abbiano esortato quantomeno ad aspettare. Il timore era il conseguente tentativo turco di annientare l’intera presenza curda in Siria.

Poiché le autorità di Teheran avevano denunciato l’operazione turca ad Afrin, l’Iran poteva divenire il paese a cui i curdi sarebbero stati costretti a rivolgersi per salvarsi.

Nel dicembre 2018 la Turchia ha minacciato di ripetere a Manbij l’operazione eseguita ad Afrin. Le truppe statunitensi hanno cercato di proteggere i curdi di Manbij e dunque sono state colte di sorpresa quando l’FDS ha invitato l’esercito del regime siriano, con il sostegno russo, a occupare il vuoto lasciato dagli americani.

Così, nel gennaio 2019, subito dopo le dimissioni di Mattis da Segretario alla Difesa per il dissenso sulla politica siriana di Trump, Erdogan ha annunciato l’intenzione di creare una “zona di sicurezza” di 32 km oltre il confine della Turchia con la Siria.

Si arriva così al 6 ottobre 2019 scorso quando, sollecitato telefonicamente da Erdogan, Trump decide di rimuovere le esigue truppe statunitensi ancora impegnate nei pattugliamenti congiunti con la Turchia. Il nuovo Segretario alla Difesa, Mark Enser, e il Rappresentante Speciale dell’Amministrazione per l’Impegno in Siria, Jim Jeffrey, ne erano all’oscuro. I turchi invadono rapidamente, usando l’ESL come forza di terra, supportandolo con bombardamenti aerei.

Vi sono racconti contrastanti ma, a seguito dei bombardamenti, centinaia di detenuti dell’ISIS di un campo di prigionia gestito dai curdi sono stati liberati. Enser, rendendosi conto che altre migliaia di prigionieri dell’ISIS potrebbero tornare presto in libertà, ha rapidamente richiamato i restanti mille soldati statunitensi nell’area. E’ a questo punto che i curdi hanno invitato il regime siriano, con l’appoggio russo.

Ed ecco il tweet con cui Trump pensava di poter spaventare Erdogan convincendoloa desistere dal suo scellerato disegno: “Come ho già affermato con forza prima, ribadisco che, se la Turchia fa qualcosa che io, nella mia grande e ineguagliata saggezza, considero off limits, distruggerò e cancellerò totalmente l’economia della Turchia (l’ho già fatto)..”

Purtroppo Trump non riconosce nessun difetto nella sua “ineguagliata saggezza”; invece denigra chiunque, a cominciare dagli stessi coraggiosi curdi siriani, i primi a dubitare della sua saggezza.

NELLA FOTOGRAFIA
Manbij, Siria, 15 ottobre 2019: bandiere russe e siriane su veicoli militari in Siria settentrionale dove truppe russe hanno occupato il vuoto lasciato dagli Stati Uniti

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