N52 – 11/11/2019

PRIMO PIANO

Sam Rainsy sulla via del ritorno (e dell’arresto) in Cambogia: “il cambiamento democratico è possibile”
Fin dallo scorso agosto Sam Rainsy, il leader dell’opposizione democratica cambogiana e Presidente d’onore del Partito Radicale, aveva annunciato per il 9 novembre il suo ritorno in Cambogia dopo 4 anni di esilio in Francia. Mentre il governo di Hun Sen – l’uomo al potere a Phnom Penh dal 1985 – sta facendo di tutto per impedire che Rainsy possa tornare nel paese del sud-est asiatico, ieri il leader dell’opposizione in Cambogia è arrivato a Kuala Lumpur, la capitale della Malesia. Il corrispondente dall’Asia per Radio Radicale, Francesco Radicioni, lo ha incontrato nell’albergo in cui soggiorna.

L’Italia sempre più vittima delle ingerenze cinesi
La mattina dell’8 novembre è morto a Hong Kong Chow Tsz-lok, studente di 22 anni della Hong Kong University of Science and Technology, per le gravi ferite alla testa riportate lunedì 4 novembre. E’ il primo caso di morte confermato per gli scontri tra polizia e i milioni di dimostranti che da mesi manifestano per lo stato di diritto e la democrazia a Hong Kong.

La sua scomparsa avviene a pochi giorni della presa di posizione ufficiale dal governo italiano, espressa dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il quale parlando il 5 novembre ai media italiani a Shanghai ha affermato: “Noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e quindi, per quanto ci riguarda, abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi”.

Il 14 agosto, il Partito Radicale aveva lanciato un appello alle autorità italiane e europee chiedendo una posizione forte e intransigente di difesa dei diritti dei manifestanti e a sostegno delle loro richieste legittime di democrazia e la manutenzione del sistema “un Paese, due sistemi”. Lo stato di diritto, i diritti umani e la democrazia sono valori universali e patrimonio dell’umanità intera, che vanno difeso con convinzione contro chiunque tenta di rovesciarli.

La lunga ombra cinese sull’Italia e sull’Europa
Il caso che coinvolge l’ex ambasciatore Antonio Morabito, un tempo feluca italiana presso il Principato di Monaco, ora alla direzione generale della Promozione del Sistema Paese alla Farnesina, messo sotto indagine dalla procura di Roma per corruzione di carattere internazionale deve far accendere i riflettori dell’autorità pubblica su un procedimento noto che rischia di approfondirsi. Le attività cinesi (anche) in Italia. Un mix di pressioni, spionaggio, corruzione, interferenze, rapporti non cristallini con cui la Cina si aiuta quando investe, o meglio penetra nel tessuto economico e finanziario di un Paese. Passaggio preliminare per poi inserirsi nei processi sociali e politici. Attività note, che stanno venendo a galla anche nel nostro Paese.

Taiwan, un prezioso partner nella risposta globale ai cambiamenti climatici
“A causa dell’attuale situazione politica internazionale, a Taiwan è stato impedito di partecipare alla Conferenza delle Parti tenutasi ai sensi della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Ciononostante, continuiamo a cercare modi per fornire contributi alla comunità internazionale”, scrive in una lettera alla stampa il Ministro taiwanese per la protezione ambientale Chang Tzi-chin, aggiungendo che “le concentrazioni di biossido di carbonio atmosferico registrate al Mauna Loa Observatory alle Hawaii hanno toccato un massimo storico di 415 parti per milione nel maggio 2019.”

L’Organizzazione meteorologica mondiale ha anche pubblicato dati che mostrano che giugno 2019 è stato il mese più caldo della storia, battendo i record da Nuova Delhi al Polo Nord. Come il presidente Hilda Heine delle Isole Marshall, alleato di Taiwan, ha esortato il mondo, non vale la pena discutere o dibattere se il cambiamento climatico avverrà, perché sta accadendo proprio ora. Come membro del villaggio globale, Taiwan sta lottando per combattere i cambiamenti climatici e proteggere la Terra. In effetti, stiamo svolgendo un ruolo indispensabile nel compito vitale di lasciare un ambiente sostenibile alle generazioni future.

Conferenza: “Venezuela oltre il Venezuela – Da crisi regionale a contagio globale”
Per informare, per dare corpo al diritto a conoscere lo stato della situazione, le violazioni reiterate e massive dei diritti umani, la crisi umanitaria e migratoria, le implicazioni a livello di instabilità regionale caraibica e latinoamericana, nonché il più ampio e preoccupante impatto sulla sicurezza globale della continuazione al potere del regime di Maduro, il Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella” ha organizzato, presso il Centro Studi Americani a Roma, una conferenza dal titolo “Venezuela oltre il Venezuela – Da crisi regionale a contagio globale”.

L’evento si terrà il prossimo 14 novembre alle ore 17.30 presso la sede del Centro Studi Americani, in via Michelangelo Caetani, 32. Al dibattito interverranno:

Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, già Ministro degli Affari Esteri
Armando Armas, Deputato della Asamblea Nacional de Venezuela
Alessandro Battilocchio, Deputato della Repubblica Italiana
Laura Harth, Rappresentante all’ONU del Partito Radicale
Roberto Rampi, Senatore della Repubblica Italiana
Adolfo Urso, Senatore della Repubblica, Vicepresidente Copasir
Marinellys Tremamunno, Giornalista italo-venezuelana, autrice di “Venezuela, l’Eden del Diavolo”

Morales scappa e Guaidó spera: “Uragano democratico in Sud America”
Morales scappa e Guaidó spera, scrive Luca Marfé su Il Mattino a proposito delle dimissioni dell’oramai ex presidente della Bolivia che producono una eco che da La Paz giunge fino a Caracas. E, per quanto i destini delle due capitali e dei due Paesi siano lontani nella geografia e soprattutto nella politica, il Venezuela torna a sognare la sua libertà. E lo fa attraverso il leader dell’opposizione, nonché presidente dell’Assemblea Nazionale e presidente incaricato e riconosciuto da più di 50 Stati, che stringa il cuore in un tweet che a sua volta suona come il rullo di mille tamburi:

“Un venticello? Quello che si sente è l’uragano democratico dell’America Latina!” Poche parole, tutte giuste, chissà se sufficienti a risvegliare un presente che, paradossalmente, proprio nella nazione più martoriata del continente, pare essersi addormentato. La protesta esplode, sì. Ma altrove. In Cile, in Argentina, in Ecuador. Ultima proprio in Bolivia, dove è scontro tra i sostenitori ad oltranza di Morales e chi viceversa lo giudica giusto a metà tra dittatore e usurpatore.

In Venezuela, invece, tutto tace. Le ragioni principali sono due. L’assoggettamento dello Stato al ricordo di Chávez e alla struttura del partito socialista che tiene le chiavi del potere ben salde nelle mani sbagliate. E, ancor più grave, l’assoggettamento culturale che condanna i venezuelani alla rassegnazione di un (non) futuro, nella migliore delle ipotesi da esuli e nella peggiore da schiavi. Incredibile, insomma, come mentre tutto tremi, Maduro sia lì, immobile e addirittura stabile, complice una Comunità Internazionale ogni giorno un po’ più inerme e un po’ più corresponsabile di un disastro chiamato Venezuela.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Rouhani interrotto durante un discorso in pubblico
Il 10 novembre alcuni manifestanti hanno offeso il presidente Rouhani durante un discorso che il presidente stava tenendo nella città di Yazd, in Iran centrale. Rouhani ha reagito affermando che “la voce di questi giovani non è la voce del popolo” e ha invitato i suoi sostenitori “a non permettere a queste persone di esprimere le loro richieste”. Durante il suo discorso, spesso interrotto da slogan scanditi dalla folla, Rouhani ha fatto riferimento ad alcuni casi di corruzione finanziaria e ha invitato il Ministro del Petrolio e il Governatore della Banca Centrale Iraniana a fornire spiegazioni su tali casi.

Sebbene Rouhani abbia detto che quei manifestanti erano “pochi individui”, la TV di Stato IRINN ha mostrato a un gruppo relativamente ampio di persone che cantavano slogan contro Rouhani e la sua amministrazione. Secondo il quotidiano Arman-e Melli, la scorsa settimana anche un gruppo di studenti di Qom aveva organizzato un raduno intonando slogan contro Rouhani. Le tensioni tra Rouhani e la popolazione sono in aumento da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare del 2015 (JCPOA) e si stanno ulteriormente intensificando con l’avvicinarsi delle elezioni legislative previste a febbraio 2020.

UANI condanna la riattivazione di un centro nucleare iraniano
Il 6 novembre, in risposta all’annuncio dell’Iran di iniziare a iniettare gas per arricchire l’uranio fino al 5% nelle centrifughe dell’impianto nucleare Fordow, il Senatore Joseph Lieberman, Presidente di United Against Nuclear Iran (UANI), e il CEO Mark D. Wallace, hanno dichiarato che l’ultima deliberata violazione dell’Iran dell’accordo nucleare sottolinea la struttura imperfetta del JCPOA. Secondo i termini dell’accordo, l’Iran avrebbe dovuto convertire Fordow in un centro nucleare, di fisica e di sviluppo tecnologico. Invece, il regime prevede di iniettare uranio hexafluoride in centrifughe, arricchendolo fino al 5%. In risposta a questo atto altamente provocatorio, il governo degli Stati Uniti dovrebbe annullare immediatamente le rinunce alla cooperazione nucleare civile del JCPOA e invocare il meccanismo di snap-back quando assumerà la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il prossimo dicembre. Il JCPOA è morto. È tempo che la comunità internazionale lo riconosca.

Gli Stati Uniti accusano l’Iran di ostacolare il lavoro degli ispettori ONU
Il 7 novembre gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di intimidire gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite dopo che un membro dell’agenzia atomica è stato negato l’accesso al principale sito di arricchimento di uranio del Paese, a Natanz, a circa 180 miglia a sud di Teheran. L’ispettore è stato inoltre bloccato per alcune ore prima di poter lasciare l’Iran liberamente.

L’Ambasciatore americano presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Jackie Wolcott, ha definito la mossa una “provocazione oltraggiosa”, un tentativo di ostacolare il lavoro di monitoraggio dell’agenzia. L’ambasciatore iraniano presso l’AIEA, Kazem Gharib Abadi, ha dichiarato che l’ispettore non è entrato nella centrale nucleare solo perché è scattato un allarme all’ingresso con cui vengono rilevate tracce di esplosivi di nitrati.

Pompeo e Netanyahu spingono per demolire il Patto nucleare iraniano
ll 7 novembre il Primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato a Vienna che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha convalidato la sua antica accusa secondo cui l’Iran ha mantenuto un sito nucleare segreto in violazione del Trattato di Non Proliferazione. L’agenzia non ha confermato tale affermazione. Netanyahu ha anche accusato l’Iran di “estorsione nucleare”, e di accelerare la sua capacità di sviluppare un’arma nucleare in poco tempo.

Le dichiarazioni di Netanyahu e Pompeo sembrano finalizzate a intensificare la pressione sui principali capi di governo o di Stato europei perché abbandonino l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano (JCPOA) anziché tentare di recuperarlo. “L’AIEA ora conferma che l’Iran ha mentito, e che continua a mentire. L’Europa ora deve agire contro l’aggressione iraniana”, ha dichiarato Netanyahu.

Netanyahu si riferiva a un sito a Turquzabad, a sud di Teheran, dove, in un discorso alle Nazioni Unite nel settembre 2018, aveva accusato l’Iran di aver immagazzinato “enormi quantità” di materiale nucleare, aggiungendo che Israele aveva condiviso tali informazioni con gli ispettori dell’AIEA.

Merkel: l’Europa deve ancora decidere sull’arricchimento dell’uranio in Iran
Il 7 novembre Angela Merkel ha detto che l’Europa non ha ancora preso una decisione su come rispondere alla decisione dell’Iran di riprendere l’arricchimento dell’uranio, che è contenuto nell’accordo di non proliferazione. Lo stesso giorno le autorità iraniane hanno annunciato di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio nella centrale nucleare sotterranea Fordow, venendo ancora meno al rispetto dell’accordo nucleare siglato nel 2015. “Non abbiamo ancora preso una decisione definitiva”, ha dichiarato Merkel in una conferenza stampa congiunta a Berlino con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, “ma ad ogni passo che l’Iran compie, la situazione diventa più difficile”.

Una delegazione di deputati europei ha visitato Israele
Dal 25 al 31 ottobre, una delegazione formata da quattro deputati europei, Karoline Edtstadler, Soren Gade, Carmen Avram, Maria Grapini, e quattro collaboratori parlamentari, tra cui Umberto Gambini già collaboratore di Marco Pannella, è stata in visita in Israele su iniziativa di ELNET, una ONG dedicata al rafforzamento delle relazioni Europa-Israele. Il programma prevedeva incontri con diversi attori e osservatori politici, tra i quali Yuli Edelstein, presidente della Knesset, parlamentari del Likud e del Labour, funzionari del Ministero degli Esteri e il capo della delegazione dell’UE in Israele. Gli ospiti hanno potuto visitare anche il museo dell’Olocausto, lo Yad Vashem, nonché i tunnel scoperti nel nord del Paese al confine con il Libano e una batteria di Iron Dome installata per intercettare i missili lanciati da Hamas.

“Dobbiamo parlare di più di Israele nell’Unione europea, per mostrare e far comprendere le minacce che circondano Israele, in particolare quelle poste da Hezbollah e Iran”, ha detto l’eurodeputata Karoline Edtstadler al Jerusalem Post. Sore Gade, ex Ministro della Difesa danese dal 2004-2010, ora eurodeputato, ha detto che il viaggio ha avuto un forte impatto su di lui, dal momento che, prima di entrare in politica, fu osservatore militare delle Nazioni Unite nel Libano meridionale durante la guerra del Golfo nel 1991.

“E’ triste vedere la situazione di oggi. Oggi c’è una presenza più forte di Hezbollah nel sud del Libano rispetto a 30 anni fa ed è grave perché, che ci piaccia o no, ci sarà uno scontro militare. Migliaia di civili moriranno. Verranno lanciati missili dalle case e da luoghi in prossimità delle posizioni ONU. Hezbollah farà in modo che quando l’IDF reagirà, perché dovrà reagire, siano i civili e il personale delle Nazioni Unite ad esser colpiti. E’ ciò a cui mirano: addossare la responsabilità delle loro morti a Israele”, ha detto Gade.

La Svezia arresta un uomo accusato di spiare gli esiliati iraniani
Lo scorso marzo, le autorità svedesi hanno arrestato un uomo sospettato di aver spiato per conto dell’Iran per diversi anni. L’uomo, un cittadino svedese-iracheno di 46 anni, è sospettato di aver raccolto informazioni sui membri della comunità di esilio arabo Ahvazi per un periodo di quattro anni tra aprile 2015 e febbraio 2019 quando è stato arrestato. Gli Ahvazi sono una minoranza etnica araba che vive nella provincia sud-occidentale del Khusestan e che subisce discriminazioni e persecuzioni dalle autorità locali, secondo Amnesty International.

Il procuratore Hans-Jorgen Hanstrom ha affermato che il sospetto è accusato di raccogliere informazioni personali “sotto copertura, presentandosi come giornalista di un giornale arabo, e dopo aver fotografato e filmato delegati ad una conferenza Ahvazi e partecipanti a manifestazioni in Belgio, Paesi Bassi e Svezia”. Per il momento, l’uomo resta in detenzione preventiva dal 1° marzo e respinge tutte le accuse.

Abbattuto un drone in Iran
I media iraniani hanno riferito l’8 novembre l’abbattimento di un drone sulla sua città portuale meridionale di Mahshahr, senza fornire ulteriori dettagli. “L’esercito iraniano ha abbattuto un drone sconosciuto nella città portuale di Mahshahr”, ha riferito l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. Altri organi di stampa iraniani hanno riportato la stessa notizia, senza approfondire se si trattasse di un drone militare o civile.

Amnesty: occorre condannare il deterioramento dei diritti umani in Iran
Il 6 novembre Amnesty International ha invitato la comunità internazionale a condannare pubblicamente il deterioramento della situazione sui diritti umani in Iran durante nella prossima sessione di revisione del Paese al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. Gli Stati che prendono parte alla Universal Periodic Review (UPR) devono denunciare le diffuse violazioni dei diritti umani e a formulare raccomandazioni concrete affinché le autorità iraniane possano attuarle.

“Dalle orribili, alte cifre sulle esecuzioni, alla implacabile persecuzione dei difensori dei diritti umani, alla dilagante discriminazione nei confronti delle donne e delle minoranze, ai continui crimini contro l’umanità, il catalogo delle spaventose violazioni registrate in Iran rivela un forte deterioramento dei diritti umani”, ha affermato Philip Luther, Direttore dell’ufficio per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.

Il Guardiani della Rivoluzione accendono la retorica contro il nemico
Il 7 novembre i principali comandanti militari iraniani hanno presentato un quadro ottimistico della potenza delle forze armate del paese senza fornire dettagli o prove concrete. Il comandante del Corpo dei Guardiani Rivoluzione Islamica (IRGC), Hossein Salami, ha dichiarato durante una cerimonia che “l’Iran ha chiuso tutte le porte al nemico” e “l’IRGC ha respinto i nemici su tutti i fronti e ha liberato molte terre”, senza specificare quando e dove. Ha anche affermato che “sebbene l’Iran sia soggetto a sanzioni economiche, il nemico sta affrontando problemi più pesanti dell’Iran”.

Allo stesso tempo, il capo dello staff delle forze armate iraniane, Mohammad Baqeri ha dichiarato in una cerimonia simile, a Qom, che “gli iraniani non hanno paura di minacce o pressioni” perché le forze armate si sono potenziate e sono presenti ovunque.

La Russia invita l’Iran a rispettare l’accordo sul nucleare
Il 6 novembre il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha invitato l’Iran a rispettare i termini dell’accordo nucleare del 2015 con le potenze mondiali (JCPOA), anche se ha detto di comprendere le ragioni per cui Teheran stava riducendo il suo impegno. Parlando con i giornalisti a Mosca, Lavrov ha affermato che quanto sta avvenendo rispetto all’accordo nucleare è estremamente allarmante. Ha addossato la responsabilità agli Stati Uniti, che si sono ritirati dall’accordo e reimposto le sanzioni economiche contro Teheran.

Firmato l’accordo tra il governo dello Yemen e i separatisti
Il 5 novembre il governo yemenita sostenuto dai sauditi e i separatisti del sud hanno firmato un accordo per porre fine alla lotta di potere per il sud del Paese che ha rischiato di aprire un nuovo fronte nel conflitto. Il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha salutato l’accordo come un passo verso una soluzione politica alla guerra in Yemen scoppiata quattro anni e mezzo fa quando i ribelli Houthi, allineati all’Iran, si sono impossessati della capitale Sanaa rovesciando il governo, riconosciuto a livello internazionale, di Abdrabbuh Mansur Hadi. Il governo di Hadi ha dunque chiesto all’Arabia Saudita di intervenire. Molti gruppi in Yemen si contendono il potere, tra cui il Southern Transitional Council (STC), che vuole uno stato indipendente nel sud.

L’accordo raggiunto con il governo riconosciuto di Hadi prevede un nuovo governo con non più di 24 ministri, con il 50% dei portafogli detenuti da STC e altri movimenti del sud. Il Presidente Hadi manterrà i dipartimenti chiave tra cui ministeri interni e difesa. Il STC verrebbe incluso nei negoziati politici per porre fine alla guerra. Tutte le forze militari andranno sotto il Ministero della difesa, mentre le forze di sicurezza sotto il Ministero degli interni. Le forze schierate a sud lasceranno le loro posizioni.

Se l’accordo non risolve definitivamente il conflitto tra il governo e i separatisti, evita una guerra all’interno di una guerra, almeno nell’immediato futuro, consente alla coalizione guidata dai sauditi di restare unita con gli Emirati Arabi Uniti che affiancano l’Arabia Saudita e permette di l’impegno bellico contro gli Houthi e il contenimento dell’Iran.

FOTO DELLA SETTIMANA
Kuala Lumpur, 10 novembre 2019: Sam Rainsy, leader dell’opposizione democratica cambogiana e presidente onorario del Partito Radicale, giunto in Malesia nel tentativo di rientrare in Cambogia dove rischia l’arresto immediato

Print Friendly, PDF & Email

Add Comment