N53 – 18/11/2019

PRIMO PIANO

Quale scenario prefigurano gli investimenti cinesi in Italia?
E’ partita la corsa tra coloro che vogliono svendere l’Italia ai cinesi, inclusa la ex ILVA di Taranto. Se dovesse finire così, oltre ai porti di Vado Ligure, Napoli, Trieste e alla tecnologia 5G, l’Italia perderebbe la produzione di un’importantissima quantità di acciaio e nel medio lungo termine di posti di lavoro.

La tattica della Cina è chiara e ben rodata in Paesi nel suo vicinato, come la Cambogia. Non è una identica tattica ma il rischio è che il mantenimento dei posti di lavoro arrivi al costo di una produzione sottocosto, che impiegherà necessariamente un numero sempre maggiore di operai non italiani, rischiando così di danneggiare l’intera siderurgia europea. L’azienda British Steel, dopo essere stata acquistata da Jing Ye una settimana fa, potrebbe lasciarci intravedere il futuro per l’ex ILVA? I miliardi che promettono i cinesi si materializzeranno?

La strategia è come quella che passa per la Grecia, dove l’11 novembre il Presidente Xi Jinping si è recato in prima visita ufficiale per annunciare una “nuova era” in quella che è già considerata una stretta relazione commerciale attentamente monitorata dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. “La Grecia riconosce la Cina non solo come una grande potenza ma anche come un paese che ha conquistato, non senza difficoltà, un ruolo geostrategico economico e politico di primo piano”, ha detto il Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis mentre le due delegazioni firmavano 16 memorandum di cooperazione, il più importante dei quali delinea i nuovi investimenti energetici cinesi in Grecia.

Le relazioni Grecia-Cina sono decollate quest’anno quando il governo conservatore guidato da Nuova Democrazia ha approvato 611,8 milioni di euro in investimenti cinesi che erano stati congelati per 18 mesi dal governo di sinistra di Syriza. Nei prossimi cinque anni, gli investimenti, definiti “piano generale”, porteranno a quasi 3 miliardi di euro l’importo che la China Ocean Shipping Company (COSCO) di proprietà statale avrà speso nel porto del Pireo. E’ il progetto che Xi chiama “la testa del dragone”.

“Siamo una nazione marittima. I greci controllano il 25% della flotta mercantile del mondo. Le sinergie con la Cina, la più grande economia di esportazione del mondo, sono evidenti”, ha dichiarato Mitsotakis, sottolineando come nel commercio marittimo, Grecia e Cina si trovino in una naturale area di cooperazione.

Porti, 5G, Hong Kong. La Cina in Italia secondo Giulio Terzi
L’Italia starebbe cedendo fette di sovranità del Paese “a una potenza che costituisce in questo momento, di gran lunga, la più grande minaccia per la libertà”: la Cina. A crederlo è l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico di lungo corso, già ministro degli Esteri, che spiega il perché in una conversazione del 12 novembre con Formiche.net.

“La principale minaccia del modello cinese è verso uno Stato di Diritto basato sulla libertà, sulla dignità della persona, su una giustizia equa che risponda esclusivamente a leggi adottate attraverso la libera espressione della volontà popolare e da istituzioni parlamentari che la rappresentino”. A crederlo è l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico di lungo corso, già ministro degli Esteri del governo Monti, che in una conversazione con Formiche.net parla di alcune vicende che nelle ultime settimane hanno riacceso i riflettori sulla penetrazione di Pechino sul tessuto economico, politico e sociale italiano: dalle accuse sollevate a un ex ambasciatore (a cui viene contestato l’aver soffiato ai cinesi informazioni riservate su aziende italiane) alle dinamiche attorno al porto di Trieste, fino alle reazioni dure di Pechino davanti alla possibile visita a Milano e Roma dell’attivista hongkonghese Joshua Wong.

Esito del convegno “Venezuela oltre il Venezuela”
Il 14 novembre si è svolto presso il Centro Studi Americani, l’evento “Venezuela oltre il Venezuela – Da crisi regionale a contagio globale”, organizzato in collaborazione con il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, il Partito Radicale Nonviolento e con il gruppo Junior Fellow del Centro Studi Americani. Al dibattito, moderato da Andrea Merlo, hanno partecipato Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, già ministro degli Affari esteri; Armando Armas, deputato della Asamblea Nacional de Venezuela; Alessandro Battilocchio, deputato della Repubblica Italiana; Roberto Rampi, senatore della Repubblica; Adolfo Urso, senatore della Repubblica, vicepresidente Copasir, Marinellys Tremamunno, giornalista italo-venezuelana, autrice di “Venezuela, l’Eden del Diavolo” e Laura Harth del Partito Radicale Nonviolento. L’incontro è stato seguito dal giornale venezuelano Diario El Vistazo.

L’occasione è stata importante per sviscerare a fondo e comprendere le manovre del Venezuela nel continente americano e le interferenze di numerosi paesi esteri nella politica venezuelana. A dare un quadro preciso sull’importanza dei legami internazionali per il regime venezuelano è stato l’Ambasciatore Giulio Terzi, che ha ribadito: “La crisi venezuelana è nata come una crisi regionale che è divenuta globale. Una prova di un confronto che si sta riaprendo tra il mondo delle democrazie liberali e un mondo che contesta tale visione. E’ divenuta globale per tanti motivi. Partiamo dalle migrazioni. Pochi considerano il fatto che la crisi migratoria generata dal Venezuela è quasi uguale a quella generata dal conflitto siriano. Si pensi alle storie di fame, alle difficoltà che il Sud America e il Messico vivono come fenomeno migratorio e tutto ciò è generato dall’emergere delle dittature. Il Venezuela oggi è un centro di instabilità dovuto anche dall’interferenza di altri paesi che intervengono nel Venezuela e sono Cina, Russia, Cuba e Iran.”

Emblematiche e forti anche le dichiarazioni del deputato venezuelano, Armando Armas: “Il problema venezuelano è un problema internazionale e l’Europa deve capire che quello che accade in Venezuela, con le interferenze estere, è un problema anche dell’Europa e delle strategie di alcuni paesi in Europa come in Sud America. Maduro nella grande strategia di Cuba è sempre stato centrale. Nel 1989, il Venezuela è stato un paese di crescita economica con una qualità di vita migliore rispetto al continente. Ma il modello politico ed economico dipendeva solo dal petrolio e tale sistema è fallito. Molti membri delle delegazioni nel governo venezuelano erano agenti segreti cubani. Abbiamo vissuto un’ondata di proteste diffuse e saccheggi e dopo il dominio di Chavez, in Venezuela abbiamo capito che il nostro paese stava per cadere nelle mani del totalitarismo.”

Il video integrale dell’evento è disponibile a questa pagina del sito di Radio Radicale.

La Cambogia potrebbe perdere l’accesso preferenziale al mercato unico europeo
Secondo un rapporto confidenziale ma filtrato a Radio Free Asia, la Commissione europea, nella persona del Commissario alle Politiche Commerciali, Cecilia Malmstrom, afferma di non aver rilevato nessun elemento sufficiente ad indicare un miglioramento nella situazione dei diritti in Cambogia e quindi a bloccare la procedura di sospensione dell’accesso preferenziale (cioè senza dazi) del Paese del sud-est asiatico al mercato europeo: “I miglioramenti registrati finora [in Cambogia] sugli abusi identificati al lancio della procedura sono insufficienti a determinare una cambiamento della valutazione sulle gravi e sistematiche violazioni dei principi delle Convenzioni elencati nell’Annesso V111 del GSP Regulation (Generalised Scheme of Preferences)”.

Ciò significa che se entro febbraio 2020 non avverrà una vera inversione di tendenza, se la Commissione non riscontrerà alcun cambiamento nelle sistematiche violazioni, se le incarcerazioni arbitrarie proseguiranno e se il principale partito di opposizione sarà ancora fuori legge, l’accordo EBA (Tutto Tranne Armi) che prevede l’accesso preferenziale al mercato europeo, verrà sospeso, facendo perdere circa 800.000 posti di lavoro nel tessile e mettendo in crisi altre entrate la cui gestione è affidata direttamente ai soci più stretti di Hun Sen.

Rainsy continua la battaglia per tornare e cambiare la Cambogia
Il 15 novembre Rainsy ha scritto via twitter che gli eventi in Cambogia si stanno susseguendo a grande velocità grazie alla battaglia all’interno del Paese condotta dal popolo cambogiano e all’esterno grazie alla pressione internazionale. In particolare, l’Unione Europea ha inviato poco fa un ultimatum a Hun Sen chiedendo di tornare alla democrazia entro il 12 dicembre. Noi vogliamo mantenere il programma di accesso preferenziale commerciale al mercato europeo (conosciuto come Tutto Tranne le Armi) per mantenere posti di lavoro che permettono il sostentamento di circa 800,000 lavoratori. Se Hun Sen non cambierà direzione di marcia continueremo la lotta per rovesciare il suo regime. E’ ormai ovvio che la pressione internazionale abbia effetto perché ha instillato timore in Hun Sen che sa di non poter ignorare le sacrosante richieste dell’Unione europea tra cui l’archiviazione di tutte le accuse mosse contro Kem Sokha, il presidente del partito di opposizione, e contro tutti gli ex parlamentari e sostenitori. Hun Sen deve legalizzare nuovamente il partito di opposizione che è stato illegalmente messo al bando e disciolto il 16 novembre 2017. Ho operato attraverso ogni canale diplomatico possibile per dare alla leadership del partito un’alternativa per ritornare in Cambogia in un futuro prossimo e in modo pacifico e nonviolento.

Dopo la Malesia e l’Indonesia, il 16 novembre Rainsy è tornato a Parigi. Thailandia e Vietnam continuano infatti ad essere un passaggio chiuso. Ma Rainsy non ha perso la speranza di poter tornare presto in Cambogia, forte della pressione diplomatica della comunità internazionale diplomatica. Hun Sen continua a fare piccole concessioni, tra cui la liberazione degli oppositori arrestati nelle settimane scorse, senza però far decadere le accuse e garantire l’esercizio pieno dei diritti civili e politici.

Un sondaggio sul futuro dell’UE trova l’ex blocco orientale più fiducioso
Trenta anni fa, un’ondata di ottimismo si diffuse in tutta Europa con la caduta del Muro di Berlino e di regimi e con popolazioni che poterono abbracciarono società aperte, mercati aperti e un’Europa più unita. Tre decenni più tardi, un nuovo sondaggio del Pew Research Center rileva che sono in pochi, nell’ex blocco orientale, a rimpiangere i cambiamenti monumentali del 1989-1991. Eppure, non sono nemmeno completamente contenti delle loro attuali circostanze politiche o economiche. In effetti, come le loro controparti dell’Europa occidentale, quote sostanziali di cittadini dell’Europa centrale e orientale si preoccupano del futuro per questioni come la disuguaglianza e il funzionamento dei loro sistemi politici. I Paesi dell’Europa centrale ed orientale che hanno aderito all’Unione Europea nel 2007 in genere credono che l’adesione sia stata positiva per i loro paesi sostengono molti valori democratici. Tuttavia, l’intensità dell’impegno delle persone verso specifici principi democratici non è sempre forte.

Il dato più interessante però è probabilmente la divisione sulle opinioni sul futuro politico ed economico. In particolare per quanto riguarda le prospettive economiche per la prossima generazione, la speranza più alta nelle ex nazioni del blocco orientale. Circa sei su dieci credono che quando i bambini nei loro Paesi cresceranno, saranno finanziariamente più agiati dei loro genitori. Invece, in Grecia, Spagna, Italia, Regno Unito e Francia, solo un quarto o meno dei cittadini, sostiene questo punto di vista.

Parere dell’avvocato Generale della Corte di Giustizia europea sul caso dell’ex vice presidente della Catalogna Oriol Junqueras
Il 12 novembre l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il polacco Maciej Szpunar, ha emesso il suo parere sul ricorso presentato da Oriol Junqueras, l’ex vice presidente della Generalitat, il governo regionale della Catalogna, arrestato dopo aver organizzato il referendum anti-costituzionale sull’indipendenza della Catalogna il primo ottobre 2017. L’Avvocato Generale afferma che l’ex vice presidente avrebbe dovuto beneficiare dell’immunità parlamentare e che la convalida della sua elezione al Parlamento europeo non deve dipendere da formalità successive alla dichiarazione dell’avvenuta elezione, resa dal Comitato elettorale spagnolo. E’ un parere che rafforza il parlamento e che conferma come Madrid abbia ha rimosso i diritti civili e politici di Junqueras ancor prima che fosse condannato.

L’Avvocato Generale osserva che, mentre il processo elettorale è regolamentato dalla legge nazionale dei singoli Stati membri, lo status di membro del Parlamento europeo, in quanto rappresentante eletto direttamente dai cittadini dell’UE e in quanto membro di un’istituzione europea, è regolamentato solo dal diritto europeo. In caso contrario, verrebbero messe in discussione l’indipendenza del Parlamento e l’autonomia dell’ordine giuridico dell’UE. Secondo Szpunar, il mandato parlamentare può essere acquisito esclusivamente dall’elettorato e non può essere subordinato al completamento di eventuali formalità successive.

Oriol Junqueras è stato processato e condannato senza che il Parlamento abbia avuto l’opportunità di decidere sulla revoca o sulla possibile difesa della sua immunità parlamentare. Perciò l’Avvocato Generale propone un’interpretazione che rafforzi i poteri del Parlamento in merito all’immunità dei suoi membri e raccomanda alla Corte di Giustizia europea di dichiarare che, dal momento in cui la legge nazionale di uno Stato membro concede l’immunità ai parlamentari nazionali, l’articolo 9 del Protocollo venga interpretato in modo che spetti al Parlamento europeo decidere se è opportuno revocare o meno l’immunità di uno dei suoi membri.

L’impeachment è cominciato. Prima ancora che Trump diventasse presidente
Una via di mezzo tra strumento di propaganda dei democratici ed effettivo rischio giudiziario per i repubblicani, scrive Luca Marfé su Il Mattino. Il primo, autentica clava politica con cui menare mazzate in vista delle elezioni 2020, è evidente sin dalla notte in cui Hillary e il suo staff si sono ritrovati con le spalle al muro a dover scegliere una narrativa della sconfitta. Sin da quando, cioè, dal mazzo hanno pescato la carta Russia. Il secondo, invece, è oggettivamente vuoto. Perché se è vero che la Camera, a maggioranza dem, ha formalmente aperto le danze sul fronte Ucraina, è altrettanto vero che al Senato, a maggioranza repubblicana, i due terzi necessari per la messa in stato di accusa del presidente non ci saranno mai.

Nel frattempo, però, lo spettacolo deve andare avanti. “The show must go on”, come dicono gli americani. E proprio di show si tratta, considerate le dirette televisive degne di un reality, con tanto di speciali e contro speciali di commento a seguire. Quasi un’industria oramai che, peraltro, vende molto bene. Dai giornali agli ascolti, da CNN a Fox News, da sinistra a destra.

Il punto e dovere di un’analista, però, è quello di allontanarsi dal reality per tornare alla realtà della politica. Una politica in cui Trump sembra essere effettivamente in affanno, con la sconfitta dei suoi candidati governatori, prima in Kentucky e poi in Louisiana. Quest’ultima come una ferita fresca e ancora grondante, maturata soltanto sabato con un risicatissimo 51 a 49%. Eppure significativa perché, per la seconda volta nel giro di un mese, incassata in uno Stato roccaforte dei repubblicani. Ma tutti sanno che la partita nazionale sarà altra cosa. Specie se considerati, da un lato, il potenziale dell’uragano mediatico tycoon e, dall’altro, il sovraffollamento che persiste in una squadra di sinistra apparentemente incapace di scegliersi un capitano e in cui addirittura ritorna popolare il nome di Hillary.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Proteste in Iran e blocco quasi totale di internet
L’Iran ha bloccato l’accesso a Internet quasi completamente in tutto il paese, mentre continuano le proteste sull’aumento dei prezzi del carburante. “L’Iran è nel mezzo di un quasi totale blocco nazionale di Internet a partire dalle 18:45 UTC di sabato. I dati di rete in tempo reale mostrano che la connettività è scesa al 5% dei livelli ordinari dopo dodici ore di disconnessioni progressive della rete mentre le proteste pubbliche sono continuate in tutto il paese”, ha affermato l’ONG Netblocks.

Le proteste sono scoppiate in tutto il paese negli ultimi giorni dopo la brusca decisione, annunciata dalle autorità a mezzanotte del 15 novembre, di aumentare i prezzi della benzina come parte degli sforzi per attenuare gli effetti delle paralizzanti sanzioni statunitensi sull’economia del paese.

La mossa improvvisa ha scatenato manifestazioni in città e paesi in tutto l’Iran, con conducenti che hanno abbandonato i veicoli sulle autostrade e manifestanti che hanno bloccato le strade. Si stima che 87.000 persone abbiano preso parte alle proteste, secondo funzionari della sicurezza citati dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars. Decine di banche e negozi sono stati incendiati o danneggiati, e circa 1.000 persone sarebbero stati arrestati. Inoltre, secondo stime di Al Arabiya al momento almeno 12 persone avrebbero perso la vita.

Razionamento della benzina in Iran
Il 15 novembre l’Iran ha introdotto il razionamento della benzina e un aumento del prezzo di almeno il 50%, suscitando proteste a macchia di leopardo in tutto il Paese, legate anche all’aumento dell’inflazione. Questo nonostante le promesse del governo di impiegare il gettito conseguente per aiutare le famiglie più bisognose. Benché in Iran il prezzo del carburante sia tra i più bassi al mondo grazie ai forti sussidi e alla caduta della sua valuta, le autorità stanno combattendo il traffico di carburante illegale esportato nei paesi vicini. La TV statale ha dichiarato che il prezzo di un litro di benzina è passato da 10.000 a 15.000 rial (12,7 centesimi di dollaro USA) e la razione mensile per ogni auto è stata fissata a 60 litri. Ogni litro acquistato in più costerà il doppio, 30.000 rial.

Crolla la produzione di petrolio dell’Iran a causa delle sanzioni statunitensi
Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’OPEC pubblicato il 14 novembre, la produzione del tipo di petrolio iraniano più esportato è diminuita nei primi dieci mesi del 2019. In ottobre è diminuita di 18.000 barili, raggiungendo i 2.146.000 barili al giorno. Un calo importante, visto che, prima che gli Stati Uniti imponessero le sanzioni nel novembre 2018, l’Iran produceva 3,8 milioni di barili al giorno.

Sulla base di questi dati, le sanzioni statunitensi hanno ridotto la produzione di petrolio iraniano di 1.650.000 barili al giorno; un volume in sintonia con la riduzione delle esportazioni di petrolio dell’Iran. Oggi la produzione iraniana serve principalmente a coprire il fabbisogno interno, con appena 350.000 barili esportati o in stoccaggio.

I media iraniani hanno riferito che il governo sta preparando il prossimo bilancio sulla base di esportazioni zero. Poiché nel 2018 l’Iran ha venduto petrolio per circa 60 miliardi di dollari, non è chiaro come il governo potrà affrontare un’improvvisa assenza di una così grande fonte di entrate.

Rouhani ammette le difficoltà economiche del suo Paese
Il 12 novembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha affermato che la situazione del Paese non è mai stata così “difficile e complicata” e ha ammesso che le sanzioni statunitensi sulle esportazioni di petrolio dell’Iran stanno rendendo difficile la gestione delle esportazioni.

Sono osservazioni in netto contrasto con quanto aveva precedentemente dichiarato. Rouhani aveva infatti ritratto un’immagine promettente dell’economia del Paese. Negli ultimi mesi, aveva ripetutamente affermato che l’economia iraniana stava crescendo, che il tasso di inflazione era in calo e che le esportazioni non petrolifere stavano compensando la perdita di vendite di petrolio.

Teheran invita Pechino ad avere un ruolo maggiore in Medio Oriente
L’inviato speciale della Cina in Medio Oriente, Zhai Jun, ha recentemente visitato l’Iran per discutere il futuro della regione con diversi membri del governo iraniano. Durante il viaggio del 21 ottobre, i leader iraniani hanno definito strategiche le relazioni con la Cina e hanno invitato Pechino a svolgere un ruolo di primo piano in Medio Oriente. Hanno inoltre messo in evidenza i risultati raggiunti dalla cosiddetta “Asse della Resistenza” (Iran, Siria e Hezbollah del Libano) nel modificare l’equilibrio di potere nella regione.

Khamenei vuole uno Stato di Israele “non settario”
Il 15 novembre il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha detto l’Iran non vuole l’eliminazione del popolo ebraico, perché sta alle persone di tutte le religioni decidere il futuro di Israele. Dalla sua rivoluzione islamica nel 1979, l’Iran ha rifiutato di riconoscere Israele e ha appoggiato gruppi militanti palestinesi che attaccano Israele.

“Chiedere l’eliminazione dello Stato di Israele non significa eliminare il popolo ebraico”, ha detto Khamenei durante una conferenza islamica a Teheran, durante la quale ha anche criticato le potenze occidentali per aver fatto pressioni su Teheran sul suo programma nucleare: “Tutte le nazioni hanno bisogno di energia nucleare pacifica, ma gli occidentali vogliono mantenere il monopolio di questa energia”, ha detto Khamenei. “Gli occidentali sanno che non stiamo cercando armi nucleari a causa dei nostri principi e credenze (religiose)”.

Gli Stati Uniti aggiungono 22 società alla lista nera
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha aggiunto 22 tra aziende e privati ​​alla lista nera per aver fornito supporto al commercio di armi chimiche e biologiche in Siria e per aver dirottato beni statunitensi in Iran senza autorizzazione. L’azione del Bureau of Industry and Security del dipartimento impedisce alle aziende e agli individui di acquistare componenti da società statunitensi senza l’approvazione del governo degli Stati Uniti.

Tra le 22 società troviamo la Rahal Corporation che sviluppa tecnologie mediche e la società giordano-libanese Laboratory Instruments S.A.L. perché “coinvolte nel fornire supporto materiale all’attività legate all’uso di armi chimiche e biologiche in Siria”, ha detto il dipartimento. Sono state aggiunte anche Al Ras Gate General Trading e Bestway Line FZCO per “aver deviato consapevolmente beni di origine americana in Iran senza autorizzazione dimostrandosi quindi inaffidabili nel commercio di beni e tecnologia di origine americana”, ha detto l’ufficio.

Arrestato in Svezia un sospetto iraniano
Il 13 novembre un cittadino iraniano è stato arrestato e incarcerato in Svezia con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità alla fine degli anni ’80, nel suo Paese, nel periodo in cui Teheran compieva esecuzioni di massa. L’annuncio è stato dato dal Procuratore Karolina Wieslander, che ha spiegato che l’uomo è sospettato di aver commesso i crimini tra il 28 luglio 1988 e il 31 agosto 1988 a Teheran.

L’avvocato del sospetto, Lars Hultgren ha detto all’agenzia di stampa svedese TT che l’uomo si dichiara innocente, e che hanno preso la persona sbagliata. L’uomo di 58 anni è stato arrestato sabato all’aeroporto internazionale di Stoccolma. TT ha riferito che le autorità sospettano che l’uomo abbia lavorato in una prigione a Teheran in cui furono impiccati molti prigionieri.

Lo sciita Ali al-Sistani a favore dei manifestanti in Iraq
Il principale chierico sciita iracheno si è espresso a sostegno alle proteste che da giorni interessa l’Iraq chiedendo la fine della corruzione dilagante e della disoccupazione di massa. Il grande Ayatollah Ali al-Sistani, 89 anni, ha affermato che il governo sbagliava nel ritenere di poter evitare le riforme con tattiche tese a guadagnare tempo. “Se coloro che detengono il potere pensano di poter eludere i benefici di una vera riforma attraverso lo stallo e la procrastinazione, sono deliranti. Dopo queste proteste, nulla sarà come prima, e dovrebbero esserne consapevoli”, ha detto nel suo sermone settimanale, pronunciato da un rappresentante nella città santa di Karbala.

Sono centinaia di migliaia gli iracheni scesi in strada dal primo ottobre e il bilancio dei morti e dei feriti è sempre più drammatico. Un’esplosione nel centro di Baghdad ha ucciso almeno due persone il 15 novembre. In totale, almeno 319 persone sono state uccise durante le manifestazioni, in cui sono intervenute pesantemente le forze di sicurezza. Le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno sollecitato il governo iracheno a smettere di usare la violenza contro i manifestanti, approvare una riforma elettorale e convocare le elezioni anticipate.

Un ex ministro nominato Primo ministro in Libano
Il 13 novembre Hezbollah, il Free Patriotic Movement, AMAL e il Future Movement hanno convenuto di nominare l’ex Ministro Mohammad al-Safadi come il prossimo Primo ministro del Libano. Le parti non hanno discusso del tipo di governo, cioè tecnico, come richiesto dai manifestanti, o di una combinazione di tecnocrati e politici, come invece vuole Hezbollah e i suoi alleati. L’assenza di Saad Hariri nella prossima formazione di governo, rende la seconda possibilità molto più probabile.

Hezbollah tenta di dirottare la rabbia dei manifestanti sugli Stati Uniti
Nel discorso annuale nella Giornata dei Martiri lo scorso 11 novembre, il Segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ha sorvolato sul processo di formazione del prossimo governo libanese, limitandosi a dire che “tutte le porte sono aperte” per ottenere il miglior risultato per i libanesi. Cercando di apparire fermo e determinato, Nasrallah ha attaccato i politici corrotti, affermando che la magistratura dovrebbe iniziare con i corrotti tra Hezbollah. Poi si è rivolto agli Stati Uniti, per dire che la maggior parte dei corrotti in Libano sono alleati degli Stati Uniti e ribadendo che Washington è la vera fonte dei problemi economici del Libano. Per Nasrallah, da un lato Washington ha impedito a Beirut di cercare altri partner commerciali come la Cina e dall’altro ha cercato di seminare “sedizione” presso le banche libanesi.

Segnali di pace in Yemen?
Nel corso dell’ultima settimana, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno fatto intendere di essere pronti a risolvere il conflitto in Yemen con gli insorti Houthi. Il 10 novembre, Anwar Gargash, Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, aveva dichiarato che gli Houthi fanno parte della società yemenita e dovrebbero avere un ruolo nel suo futuro. La sua dichiarazione è giunta mentre gli Emirati Arabi Uniti stavano ritirando le loro ultime forze da Aden, una decisione che va nella direzione della riconciliazione e la fine del conflitto yemenita.

Anche l’Arabia Saudita si sta muovendo nella direzione della de-escalation con gli Houthi. Secondo alcuni attori informati dei fatti, membri del governo saudita e rappresentanti Houthi terranno colloqui indiretti dietro le quinte mediati dall’Oman. È difficile giudicare quanto saranno fruttuosi questi negoziati. Un tentativo effettuato nel 2016 non ebbe successo, ma il fatto che i colloqui si svolgano è un buon inizio.

FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 14 novembre 2019: un momento dell’incontro “Venezuela oltre il Venezuela” al Centro Studi Americani animato, tra gli altri, dal deputato venezuelano Armando Armas e dal Presidente del Global Committee for the Rule of Law Giulio Terzi

Print Friendly, PDF & Email

Add Comment