N54 – 25/11/2019

PRIMO PIANO

Dichiarazione di Giulio Terzi sulla “russificazione” della Libia
Non sono pochi, su entrambi i versanti dell’Atlantico, ad inquietarsi per l’attivismo russo in Libia, in un settore che è di preminente interesse nazionale per l’Italia. Quali sono gli obiettivi e le iniziative del governo italiano? Il commento per Formiche.net dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri e Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”.

In questi giorni sono tornate di forte attualità nei media europei ed americani le iniziative di Mosca per allargare sempre più la propria presenza in Libia: non solo nel settore energetico, ma anche per quanto concerne una soluzione militare e politica all’instabilità del post-Gheddafi.

Putin sta da tempo lavorando per acquisire un ruolo determinante. Gli è riuscito in Siria, con il più spregiudicato ricorso alla forza militare. Intende, con ogni verosimiglianza, replicare una simile strategia nella soluzione del conflitto che oppone il generale Khalifa Haftar e la “Libyan National Army” al primo ministro Fayez al-Sarraj – riconosciuto dalle Nazioni Unite alla guida del “Governo di Accordo Nazionale”. Dopo l’esperienza acquisita con le operazioni in Siria, nella totale assenza di iniziative politiche o di altra natura da parte occidentale, la Libia ha per il Cremlino un grande interesse economico e geopolitico. Una forte presenza nel Paese, consentirebbe alla Russia di esercitare la propria influenza anche nel Mediterraneo centrale e nel Sahel.

Joshua Wong a Radio Radicale: “Spero che gli italiani sostengano la lotta per la libertà di Hong Kong”
Il 20 novembre, dopo la decisione dell’Alta Corte di Hong Kong di impedire il viaggio in Italia e altri paesi europei dove doveva tenere alcuni incontri e audizioni parlamentari, Joshua Wong, Segretario del movimento democratico di Hong Kong Demosisto, è stato raggiunto telefonicamente da Laura Harth per Radio Radicale, alla quale ha parlato della sua delusione per la decisione dell’Alta Corte.

Wong ha detto, tra l’altro: “Privandomi della mia libertà di movimento, la Corte mi ha imposto una pena in più ancor prima di essere giudicato colpevole. La Corte ha deciso che non è necessario che io sia presente di persona alle audizioni e alle riunioni parlamentari. Penso che sia davvero ridicolo. Allo stesso tempo, la Corte ritiene che io presenti il rischio di fuga e che chiederei asilo politico. E’ un’accusa orribile. Ho sempre spiegato alla stampa che Hong Kong è la mia casa, che non abbandonerò mai nonostante la sofferenza e le difficoltà.”

Appuntamento al Senato con Joshua Wong in collegamento
Dopo le elezioni distrettuali a Hong Kong, che hanno consegnato una vittoria netta e storica ai candidati pro-democrazia, giovedì 28 novembre alle 13.30 alle 15, nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, si terrà un incontro aperto al pubblico a cui prenderà parte Joshua Wong, Segretario del movimento democratico Demosisto, in collegamento Skype da Hong Kong.

L’incontro è promosso da Adolfo Urso, Senatore di Fratelli d’Italia; Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore e Presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”; Laura Harth Rappresentante del Partito Radicale alle Nazioni Unite. Parteciperanno tra gli altri: Enrico Aimi (Forza Italia), Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia), Valeria Fedeli (Partito Democratico), Lucio Malan (Forza Italia), Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), Manuel Vescovi (Lega).

Per partecipare è necessario inviare una email con nome e cognome a: segreteria@farefuturofondazione.it

Lo scontro tra Trump e la Navy
Mentre Michael Bloomberg ha annunciato la sua candidatura alle Presidenziali 2020 negli Stati Uniti tra i Democratici, scoppia il caos tra Donald Trump e la Marina Militare degli Stati Uniti. Ne scrive Luca Marfé su Il Mattino, parlando di un copione contorto, incredibile nonché degno di Hollywood: il numero uno del Pentagono che licenzia il segretario della Marina reo di aver mal gestito lo scandalo di un Navy Seal fuori controllo.

Un agente speciale, Eddie Gallagher, noto per essere un duro tutt’altro che incline alla disciplina e alle regole. Regole per l’appunto violate a scena aperta posando per una foto accanto al cadavere di un combattente dell’Isis. Cosa c’entra Trump? Semplice: lo ha sempre difeso. Nell’ambito della sua campagna elettorale perenne, ne ha quasi esaltato le maniere brusche e si è pubblicamente opposto al provvedimento con cui Gallagher era stato declassato. Lo ha insomma, in pieno stile Trump, quasi dipinto coi tratti di un eroe.

Di qui l’ennesima spaccatura di un Paese già spaccato in due metà. Questa volta, però, nell’ambito di una sfera delicata: quella dei militari. Quella, cioè, di chi si occupa di tutelare, oltre alla sicurezza nazionale, l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Un’immagine lontanissima dal fair play dell’etica e dei regolamenti che costringe il Pentagono a sbarrare la strada alle smanie di un presidente che a sua volta, nel frattempo, non molla la presa e si agita su Twitter.

“Non sono affatto contento del modo in cui il processo al Navy Seal Eddie Gallagher sia stato gestito dalla Marina”, ha tuonato il tycoon, dedicando alla vicenda un triplo cinguettio. “È stato trattato malissimo e, nonostante ciò, è stato assolto da tutte le principali accuse. Ho dunque deciso di ripristinare il suo grado”. Al di là del giro di valzer al vertice, quindi, nessun declassamento. Strategia mediatico-politica precisa di chi ama mostrare i muscoli di un’America tosta. Quella che fa inorridire i democratici che si indignano dinanzi alla follia del conflitto interno. Quella che fa sognare i repubblicani che si eccitano all’idea di riconfermare il loro paladino.

Sacha Baron Cohen, un leader internazionale
Il 21 novembre la Anti-Descrimination League (ADL) ha conferito all’attore britannico Sacha Baron Cohen, noto per aver interpretato Borat nel 2006, il Riconoscimento Internazionale per la Leadership. Nell’accettare il premio consegnato annualmente, Cohen ha voluto sottolineare quanto sia cruciale la conoscenza e per questo delegittimata.

Cohen ha detto: “Oggi in tutto il mondo, i demagoghi fanno appello ai nostri peggiori istinti. Le teorie della cospirazione una volta confinate ai margini stanno diventando mainstream. È come se l’Era della Ragione – l’era dell’argomentazione – stesse finendo, e ora la conoscenza è delegittimata e il consenso scientifico viene respinto. La democrazia, che dipende da verità condivise, è in ritirata, e l’autocrazia, che dipende da bugie condivise, è in marcia. Crimini di odio sono in aumento, così come attacchi omicidi a minoranze religiose ed etniche.”

Risoluzione della Liberale Internazionale sulla crisi catalana
Il 24 novembre il Comitato Esecutivo della Liberale Internazionale riunito a Fes in Marocco, ha adottato alcune risoluzioni urgenti, tra cui una sulla sentenza della Corte suprema spagnola del 14 ottobre che condanna al carcere il Presidente del parlamento catalano, il Vicepresidente, cinque membri del governo e due esponenti del mondo dell’associazionismo per aver organizzato un referendum sull’indipendenza nell’ottobre 2017.

Notando che il verdetto è il risultato del fallimento della politica, che rappresenta un passo indietro nell’esercizio della libertà e dei diritti fondamentali, e che vi sono dubbi sul processo giudiziario contro i leader catalani, come dichiarato da International Trial Watch, Amnesty International o dal Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria.

Il 203° Comitato Esecutivo esprime profonda preoccupazione per la criminalizzazione della dissidenza politica e per il deterioramento della difficile relazione tra Catalogna e Spagna; le tensioni non saranno risolte con giudizi politici o repressione ma con rispetto e dialogo.

Sollecita entrambe le parti ad impegnarsi in un dialogo costruttivo verso una soluzione politica e democratica sul futuro della Catalogna, compresa l’amnistia per i leader indipendentisti.

Perché Rainsy non è tornato in Cambogia il 9 novembre
Poche ore prima della mia partenza da Parigi, prevista per il 7 novembre, il Primo Ministro thailandese, Generale Prayut Chan-o-cha, ha personalmente dichiarato alla stampa di Bangkok che non mi avrebbe permesso di entrare in Thailandia. Ha quindi accolto la richiesta formulata dal Primo Ministro cambogiano Hun Sen di impedire il mio rientro. Il mio obiettivo era attraversare la Thailandia per poter entrare in Cambogia, via terra, il 9 novembre assieme a diverse migliaia di lavoratori cambogiani emigrati in Thailandia affinché partecipassero al mio ritorno dall’esilio. Il 7 novembre a mezzogiorno però, mentre stavo per prendere l’aereo per Bangkok all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, la compagnia Thai Airways, presso la quale mi sono presentato munito di biglietto regolare, non mi ha autorizzato a salire a bordo, fornendo come giustificazione istruzioni ricevute dal governo di Bangkok.

Questo primo tentativo di entrare nel mio paese via terra è divenuto quindi una missione impossibile, anzi una missione ritardata. Il governo cambogiano ha vietato alle compagnie aeree commerciali di tutto il mondo di trasportarmi direttamente in Cambogia, minacciandole di gravi conseguenze se avessero disobbedito. Ciò evidenzia, tra l’altro, l’inutilità delle varie condanne emesse contro di me da tribunali fittizi, visto che Hun Sen era determinato a evitare di dovermi arrestare. Le sentenze di condanna a mio carico sono, ovviamente, semplici esercizi di propaganda.

Hun Sen mi accusa anche di voler dar vita ad un “colpo di stato”. È così che parlava del viaggio di ritorno che avevo programmato e annunciato dalla Malesia il 15 agosto, con quasi tre mesi di anticipo, per sabato 9 novembre. Avevo programmato infatti di organizzare una lunga, pacifica e storica marcia che attraversasse l’area di Poipet, al confine con la Thailandia, fino alla capitale Phnom Penh. Migliaia di lavoratori cambogiani emigrati in Thailandia si sarebbero uniti alla marcia per condividere con me il ritorno. Avevo invitato la popolazione nel Paese ad uscire e aggiungersi ai partecipanti a questa marcia pacifica e storica, che voleva ispirarsi a quanto è successo nelle Filippine nel 1986 con il noto “People Power” (Potere Popolare). E’ stato un movimento popolare storico che ha portato la pace e la fine della dittatura di Ferdinand Marcos, con cui Hun Sen ha molti punti in comune.

L’accusa di Hun Sen contro di me di voler provocare un colpo di stato è ridicola. Come si può realizzare un colpo di stato senza armi, senza esercito, senza risorse militari, senza alcun supporto logistico? E poi, quando è mai stato annunciato un colpo di stato con mesi e mesi di anticipo? I veri colpi di stato si organizzano segretamente per prendere il potere di sorpresa. L’affermazione di Hun Sen non sta in piedi ed è solo un ulteriore tentativo di rovinare la mia reputazione.

“Ego: le personalità si raccontano” con l’Ambasciatore Giulio Terzi
Mercoledì 27 Novembre 2019 ore 17, si svolgerà il nono appuntamento della rassegna “Ego: le personalità si raccontano” con l’Ambasciatore Giulio Terzi, già Ministro degli Affari esteri, che interverrà sul tema: “Dalla Diplomazia all’impegno sociale”. L’evento con accesso gratuito si svolgerà al Campidoglio nella Sala del Carroccio.

La rassegna nasce da un’idea della Dott.ssa Jasna Geric, affermata interprete e traduttrice, la quale modererà la tavola rotonda, con il patrocinio della Ad Maiora, del Dott. Giuseppe Pierro, editore di vertice nel settore giuridico- economico e la collaborazione dell’Istituto per il Commercio Estero degli Stati Uniti rappresentato in Italia, dalla Dott.ssa Cristina Di Silvio. L’evento è accreditato per la formazione continua degli Avvocati dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Per informazioni e per partecipare: info@professionallanguages.it

IRAN E MEDIO ORIENTE

In Iran scattano le proteste. Poi, si blocca internet. Un nuovo modello globale di repressione digitale
In quel che sempre di più è anche una guerra informativa tra regimi dittatoriali e quelli democratici dove la conoscenza può fare la differenza, il blocco di internet, come quello osservato questa settimana in Iran, sono una strategia sempre più frequente in tutto il mondo nei tentativi delle autorità di reprimere la possibilità dei manifestanti di organizzarsi all’interno del Paese e di ottenere sostegno nella comunità internazionale, come riporta il Washington Post in questo articolo del 21 novembre 2019.

Dopo che il governo iraniano ha annunciato il suo piano per ridurre i sussidi per il carburante venerdì scorso, sono scoppiate proteste in dozzine di luoghi in tutta la nazione. Quasi immediatamente, foto e video sono stati condivisi sui social media, mostrando manifestanti che sfidavano le autorità e bloccavano le strade. Poco dopo, tuttavia, il flusso di informazioni si è gradualmente ridotto a pressoché zero. Prima è toccato alle reti mobili che hanno smesso di funzionare in alcune parti del paese. Poi, improvvisamente, i legami digitali dell’Iran con il mondo esterno sono stati del tutto interrotti.

Da Baghdad a Beirut, sono stufi del controllo iraniano
Un reportage pubblicato da Libération il 25 novembre documenta l’influenza politica, militare ed economica di Teheran nella regione mediorientale, rafforzata dalla guerra in Siria, e denunciata dai manifestanti iracheni e libanesi. Anneriti dalle fiamme, gli edifici ormai abbandonati dei consolati iraniani e il quartier generale delle sue milizie vengono presentati come trofei dai manifestanti iracheni. A Bassora, Kerbala o Nassiriya, le grandi città del sud del paese, popolate per lo più da sciiti, questi luoghi simbolo del dominio iraniano sono stati teatro di incendi fin dai primi giorni delle manifestazioni alla fine di ottobre. “Iran, barra, barra!” (Fuori l’Iran!) è uno degli slogan cantati regolarmente nelle piazze centrali delle città irachene occupate da diverse settimane dai manifestanti. Denunciano il controllo politico, economico e militare dell’Iran nel loro Paese ampiamente responsabile della corruzione e dell’incompetenza dei loro governanti. Secondo Amnesty International sono oltre 200 i manifestanti uccisi in varie città del Paese dalle forze dell’ordine.

Possibili nuovi attacchi iraniani in Medio Oriente
Il 25 novembre il Generale Kenneth F. McKenzie, capo del comando centrale dell’esercito, ha detto che lo schieramento di altri 14.000 soldati americani nella regione del Golfo Persico dalla primavera di quest’anno non sembra dissuadere l’Iran dal pianificare nuovi attacchi tramite drone contro impianti petroliferi simili a quelli perpetrati contro l’Arabia Saudita poche settimana fa. Secondo il Generale le truppe aggiuntive, i caccia e le difese aeree inviate dal Pentagono sono serviti da deterrente contro obiettivi americani, ma per quanto riguarda le strutture petrolifere, queste sono ancora a rischio.

Richiesta dell’Iran alla Russia di un prestito di due miliardi di dollari
L’Iran ha chiesto alla Russia un ulteriore prestito di due miliardi di dollari per finanziare alcuni progetti che includono la costruzione di centrali termoelettriche, centrali idroelettriche, ferrovie e vagoni della metropolitana. Lo ha dichiarato il 23 novembre il Ministro russo dell’Energia Alexander Novak: “Ci hanno chiesto circa due miliardi di dollari. Dicono che gli erano stati promessi 5 miliardi nel 2015. Abbiamo assegnato loro dei prestiti e ora ci chiedono di aumentare l’importo totale a 5 miliardi”, ha detto Novak, senza fornire maggiori dettagli.

Rimossi i cadaveri dagli obitori per mascherare l’entità della repressione in Iran
Il 22 novembre un giovane manifestante iraniano, Mehdi Nekouee, era giunto in ospedale dove lottava tra la vita e la morte. Lo studente di giurisprudenza è stato uno dei primi ad esser centrato dagli spari dei Guardiani della Rivoluzione e anziché essere portato in un letto d’ospedale – o all’obitorio – la famiglia di Mehdi ritiene che sia stato portato via da membri dell’intelligence per nascondere la vera portata della brutale repressione in corso in tutto l’Iran. “Era in condizioni critiche quando è arrivato in ospedale e da allora non abbiamo più sentito nulla” ha detto suo zio, Ahmed.

Il governo iraniano punirà i “mercenari” che hanno animato le manifestazioni
I Guardiani della Rivoluzione iraniana (IRGC) hanno promesso di punire severamente i “mercenari” arrestati per le proteste di piazza a livello nazionale scatenate dall’aumento del prezzo del carburante. Il 24 novembre infatti un comandante dell’élite islamica ha esortato la magistratura del paese a emettere condanne severissime, esemplari, contro chiunque abbia partecipato attivamente alle manifestazioni in tutto il Paese. Tra questi vi sono almeno 180 arrestati sui quali il contrammiraglio Ali Fadavi, vice comandante dell’IRGC, si è espresso così: “Abbiamo catturato tutti i mercenari che hanno apertamente confessato di essere al servizio dell’America e perciò, a Dio piacendo, il sistema giudiziario del nostro Paese garantirà loro la massima punizione”.

L’AIEA indaga su tracce di uranio rinvenute in un sito iraniano
Il 21 novembre gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite hanno annunciato una missione a Teheran la prossima settimana per raccogliere informazioni sull’origine di tracce di uranio rinvenute in un sito non dichiarato. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) aveva trovato tali tracce di uranio nel sito in questione dopo che il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva attirato l’attenzione dell’agenzia su questo punto l’anno scorso. Netanyahu lo aveva definito un “deposito atomico segreto” e Teheran aveva affermato che si trattava di una “struttura per la pulizia di tappeti”.

Nuove “conquiste” nello sviluppo missilistico iraniano
Il 23 novembre le autorità iraniane hanno presentato una nuova generazione di sistemi missilistici “Mersad-16” durante un esercizio militare nella provincia di Semnan, a sud-est di Teheran. Secondo l’agenzia di stampa Tasnim, vicina al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, il sistema è stato usato con successo contro droni e altri forme di oggetti volanti privi di pilota. Questa nuova generazione di sistemi missilistici Mersad-16 è mobile, utilizza nuovi radar e nuove rampe di lancio e può funzionare anche i missili di ultima generazione. Rileva i bersagli entro un raggio di 150 Km, li identifica quando entrano in un raggio di 80 Km e li abbatte quando si trovano a circa 40 Km dalla rampa di lancio.

Hezbollah rassicurato sul possesso di armi
Il 20 novembre l’ex deputato Robert Fadel, un attivista e membro della leadership della rivolta libanese, ha nuovamente tentato di rassicurare Hezbollah che nessuno sta minacciando il gruppo sostenuto dall’Iran di rimuovere le armi in suo possesso. Ripetendo ciò che aveva già affermato circa una settimana fa, Fadel ha detto: “Vogliamo dire a Hezbollah che liberare [il Libano] dalla corruzione non significa disarmare [Hezbollah]. Nessuno nella rivolta ha nemmeno menzionato le armi di [Hezbollah]”.

L’indomani, il Primo Ministro ad interim, Saad Hariri, ha affermato che i timori di Hezbollah che un governo tecnocratico fosse una cospirazione guidata dagli Stati Uniti per escludere il gruppo dal potere o disarmarlo sono infondati. Hariri ha fatto sapere di aver detto a Hezbollah che il gruppo e i suoi alleati potrebbero ancora far cadere il governo successivo se non fossero soddisfatti delle decisioni visto che hanno la maggioranza parlamentare.

La Russia preoccupata per le proteste in Libano
Il governo russo teme che i Paesi occidentali possano sfruttare i disordini attuali in Libano per minare l’influenza regionale di Mosca, in particolare nella vicina Siria. Tuttavia, fonti del Ministero degli Esteri russo hanno negato di star lavorando ad un accordo con Teheran per indebolire le proteste in Libano, anche hanno affermato che si sarebbero opposte a qualsiasi tentativo degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali di trasformare il Libano in una sorta di “protettorato”. Intanto, il Primo Ministro ad interim, Saad Hariri, ha inviato il suo Consigliere per gli affari russi George Shaaban a Mosca per discutere con il diplomatico Mikhail Bogdanov della situazione in Libano. Le due parti potrebbero concordare sull’inclusione di Hezbollah nel prossimo governo libanese.

Segnali di riduzione del conflitto in Yemen
Il 22 novembre l’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, ha dichiarato di aver riscontrato una sostanziale riduzione della violenza nelle aree più interessate dalla guerra che da oltre quattro anni sta devastando il Paese. “Nelle ultime due settimane, gli scontri sono diminuiti drasticamente: ci sono stati quasi l’80% in meno di attacchi aerei a livello nazionale rispetto alle due settimane precedenti”, ha detto Griffiths in una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aggiungendo che “nelle ultime settimane, ci sono stati interi periodi di 48 ore senza attacchi aerei per la prima volta dall’inizio del conflitto”. Griffiths ha poi affermato che il numero di scontri nella città portuale di Hodeidah è diminuito del 40% e grazie alla creazione di cinque posti di osservazione congiunti lungo il fronte, gli incidenti sono diminuiti dell’80%.

In collegamento video da Amman, in Giordania, con il Consiglio di Sicurezza, Griffiths ha anche notato che gli attacchi di missili e droni da parte dei ribelli Houthi sulla vicina Arabia Saudita si sono fermati negli ultimi due mesi. E’ un ulteriore riduzione progressiva che costituisce la prima buona notizia in mesi per lo Yemen, che ha dovuto fronteggiare una carestia, il colera e un’economia al collasso. “La prospettiva del crollo dello Stato era reale e francamente terrificante”, ha detto Griffiths augurandosi che questa svolta possa essere un catalizzatore per ulteriori progressi verso un più ampio insediamento politico.

FOTO DELLA SETTIMANA
Parigi, 25 novembre 2019: “Iran, massacro a porte chiuse” è la prima pagina del quotidiano francese Libération

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