N9 – 28/1/2019

PRIMO PIANO

Consiglio d’Europa: il referendum non deve eludere i sistemi di pesi e contrappesi
“Il referendum deve essere integrato nel processo di democrazia rappresentativa e non deve essere utilizzato dall’esecutivo per scavalcare la volontà parlamentare o per eludere i normali sistemi di pesi e contrappesi.”

Così è stato introdotto il 22 gennaio nella sessione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il Rapporto, curato dalla deputata britannica conservatrice Cheryl Gillan, sull’uso equo e costituzionalmente corretto dello strumento referendario. L’Assemblea ha infatti deciso di adottare una Risoluzione per aggiornare le linee guida che i Paesi membri devono seguire per contrastare i rischi crescenti di un uso anti-democratico di strumenti di cosiddetta “democrazia diretta” che, esponendosi a pericolose manipolazioni, non garantiscono il rispetto dei normali meccanismi di controllo che sono alla base dello Stato di Diritto. I Senatori André Gattolin e Roberto Rampi, entrambi iscritti al Partito Radicale, hanno sostenuto con forza la risoluzione.

Gattolin e Rampi hanno anche spinto per l’adozione di un’altra risoluzione, quella sul Global Magnitsky Act che prevede l’applicazione di sanzioni individuali ai membri o funzionari di governo in caso di violazioni di diritti umani.

La minaccia cyber e le elezioni al Parlamento europeo
In un Rapporto curato da Giulio Terzi di Sant’Agata e appena pubblicato, il Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” analizza come negli ultimi quattro anni siano esponenzialmente aumentate le interferenze via Internet nel dibattito politico e nella formazione del consenso da parte di “attori esterni” all’America e all’Unione Europea. Il fenomeno è stato oggetto di misure preventive, di deterrenza e contrasto negli Stati Uniti e in diversi Paesi dell’Unione. Esso mina le fondamenta stesse della Democrazia rappresentativa basata su un’informazione libera. I fatti sono gravi e pienamente documentati ormai da anni. Si tratta di una realtà che coinvolge non solo i “social media” e l’intelligence. Si riflette anche sull’informazione del pubblico, sui blog e sui media tradizionali. Vengono così sovvertiti presupposti sui quali si basano tutte le consultazioni elettorali.

IRAN E MEDIO ORIENTE

L’UE è diventato il terreno di caccia dell’intelligence iraniano
In un’intervista speciale ccon il quotidiano “Israel Hayom”, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha criticato aspramente il regime degli Ayatollah e la politica dell’Unione Europea (UE) in merito. Parlando della risoluzione dell’UE di includere nell’elenco di terroristi un alto funzionario dell’intelligence iraniana, Giulio Terzi ha dichiarato: “È una risoluzione importante, ma è troppo poco e troppo tardi. È necessario esercitare una seria pressione sul regime iraniano. Teheran deve capire che se una simile circostanza dovesse accadere nuovamente, si troverà a pagare un prezzo molto alto. Deve esserci un’azione comune di deterrenza. Il pericoloso fenomeno del terrore iraniano non può essere eliminato se non per mezzo di una risposta decisa.”

Teheran ha mentito ai paesi P5+1 riguardo al suo programma nucleare
Il 22 gennaio Ali Akbar Salehi, capo dell’Agenzia atomica del regime dei mullah, ha reso una dichiarazione senza precedenti secondo la quale i mullah hanno mentito nei negoziati nucleari con i paesi P5 + 1 coinvolti nell’accordo sul nucleare, riguardo al sito nucleare di Arak, affermando che l’Iran aveva celato l’acquisto di alcuni componenti vietati che sarebbero stati utilizzati in seguito.

Parlando a Cannel 4 TV Salehi ha detto: “..avevamo comprato tubi simili in precedenza, ma non potevamo dichiararli in quel momento, e solo una persona lo sapeva in Iran”, ha detto in un’intervista alla televisione del governo. “Solo la più alta autorità del regime (Khamenei) ne era a conoscenza. Nessun altro. Sua Santità aveva detto di fare attenzione a queste persone, che non sono degne di fiducia e non mantengono le promesse.”

7000 arrestati in Iran nel 2018 per reati di opinione
Le autorità iraniane hanno arrestato più di 7.000 dissidenti l’anno scorso in una vasta opera di repressione che oltre ad aver determinato un’ulteriore degenerazione della vita quotidiana, ha causato la morte di almeno 26 manifestanti e di altre nove persone decedute in circostanze sospette mentre erano in custodia. I dati sono stati diffusi da Amnesty International, che ha definito il 2018 “un anno di vergogna per l’Iran”. Non stupisce che le vittime includano in particolare giornalisti, avvocati, attivisti per i diritti delle minoranze e donne che protestavano contro l’obbligo di indossare il velo.

In preparazione la Conferenza internazionale in Polonia sull’Iran
Gli Stati Uniti hanno annunciato che la conferenza internazionale sulla stabilità in Medio Oriente prevista per il 13 e 14 febbraio in Polonia e organizzata in collaborazione con il Dipartimento di Stato statunitense, non si concentrerà sull’Iran e avrà un programma più ampio. L’Ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU, Jonathan Cohen, ha dichiarato al Consiglio di sicurezza che la riunione in Polonia non è una “sede per demonizzare o attaccare l’Iran” perché non vi è l’intenzione di riaprire le discussioni sull’accordo nucleare iraniano del 2015.

Nuove sanzioni contro due linee aeree iraniane
Preparandosi al ritiro dalla Siria, il 24 gennaio gli Stati Uniti hanno messo a punto sanzioni economiche per colpire due milizie di combattenti stranieri in Siria sostenute dall’Iran e due compagnie aeree che aiutano a inviare armi alla Siria. Tutti e quattro i gruppi sono collegati alla Mahan Air e all’unità militare d’élite iraniana, la Forza rivoluzionaria islamica dei Corpi-Quds Force, entrambi già inseriti nella lista nera.

Il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, ha detto che “la decisione di colpire le milizie sostenute dall’Iran e ad altre figure intermediarie straniere fa parte della nostra campagna volta a bloccare le reti illecite che il regime usa per esportare terrorismo e disordini in tutto il mondo”.

Giornalista condannato a cinque anni di carcere per whistle-blowing
Il 23 gennaio l’agenzia di stampa ufficiale iraniana IRNA ha riferito la condanna a cinque anni di carcere di un noto giornalista Yashar Soltani, colpevole di false dichiarazioni e di insulti. Negli ultimi anni Soltani aveva condotto ricerche sulla corruzione nelle agenzie pubbliche iraniane ed è stato autore di diverse pubblicazioni in merito.

Le autorità hanno arrestato anche diversi altri giornalisti e attivisti con accuse legate alla sicurezza. Il 22 gennaio è stato confermato l’arresto di tre scrittori: Reza Mahabadi, Keivan Bajan e Bektash Abtin per non aver potuto pagare la cauzione fissata nel loro caso. Anch’essi sono accusati di complottare contro la sicurezza nazionale.

Rilasciata negli Stati Uniti una giornalista di origine iraniana
Il 23 gennaio, Marzieh Hashmeni, giornalista americana di origine iraniane e impiegata a Iran’s Press TV, è stata liberata a Washington dalla polizia federale dopo una detenzione iniziata il 13 gennaio. Era stata tratta in arresto a St. Louis dall’FBI come testimone materiale in un caso non specificato.

La signora Hashemi è comparsa davanti a un Grand jury a Washington, ma non è stata accusata di un crimine. La sua famiglia e i alcuni esponenti politici iraniani hanno accusato gli americani di aver mancato di rispetto alla sua fede musulmana durante l’arresto, costringendola a rimuovere il hijab e offrendole solo cibo non halal.

Il Giappone continua ad importare petrolio iraniano
Takashi Tsukioka, presidente della Petroleum Association of Japan (PAJ) ha annunciato il 24 gennaio che i raffinatori giapponesi potranno continuare ad importare petrolio dall’Iran fino a marzo. A novembre infatti, i giapponesi hanno ottenuto un’esenzione rispetto alle sanzioni statunitensi sulle importazioni di greggio dall’Iran.

L’industria giapponese della raffinazione del petrolio sta facendo pressione sul governo affinché chieda un’ulteriore estensione delle esenzioni dato che quella incasssata a novembre scadrà a maggio di quest’anno. Nel frattempo, sono iniziate le ricerche per identificare forniture alternative che probabilmente giungeranno da altri paesi del Medio Oriente, date le relazioni amichevoli che il Giappone mantiene con quest’area del mondo.

Israele riprende la costruzione di una barriera con il Libano
Il 22 gennaio Israele ha ripreso la costruzione di una barriera di sicurezza sul confine israelo-libanese, mettendo in allerta sia le forze dell’ONU in Libano (UNIFIL) che l’esercito libanese. Il portavoce di UNIFIL, Andrea Tenenti, ha condannato le violazioni israeliane della sovranità libanese, in particolare le incursioni aeree di ricognizione quasi quotidiane in Libano.

Allo stesso tempo però, in un incontro con il Presidente francese Emmanuel Macron, il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha chiarito che Israele riterrà responsabile il Libano nel caso in cui riprenda il lancio di missili dal territorio libanese verso Israele. Il Presidente Rivlin ha ribadito che il suo paese non rimarrà a guardare le minacce provenienti dal Libano.

Negato in Libano l’accesso all’inviato dell’ONU ai tunnel verso Israele
Il 22 gennaio, Nickolay Mladenov, inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ha riferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che la missione dei caschi blu di UNIFIL non ha avuto accesso ai punti di entrata dei tunnel di Hezbollah scavati in Libano per raggiungere e aggredire Israele, in particolare quelli vicino al villaggio di Kfarkela. Mladenov non ha specificato se sia stato il governo libanese o Hezbollah a bloccare l’accesso ad UNIFIL. Il vice-ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Jonathan Cohen, ha addossato la responsabilità a Beirut, definendo “inaccettabile” il divieto.

Il Qatar investirà 500 milioni di dollari in obbligazioni libanesi
Il 21 gennaio il Ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammad bin Abdulrahman al-ThaniQatar, ha annunciato un piano di investimenti nell’economia libanese di circa 500 milioni di dollari in obbligazioni libanesi. Il Ministro ha detto che il sostegno del Qatar “deriva dai profondi legami di fratellanza che riuniscono i due paesi fratelli”.

Anche il Ministro delle Finanze dell’Arabia Saudita ha affermato nei giorni scorsi che Riyadh farà tutto il possibile per sostenere l’economia in lotta del Libano.

L’industria petrolifera russa Rosneft gestirà il terminal di stoccaggio in Libano
In un comunicato del 24 gennaio, la società petrolifera russa Rosneft e il Ministero dell’Energia e dell’Acqua del Libano hanno siglato un accordo che prevede il trasferimento della gestione operativa del terminal di stoccaggio dei prodotti petroliferi nella città di Tripoli (la seconda città più grande del Libano e il principale porto di il nord del paese) a Rosneft per un periodo di 20 anni. L’accordo prevede anche l’espansione del terminal.

Igor Sechin, Amministratore delegato di Rosneft, ha dichiarato: “La realizzazione di progetti in Medio Oriente fa parte della direzione strategica dello sviluppo dell’Azienda: l’accordo consentirà a Rosneft di rafforzare la sua presenza nella regione e di migliorare le nostre filiere, contribuendo allo sviluppo del commercio internazionale. Puntiamo ad un’ulteriore espansione della cooperazione con il Libano e alla realizzazione di altri potenziali progetti nel settore del petrolio e del gas in questo paese”.

Hezbollah sostiene Maduro in Venezuela
In un comunicato del 24 gennaio, Hezbollah ha espresso “il continuo sostegno al presidente venezuelano Nicolas Maduro e al suo governo eletto”. Il gruppo libanese ha condannato l’azione contro il dittatore venezuelano come un “palese” intervento degli Stati Uniti e un tentativo di prendere il controllo delle risorse e della ricchezza del paese e punire Caracas per la politica estera anti-americana.

DIRITTO ALLA CONOSCENZA

Salviamo il diritto alla conoscenza, salviamo Radio Radicale: firma l’appello
Nel luglio 2015 il Partito Radicale ha lanciato un appello per prouovere il riconoscimento, anche in sede ONU, del diritto umano alla conoscenza. La battaglia è lunga e si colloca in un contesto nazionale, europeo e globale sempre più caotico, in cui le democrazie e i principi democratici sono esposti ad una grave e costante erosione. A ciò si somma il rischio di chiusura di Radio Radicale, che costituisce un’altra ragione che purtroppo si aggiunge alle tante importanti e urgenti già esistenti per sostenere il riconoscimento del tale diritto. Per questo ti invitiamo ancora a firmare e diffondere questo appello del Partito Radicale e del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, unendoti ai tanti cittadini, Comuni e Regioni che hanno già aderito.

Esilio di Maduro per superare la crisi in Venezuela
Il Partito Radicale propone l’esilio di Maduro per tentare di superare la drammatica crisi venezuelana ed evitare la guerra civile. In un comunicato del 24 gennaio, Maurizio Turco, coordinatore del Partito Radicale, ha scritto: “Mentre si contano i primi morti è urgentissimo che l’Italia prenda una iniziativa per garantire al Presidente Maduro l’esilio e prevenire un bagno di sangue. Evitiamo di ripetere l’errore fatto con Saddam – iniziativa per il suo esilio promossa da Marco Pannella che avrebbe evitato le note conseguenze. Non è in gioco la sola vita di Maduro ma la possibilità di evitare una guerra civile”.

Taiwan tra Cina e democrazia
Un recente rapporto del Pentagono punta i riflettori sulla forza militare della Cina e i rapporti con Taiwan. Oggetto dell’analisi è la capacità delle forze armate cinesi e gli obiettivi militari di Pechino, a partire dalla possibilità di un attacco a Taiwan, in un momento di relazioni diplomatiche in fermento tra Cina e Stati Uniti. La Cina ha come obiettivo quello di generare un esercito moderno e preparato entro il 2035.

Lo stesso presidente cinese durante il discorso di inizio del nuovo anno ha pubblicamente dichiarato: “Siamo fermamente contrari a quelli che vogliono ‘Due Cine’ o ‘Una Cina – Una Taiwan’ o ancora una ‘Taiwan indipendente’. Abbiamo ottenuto una grande vittoria sconfiggendo qualsiasi attività indipendentista o separatista: nessuno e nessun partito possono cambiare il fatto che Taiwan fa parte della Cina e che entrambe le parti dello Stretto appartengono a Pechino”.

Sam Rainsy difende le sanzioni dell’UE contro il regime di Hun Sen
A nome del Cambodia National Rescue Party (CNRP), vorrei esprimere la mia profonda gratitudine all’Unione europea – il Parlamento europeo, la Commissione europea e tutti gli Stati membri – per l’impegno e la determinazione nel contribuire a difendere i diritti umani e ripristinare la democrazia in Cambogia.

Anche se il CNRP è stato arbitrariamente disciolto dal governo di Hun Sen nel novembre 2017 per impedirne la partecipazione alle elezioni del luglio 2018, il mio partito continua a rappresentare la volontà di almeno la metà del popolo cambogiano, un fatto che non può essere celato di fronte al drammatico ritorno della Cambogia a un sistema a partito unico dopo le false elezioni dello scorso anno.

A nome dei cittadini cambogiani di tutti i ceti sociali che il CNRP continua a rappresentare, vorrei confermare che la risposta che l’Unione europea sta considerando rispetto alla deriva totalitaria in Cambogia – in particolare la sospensione del programma EBA (Everything But Arms) – è per noi accettabile e appropriata.

FOTO DELLA SETTIMANA

Strasburgo, 23 gennaio 2019: i Senatori André Gattolin e Roberto Rampi alla sessione dell’Assemblea Parlamentare del Consilgio d’Europa 

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